GTA Vice City: coca, mafia e new wave | RECENSIONE

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Il capolavoro Rockstar Games riletto oggi: quando gli anni ’80 nei videogiochi erano tutti in GTA Vice City

Possiamo dirlo tranquillamente: nessun gioco fino ad oggi è mai riuscito a catturare l’essenza degli anni ’80 quanto GTA Vice City. Il secondo gioco della famosa prima trilogia ad opera Rockstar Games nella serie, nonché il quarto nella saga di Grand Theft Auto, pubblicato nel 2002 dopo il successo di GTA III (2001).

E pensare che la caratterizzazione della decade, direttamente ispirata a serie come Miami Vice o al remake di Scarface di Brian De Palma, doveva in teoria solo fare da “sfondo” alle vicende di Tommy Vercetti, il protagonista di turno. Ma è talmente riuscita che oggi molti dei gamer che sono cresciuti con questo titolo ricordano più questi sfolgoranti anni ’80 che tutto il resto.

Non che, come sempre, le vicende narrate siano da trascurare. L’ascesa di Tommy Vercetti (Ray Liotta) nel mondo della mala, la sua emancipazione dalla mafia italiana e l’assistenza dell’enigmatico Lance Vance (Philip Michael Thomas, proprio il Rico di Miami Vice) sono tutti elementi assolutamente ben costruiti e inseriti in un contesto immensamente complesso.

La texture di situazioni e personaggi è perfettamente intessuta e pur non raggiungendo i livelli di approfondimento di GTA IV o GTA V, regala comunque già una ricca varietà di situazioni e scene memorabili. Tra questi certamente il produttore inglese Kent Paul, la band glam metal stereotipica dei Love Fist, il re della droga Ricardo Diaz (Luis Guzmán).

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Le vicende e le missioni sono legate dalla caratteristica ironia e leggerezza dei giochi Rockstar. Che, non solo porta a un finale anti-moralistico (e ben diverso da quello di Tony Montana) ma getta ombre su tutto e tutti, rendendo impossibile prendere le parti di qualcuno che non sia il protagonista, e solo perché di fatto è lui che dobbiamo controllare.

Ma detto questo e preso atto delle dimensioni per l’epoca mastodontiche dell’open world e delle numerose innovazioni di gameplay, quello che resta come si diceva sono questi sfolgoranti e chiassosi anni ’80. E in questa città ispirata a Miami, legata da una parte al mondo della coca e degli esuli cubani, dall’altra all’iperattività della civiltà del consumo occidentale, fatta di sfarzo, lusso e tante, tante luci al neon.

E mentre le sequenze nelle quali Tommy scorrazza in giro per le luminosissime strade della città sembrano scritte da Bret Easton Ellis, tutto, dai vestiti ai dialoghi e dalle auto super-lusso alle musiche in radio, è studiato per raccontare una decade idealizzata ma anche da biasimare. Tutto eccesso, tutto senza freni, la culla ideale per una criminalità sempre più internazionale ed “eclettica”.

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Che è, non a caso, la stessa che ritroviamo nella serie coeva, Miami Vice. Tutto è in qualche modo glamour, anche i signori della droga o i set pornografici, e l’ambiente è ideale per l’emancipazione di un uomo ambizioso e pronto a tutto come Tommy Vercetti. Che, mitra alla mano, ha come unico obiettivo quello di fare sua una villa dopo l’altra.

Le sue motivazioni sono in effetti ben diverse, per esempio, da quelle di CJ in GTA San Andreas o di Michael in GTA V. A guidarlo sembra essere il puro miraggio della ricchezza, del dominio e del potere, obiettivi che negli anni ’80 sembravano più che concreti e anzi ideali per chi credeva in un cieco materialismo.

E la stessa natura edonistica del gioco, in qualche modo, ci inserisce in questo tipo di mentalità. GTA Vice City è quindi come questo grande locale dell’epoca, nel quale suonano musiche synthwave, ci si fanno piste di coca, luci abbacinanti brillano ovunque e la festa sembra non finire mai. Difficile decidere di andarsene, per quanto ogni fibra di ragionevolezza ci suggerisca il contrario.

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Avatar di Andrea Campana
Scrivo di musica, cultura, arte, spettacolo e cinema. Ho pubblicato su Cinergie, Digressioni, Radio Càos, Rock and Metal in My Blood.