L’indipendenza della distopia

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La letteratura distopica ha da sempre in sé quel piglio affascinante in grado di elevare a film straordinario qualunque storia vi cresca in seno. Riesce con forza e carattere a contaminare qualsiasi genere. Mi viene in mente la definizione che il compianto Terry Pratchett dette del fantasy quando gli chiesero perché avesse scelto tale genere per fare lo scrittore. Rispose che il fantasy è come un secchio di sterco di cavallo: se versi del vino in un secchio di sterco, quello rimane sterco, ma se versi dello sterco in un secchio di vino quello diventa sterco. Puoi scrivere un romanzo ambientato a Dodge City, in Arizona, con i cowboy, le diligenze, i saloon, i cactus e gli indiani e avrai un romanzo western. Ma mettici un solo pidocchioso drago e diventerà un fantasy. Il fantasy è una scatola, un contenitore, un meta-genere che puoi piegare ai tuoi scopi. Ecco, la distopia è un meta-genere tanto potente quanto il fantasy. E non penso neanche che sia un sottogenere della fantascienza, altrimenti si rischia di concedere a quest’ultima troppo spazio. Amo il genere  tanto quanto il cinema d’autore ed è per questo che ci tengo alle distinzioni. Non chiamiamole etichette, il termine “etichetta” suggerisce una limitazione del campo, un confine che imprigiona un determinato film in un piccolo universo. Al contrario credo che inserirsi in un genere elevi il livello di un film, tanto quanto l’essere totalmente trasversale ai generi, come sono invece i film d’autore. La poliedricità dei generi cinematografici sono una delle più grandi evoluzioni della settima arte che possiamo apprezzare. Lungi da me propormi come il Linneo del cinema sci-fi ma ci tengo a rivendicare l’indipendenza del genere distopico dalla fantascienza.

Colgo l’occasione per mettere l’accento sulle sfaccettature che il cinema distopico è stato in grado di prendere, per far notare la sua incredibile versatilità.

Prendiamo Battle Royale, uno dei film preferiti di Tarantino, film cui alcuni membri del parlamento giapponese hanno provato a mettere il bavaglio (così come successe per il romanzo che l’ha ispirato). In questo successo di Kinji Fukasaku, che nonostante tutto riuscì a imporsi come uno dei dieci film giapponesi più venduti di sempre, la fantascienza è ridotta al minimo: si potrebbe parlare di fantasocietà se mi si passa il termine, ma ciò che realmente abbiamo di fronte è un film d’azione molto violento, anti-romanzo di formazione, che gioca ad essere un film distopico. Il principio del romanzo di formazione era seguire il percorso di crescita del protagonista per accompagnarlo all’inserimento nell’età adulta fino a ritagliarsi un preciso spazio sociale; in Battle Royale il protagonista viene strappato alla società e posto su un’isola blindata e video sorvegliata, viene fornito di armi di svariato genere e gli viene ordinato di uccidere tutti i propri compagni di classe se vuole sopravvivere. Nei pochi giorni della prigionia Nanahara, il protagonista, vive sì una formazione, ma tale formazione troverà le proprie radici in sentimenti di compassione ed empatia che lo porteranno a fuggire totalmente da un mondo malato, rinunciando dunque ad avere un ruolo sociale. Questo è proprio il classico modello del film distopico e in Battle Royale questo modello lo si vede solo in trasparenza, il film ne è metafora perfetta, senza bisogno di una goccia di fantascienza.

Chiaki Kuriyama è Takaku Chigusa in Battle Royale e la folle diabolica Gogo di Kill Bill. Tarantino, per omaggiare il film di Fuaksaku, la vestì da scolaretta e in una scena la fece rispondere ad un'avance sessuale con un coltellata nel basso ventre, allo stesso modo si difende in Battle Royale da un goffo tentativo di stupro.
Chiaki Kuriyama è Takaku Chigusa in Battle Royale e la folle diabolica Gogo di Kill Bill. Tarantino, per omaggiare il film di Fuaksaku, la vestì da scolaretta e in una scena la fece rispondere ad un’avance sessuale con un coltellata nel basso ventre, allo stesso modo si difende in Battle Royale da un goffo tentativo di stupro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pensiamo a L’onda e The Experiment, due film gemelli in cui manca non solo qualsiasi elemento di fantascienza, ma hanno addirittura una fortissima impronta realista, che poi è la loro forza. Descrivono perfettamente, con un linguaggio semplice, con esempi concreti e a portata di mano alcuni principi basilari dell’universo distopico: la perdita della privacy, il controllo, l’appianamento delle differenze individuali, l’identificarsi di un nucleo di individui in un unico essere pensante, la trasformazione dell’io-individuale nell’io-gregge e la naturale conseguenza di tale processo: la violenza. In questi due film stavolta il genere distopico assume il carattere del film drammatico, senza grosse contaminazioni da parte di altri generi.

Veniamo a The purge, la recentissima serie di film di James DeMonaco, non mi pronuncio sul terzo episodio che non ho ancora visto, ma il primo capitolo è un horror del genere home-invasion, mentre il secondo un action-thriller. Il regista ha variato genere addirittura nel corso della serie, il tutto con lo sfondo chiaramente distopico di una società che, intuita ed accettata la natura violenta dell’essere umano, ha deciso di legalizzarla per una notte all’anno, in modo da dare libero sfogo alla popolazione e poter vivere in serenità nel resto dell’anno. Anche in quest’occasione non c’è traccia di fantascienza.

Giungo a The Lobster, film di Yorgos Lanthimos, che mi ha letteralmente rapito e sconvolto per 119 minuti. Un film complesso che scompone la vita dell’uomo e la ricompone con regole nuove, sconvolgenti, per quanto semplici. Immaginate un mondo dove non possiate svegliarvi single e dove il sistema vi impone di trovarvi un partner, simile a voi, altrimenti verrete trasformati in animali. Lanthimos si mostra affascinato dalle realtà distopiche e crea un universo drammaticamente affascinante, oppressivo, profondamente pessimista. The Lobster, a differenza di molte altre pellicole del genere, non lascia scampo. Non si ha mai la sensazione che le cose possano risolversi. Manca totalmente ogni visione manicheista, non c’è dicotomia bene/male: le cose stanno così e nessuno può salvarsi. Inoltre il film prende l’amore, paladino di salvezza da ogni distopia, e lo calpesta, contaminando anch’esso col germe della follia. Il tutto con una sola presunta goccia di fantascienza, mai mostrata direttamente allo spettatore, che è la trasformazione in animali. Inquadrare The Lobster in un genere diverso dalla distopia mi resterebbe difficile, per certi versi è l’erede migliore di Brazil.

Un esempio della magnifica fotografia di The Lobster. Qui Lanthimos gioca con "quella goccia di fantascienza" mostrando al pubblico solo la scritta "Transformation Room".
Un esempio della magnifica fotografia di The Lobster. Qui Lanthimos gioca con “quella goccia di fantascienza” mostrando al pubblico solo la scritta “Transformation Room”.

 

 

 

 

 

 

 

 

La distopia è un genere antico, ben più antico della fantascienza. Se quest’ultima si è sviluppata all’inizio del ‘900 e trova radici nel viaggio immaginario del Gulliver di Swift, nei romanzi di Verne e Wells, la distopia era già prolifica un secolo avanti e trova radici più indietro nel tempo, attraverso lo stesso Wells, fino a giungere a Moro, che si ispirò per la sua Utopia alla Repubblica di Platone. Questo potrebbe essere sufficiente a rivendicare, come dicevo all’inizio, l’indipendenza della distopia dalla fantascienza, ma se non bastasse, si potrebbe dare un’occhiata ai pochissimi film appena citati o guardare a quelli che non ho citato ma che sono più o meno saliti in cattedra negli ultimi venti anni come Mad Max, V per Vendetta, Snowpiercer, Matrix, i Figli degli uomini, Equilibrium, Minority Report, The Zero Theorem, Starship Troopers, L’esercito delle 12 scimmie, la recentissima serie Black Mirror e molti altri (ma la mera elencazione non è il fine di questo articolo).

Il mio fine ultimo invece, al di là di ogni discorso retorico e di ogni divertissement cinema-letterario è tenere presente che in un mondo dove sempre più spesso perdiamo di vista il nostro ruolo nella società, fraintendiamo i valori dello stare insieme, contaminiamo l’amore col vizio e la forma e usiamo la violenza per presentarci, una nuova ondata di distopia sta invadendo il cinema, non tanto per ricordarci che il grande fratello ci osserva, ma per provare a conferirci un po’ di senso sociale e svegliare i nostri sensi dall’intorpidimento cui sono soggetti. Chiudo dunque con una domanda: considerata la forte presenza della distopia tra i generi cinematografici e vista la penuria di idee che investe gli scrittori ad  Hollywood sempre più costretti a rifare film o a trarre spunto da romanzi, perché nessuno mi ha ancora fatto il film di Transmetropolitan!?
Una tavola di Transmetropolitan, capolavoro del fumetto distopico, scritto da Warren Ellis e disegnato da Derrick Robertson, aspetta solo la giusta produzione e il giusto regista che lo portino sul grande schermo.

Qui sopra, una tavola di Transmetropolitan, capolavoro del fumetto distopico, scritto da Warren Ellis e disegnato da Derrick Robertson, aspetta solo la giusta produzione e il giusto regista che lo portino sul grande schermo.

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