I 10 film più filosofici di sempre

Un viaggio metafisico, che ci condurrà all'interno delle menti dei più grandi registi del secolo. Ecco i film più filosofici di sempre

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Ambizioso pensare di individuare i film più filosofici di sempre, ma la Scimmia ha deciso di proporvene alcuni, per tutti i gusti.

Secondo Fellini invece “Il cinema è il modo più diretto per entrare in competizione con Dio.”
In uno o nell’altro caso, il binomio cinema-filosofia, che si tratti di ricerca introspettiva o di ricerca ontologica di Dio (inteso come verità), ha da sempre rappresentato un tema eccezionalmente affascinante che ha appassionato milioni di spettatori nel corso degli anni.
Per questo motivo abbiamo deciso di dedicargli una seconda parte, mentre potete trovare la prima qui. Come sempre, l’ordine è del tutto casuale. Ecco una lista dei film più filosofici di sempre.

“Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima.” cit. Ingmar Bergman 

 

1. Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, 1979.

Ha mai pensato seriamente a delle reali forme di libertà? La libertà dall’opinione degli altri, persino dalla propria opinione. (Col. Kurtz)


C’è poco da aggiungere ai fiumi d’inchiostro spesi per analizzare una delle pellicole a tema bellico più belle di sempre, ma non è mai una perdita di tempo soffermarsi sul lato filosofico di Apocalypse Now, che come la sua musa cartacea, ovvero Cuore di Tenebra di Joseph Conrad, a distanza di anni è uno dei film più filosofici in assoluto e ha ancora qualcosa da dire a tutti gli amanti della settima arte e non solo.

Il fulcro filosofico della pellicola è senz’altro il concetto di potere, inteso come controllo su se stessi e su gli altri, o nietzschianamente come volontà di potenza, vale a dire il costante e incessante fluire della volontà dell’uomo, che ponendosi come signore del proprio Io rende la sua volontà il trampolino di lancio per la propria evoluzione interiore in un crescente migliorarsi che tende all’infinito. Questo viaggio di perfezionamento è rappresentato dalla risalita del fiume da parte del capitano Benjamin L. Willard (Martin Sheen), che partendo da una condizione di sottomissione alla volontà di potenza del collettivo, ovvero il governo degli Stati Uniti — concezione rappresentata dalla figura del colonnello William “Bill” Kilgore (Robert Duvall), e che non a caso si presenta come punto di partenza del viaggio di Willard—, dovrà, poi, confrontarsi con l’emblema del Superuomo, il colonnello Walter E. Kurtz (l’immenso Marlon Brando), ormai al limite del proprio sviluppo spirituale e vittima di una pazzia che solo il costante fluire della volontà può portare.

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Pazzia che porterà Kurtz ad un livello di consapevolezza tale da abbracciare infine un altro concetto della filosofia nietzschiana , ovvero quello dell’eterno ritorno, che con la sua concezione di ciclicità fa intendere la evoluzione di Kurtz come un climax che si chiude poi su se stesso. Willard attraverso la ricerca del luogo in cui Kurtz è dio e re, sperimenterà sulla propria pelle il percorso impervio della ricerca di se stessi attraverso il dispiegarsi pieno della propria volontà. La risalita del fiume porterà numerosi cambiamenti nel giovane capitano che lo renderanno pronto al confronto con il temuto nemico, abbracciandone prima la mente, affascinato dalla presenza del colonnello, per poi ribellarsi in un delirio di volontà di potenza, uccidendo Kurtz e assaporandone l’eredità.

Se Coppola avesse deciso di donare un finale in cui Wllard prende il posto di Kurtz come divinità avrebbe rafforzato ancora di più la filosofia nietzschiana  di cui il film è pregno, concludendo il tutto con la conferma che il tempo sia davvero un eterno ritorno, ma Coppola, consapevole di star girando soprattutto un film di guerra, decide di donare, attraverso Willard, un finale più umano, più reale, vale a dire più incline a rappresentare la vera natura umana, ovvero quella composta sì da volontà, ma soprattutto da fragilità ed incertezza, caratteristiche che tendono ad emergere soprattutto in momenti difficili come quelli che vive un combattente in guerra, forse più propenso a sottomettersi alla volontà di potenza collettiva che a quella individuale, scelta meno faticosa ed ingombrante. Da ricordare anche la speculazione filosofica sull’orrore e la scena in cui i coloni francesi spiegano la loro vita divisa in due patrie. Pellicola eterna.

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A cura di: Luca Varriale

 2. Persona di Ingmar Bergman, 1966.

Film più FilosoficiPersona è un film viscerale, fatto di contrasti, di lotte interne e di urli silenziosi, quasi soffocati, causati da un’esistenza che ci porta inevitabilmente in frantumi e all’autodistruzione. La pellicola inizia all’interno di una macchina da presa, veicolo narrativo e creatore di ogni forma di luce e di ombra a cui potremo assistere dall’inizio alla fine dell’opera. Quello che essa proietterà su schermo, sarà la vita, una finzione estremamente elaborata del nostro cervello, una semplice interpretazione dell‘umano e della sua psiche. Noi, inconsapevoli attori di questo grande teatro a cielo aperto, ci muoviamo in cerca di risposte e inconsapevoli di essere imbrigliati in una prigionia nascosta e velata all’occhio della persona.

Le due protagoniste, facce opposte di una stessa medaglia, incarnano il contrasto dell’anima dell’essere umano, quella lotta immonda e feroce che avviene dentro di noi, tra l’io e il super io, portandoci alla dannazione. Un film sperimentale, ricco di scene surreali e metacinematografiche, che inducono lo spettatore a rendersi conto della sua posizione e di essere inconsapevolmente anch’egli un attore. Forse davvero uno dei film più filosofici di sempre.

A cura di: Davide Roveda