Grammy Awards 2023: i premi per la musica americani contano ancora qualcosa? [VIDEO]

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I Grammy sono arrivati ancora una volta e con le nuove nomination per l’edizione 2023 si stanno già scatenando mille polemiche. Cos’è che non funziona più in queste premiazioni? Cerchiamo di capirlo

Domanda: chi vincerà i Grammy Awards 2023? Sarà forse la grande favorita Beyoncé (in copertina)? A questa domanda potrebbero seguirne molte altre: i Grammy contano ancora qualcosa, davvero? E questi tentativi di inclusività a tutti i costi comprendono sul serio uno spettro di artisticità più ampia, o viceversa penalizzano artisti non abbastanza famosi o amati da costituire una degna rappresentanza?

Prendiamo il caso della stessa Bey: il suo disco Renaissance ha avuto un enorme successo e la segnala una volta di più come voce femminile emancipata, forte e simbolica di un nuovo ruolo delle donne nella musica. Peccato però che, come è stato segnalato da alcune isolate voci, il suo disco sia stato co-scritto e co-prodotto da una quantità enorme di produttori, autori, turnisti e ospiti.

La maggior parte dei quali, per giunta, maschi. Se vincesse lei sarebbe sua la vittoria, o di questo marasma di professionisti messi insieme per confezionare l’album perfetto? Si dirà: ma oggi tutti fanno così. No. Un esempio facile: Grimes, che pure fricchettona e sregolata com’è, dal 2010 scrive, produce, compone e suona da sola la quasi totalità della sua musica, ricorrendo solo a sporadici aiuti.

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Questa è una riflessione, ma se ne potrebbero fare molte altre: per esempio la categoria “Best Alternative Music Album” include WE degli Arcade Fire (che è indie rock); Dragon New Warm Mountain I Believe in You dei Big Thief (che è folk rock); Wet Leg delle Wet Leg (che è neo-grunge) e Fossora di Björk (che è inclassificabile, neanche a parlarne). Che significa quindi, in questo contesto, “alternativo”?

Senza parlare della ridondanza tra “record”, “performance” e “song”, tutte categorie che identificano un’unica traccia a seconda dei generi, ma in tre distinti array di nomination: quale delle tre fa riferimento alla canzone vera e propria? Una enorme confusione, e non abbiamo nemmeno iniziato a parlare degli esclusi eccellenti.

Una polemica, quella sugli artisti non nominati, che si ripete ogni anno e che ricorda anche casi ecltanti come quello di The Weeknd nel 2020. Quest’anno però, considerando che le nomination dei Grammy prendono in considerazione canzoni e album pubblicati tra il 1 ottobre 2021 e il 30 settembre 2022, sfioriamo veramente la soglia del ridicolo.

Alcuni dei titoli pubblicati in quest’arco di tempo: A Light for Attracting Attention di The Smile; Ants from Up There dei Black Country, New Road; Life Is Yours dei Foals; Fear of the Dawn ed Entering Heaven Alive di Jack White; You Can’t Kill Me di 070 Shake, lavoro grandioso; Once Twice Melody dei Beach House; The Dream degli Alt-J; Skinty Fia dei Fountaines D.C.. E potremmo andare avanti.

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Chiaro che, come canta anche in una canzone di quest’anno uno dei nominati favoriti, Kendrick Lamar: “You can’t please everybody”. Non si può accontentare tutti, ma davvero dobbiamo credere che il piatto e mediocre Music of the Spheres dei Coldplay, per esempio, meritava la nomination come miglior album più di tutti i titoli qui sopra elencati?

Certo, bisogna anche considerare che alcuni artisti magari avranno fatto a meno di presentare la propria candidatura, ma anche al netto di questo il panorama è a dir poco scoraggiante. Ricapitolando, tra gli artisti più rappresentati abbiamo Beyoncé, Kendrick Lamar, Adele, Harry Styles, Doja Cat (!), Lizzo, gli ABBA (…) e, quasi come se si fosse imboscato, Steve Lacy.

Tutti grandi artisti (o quasi), ognuno a modo suo, ma davvero questo dovrebbe essere il panorama più rappresentativo possibile dell’industria musicale, sia pure anche solo quella del mondo anglofono, nel 2022? Il problema è che non si tratta di rappresentare ma, appunto, di accontentare: gli artisti e anche il pubblico, che vuole vedere nominati i beniamini più amati. Continuerà così?

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