Michael Jackson – Thriller | RECENSIONE

Thriller
Condividi l'articolo

Thriller: l’album più venduto di sempre e una pietra miliare della storia della musica. Come e perché lo è diventato?

Da dove iniziare a parlare di Thriller, l’album di Michael Jackson che, pubblicato nel 1982, ancora oggi vende milioni di copie in tutto il mondo e da decadi appassiona ascoltatori di ogni genere, etnia ed età? Forse il primo grande blockbuster musicale progettato come tale, con produzioni leggendarie e canzoni entrate nella storia e nell’immaginario comune.

Di nuovo, da dove iniziare? Dalla title track, colonna sonora de facto del videoclip/cortometraggio corrispondente? Una narrazione horror che coinvolge gli zombie, uscendo da ogni cliché della black music ed incentrandosi sull’emancipazione del genere con coreografie a tema e un intervento, sul finale, del maestro Vincent Prince per una chiosa da brividi.

Oppure potremmo iniziare da Billie Jean, un’avventura pop funk che narra di una paternità disconosciuta (“the kid is not my son“) su ritmi incalzanti e in un’atmosfera suggestiva. O da Beat It, un energico rock and roll state-of-the-art dal riff indimenticabile e guarnito dall’assolo (semi-improvvisato) di Eddie Van Halen.

Ci potremmo poi spostare sulla bellissima Human Nature, scritta da Steve Porcaro (tastierista dei Toto), incantevole e melodica; e non va dimenticato il passaggio di testimone in The Girl Is Mine, brano oggi anche riletto polemicamente ma intervento ai tempi pregevole da parte di sua maestà Paul McCartney, nel quale i due si contendono gli interessi di una ragazza.

LEGGI ANCHE:  Martin Scorsese ha stilato la lista degli 11 film più spaventosi di sempre

E così via, ma come capire che cosa funziona davvero in questo album? Perché il fatto è questo: funziona tutto. Non si sa fino a che punto il merito sia dello stesso Jackson, stella nascente che intuisce, prima e meglio di molti altri, in che direzione all’alba degli anni ’80 si sta evolvendo la musica che oggi chiamiamo pop.

O quanto c’entri davvero l’intervento del veterano del jazz Quincy Jones, produttore e promotore di Jacko all’apice della sua carriera. Questo senza scordare il contributo di Rod Temperton, mancato da poco, autore di tre tracce su nove (compresa la stessa Thriller). E ci sono poi i turnisti, una marea di strumentisti tra i quali gli stessi Toto (Steve e Jeff Porcaro, Mike Lukather e David Paich).

Il tutto in una produzione di quasi due miliardi di dollari (in cifre attuali) che mescola, questo forse il vero punto forte, ogni suono e tendenza dell’epoca sì da attrarre ogni platea possibile. Thriller è “pop” nel senso che al tempo stesso è hard rock, funk, soul, disco music e mille altre influenze mescolate insieme.

LEGGI ANCHE:  Absentia, la serie crime a produzione globale

La loro parte la giocano naturalmente anche i famosi videoclip/cortometraggi: non solo quello di Thriller ma anche almeno quello di Billie Jean e quello di Beat It conquistano il mondo, sbancano su MTV e mostrano alla scena non solo un nuovo modo di fare musica ma anche le vere potenzialità di una concezione moderna e multimediale della stessa.

Jacko è la figura al centro di questo vortice rivoluzionario. Se ne è discusso e se ne discute: per metà protagonista, per metà “vittima” della sua carriera, l’artista si trova nel mezzo di una serie di cambiamenti di natura complessa che riguardano non solo la musica in sé ma anche, e va detto, l’emancipazione delle persone di colore e degli artisti neri negli Stati Uniti.

Ed è un’emancipazione che, per tramite suo, passa attraverso una pura affermazione commerciale. Jacko capisce o forse intuisce che l’unico modo per piacere è piacere a tutti, e portare il cambiamento con sé. E che dire: ci riesce, eccome. Se Thriller è ancora simbolo di qualcosa dopo tutti questi anni di sicuro è il simbolo di questa particolare rivoluzione, più di ogni altra cosa.

Continuate a seguirci su LaScimmiaSente