I 5 film da vedere per scoprire Mario Bava [LISTA]

Mario Bava è stato definito un artigiano per la sua grande capacità di trasformare in oro progetti esili. Ecco i 5 film per conoscerlo.

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Nato nel 1914, Mario Bava ha iniziato lavorando con il padre Eugenio, scultore, effettista speciale e direttore della fotografia nel cinema muto. Dopo essere stato preso sotto la sua ala da Massimo Terzano, come direttore della fotografia Mario Bava cominciò a collaborare con Rossellini e De Robertis.

Nel 1946, Bava esordì nella regia del cortometraggio L’orecchio (1946), oggi apparentemente irreperibile. Continuò, però, la sua attività di direttore della fotografia, lavorando su commissione per svariati registi e giocando molto con le luci. Ricordiamo, per esempio, Vita da cani (1951), con Marcello Mastroianni, e Guardie e Ladri (1951), con Totò e Aldo Fabrizi, entrambi diretti da Steno & Monicelli.

Nel 1957, co-dirige con Riccardo Freda I vampiri, considerato il primo film horror italiano. Mario Bava, però, cura in particolare gli effetti speciali, invecchiando un’attrice senza stacco di camera come si faceva nel cinema muto. La sua grande abilità di effettista speciale gli ha attribuito la nome di regista artigiano“: Bava sfruttava i pochi mezzi a disposizione per creare film visivamente notevoli. Tramite i film seguenti cercheremo di dimostrare come.

1) La maschera del demonio (1960)

La maschera del demonio, Mario Bava, 1960
Barbara Steele in La maschera del demonio

Nel XVII secolo Asa Wajda (Barbara Steele) e Igor Javutic (Arturo Dominici) sono condannati entrambi a morte e marchiati con la maschera del demonio. Due secoli dopo, il dottor Kruvajan (Andrea Checchi) e il suo assistente Andrej (John Richardson), durante il loro viaggio, si fermano nei pressi di una chiesa diroccata. E una ragazza identica ad Asa appare ai due…

La maschera del demonio rappresenta l’esordio alla regia di un lungometraggio per Mario Bava ed è considerato il primo film gotico italiano puro. Bava impiega tutti gli elementi tipici della sua poetica per creare terrore: finestre e porte che sbattono, suoni innaturali, illuminazioni dirompenti e personaggi che appaiono e scompaiono all’improvviso.

Mario Bava dimostra inoltre ancora una volta la sua bravura negli effetti speciali. Per esempio, per mostrare il ritorno in vita di Asa nella bara, il regista fa mettere due occhi di bue acquistati in un mattatoio. Torna una scena di invecchiamento senza stacchi di camera. Infine, la scena in cui il boia inchioda la maschera del demonio alla strega, invece, è molto violenta e realistica per l’epoca. Curiosamente, però, non ebbe problemi di censura.

Stilisticamente, Mario Bava predilige il long take inquadrando solo i personaggi, così che anche il pubblico non sappia ciò a cui essi vanno incontro. Le panoramiche che mostrano le stanze manipolate dai fantasmi ottengono un effetto straniante. Infine, la fotografia del film, curata personalmente dal regista, costruisce inquadrature suggestive sfruttando gli elementi scenici e i paesaggi. Spesso, infatti, vediamo in sovrimpressione ragnatele o rami di alberi.

Grazie a questo film, Barbara Steele, già attrice di film di serie b, divenne una regina del gotico. Ricordiamo la sua interpretazione in Danza Macabra di Antonio Margheriti (1964), anche se recitò anche per Fellini. La maschera del demonio ha ricevuto il plauso da moltissimi registi, come Tim Burton, Quentin Tarantino, Martin Scorsese e Rob Zombie.

2) Terrore nello spazio (1965)

Terrore nello spazio, Mario Bava, 1965

Le navi spaziali Galliot e Argos captano un segnale di SOS proveniente da un pianeta di nome Aura. Durante l’atterraggio, tuttavia, i due equipaggi perdono ogni possibilità di comunicazione e sono costretti a una brusca discesa. Una volta sul pianeta, una sconosciuta forza si impossessa delle loro menti. Almeno all’inizio…

Terrore nello spazio è considerato una pietra miliare del cinema di fantascienza italiano, che Mario Bava contamina con il suo talento per l’horror. Il film può essere considerato a metà strada tra il filone peplum e quello gotico, entrambi più volte portati in scena dal regista. Le ambientazioni ricordano, infatti, molto il suo Ercole al centro della Terra (1961).

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Gli effetti speciali del film, curati da Mario Bava e dal pluripremiato Carlo Rambaldi, sono semplici ma ingegnosi. Nell’atterraggio, infatti, viene fatto uso di un modellino di astronave calato in una vasca d’acqua. Per ottenere l’effetto del fumo, poi, viene fatto fuoriuscire del latte. Avvolto nel fumo e nell’ombra è anche il pianeta Aura, per mascherare le riprese effettuate interamente negli interni di Cinecittà.

Mario Bava, inoltre, dà libero sfogo ai suoi giochi di luci. Rispondendo sicuramente anche ai gusti psichedelici del periodo, decine di sfumature di luci innaturali caratterizza il pianeta Aura. Fumo, ombra e luci innaturali calano in un contesto di tensione continua, enfatizzato anche dalle musiche minimali di Gino Marinuzzi.

Stilisticamente, Mario Bava impiega molti zoom per mostrare i ritrovamenti dei vari cadaveri putrefatti. La camera effettua perlopiù carrellate e panoramiche, ma spesso rimane fissa. Ciò permette sia di non svelare la finzione dello studio, dovuta a budget ridotto, sia a celare eventuali pericoli. Le atmosfere e alcuni spunti di trama sono stati ripresi in modo evidente da un capolavoro del thriller fantascientifico, Alien, di Ridley Scott (1979).

3) Operazione paura (1966)

In un piccolo e lugubre paesino di provincia una donna muore suicida gettandosi nel vuoto. Per chiarire le misteriose circostanze dell’evento viene convocato il dott. Eswai (Giacomo Rossi Stuart). Gli abitanti del luogo, tuttavia, cercano di dissuadere l’uomo: la donna pare sia caduta vittima della maledizione dell’inquietante Villa Graps…

Operazione paura apre ai tre film più intimi del regista, tutti contenuti nel presente articolo. Mario Bava firma il suo secondo capolavoro gotico, che rientra di diritto nei capolavori del 1966. Basato su una sceneggiatura scarna, il regista improvvisò gran parte delle scene.

Lo sperimentalismo nei colori che aveva contraddistinto i precedenti film si fa meno marcato, impiegando soprattutto tonalità tendenti al verde. Mario Bava crea sequenze oniriche con fuori fuoco e distorsioni psichedeliche tipiche del periodo. Per enfatizzare la tensione il regista impiega molti piano-sequenza, long take e zoom, come testimonia la scena della bambina sull’altalena.

A tal proposito, l’inquietante figura è interpretata in realtà da un bambino con una parrucca, il figlio del portiere di Mario Bava. L’aura di inquietudine che contraddistingue Melissa, questo il suo nome, resterà anche dopo che verrà svelata la sua identità. Oltre a ricordare al rovescio la prima vittima di M – Il mostro di Düsseldorf (Fritz Lang, 1931), tale personaggio verrà riutilizzato anche da Federico Fellini.

L’influenza del film fu notevole. Da Tim Burton, che lo cita in Il mistero di Sleepy Hollow (1999), si passa a Twin Peaks di David Lynch. L’inseguimento di Dale Cooper (Kyle MacLachlan) del proprio doppelgänger riprende, infatti, una scena analoga nel film di Bava anche nella regia. Il sistema di stanze infinite pare, infatti, un espediente già esistente ma perfezionato dal regista italiano.

4) Reazione a catena o Ecologia del delitto (1971)

In una baia isolata un’anziana contessa (Isa Miranda) viene uccisa nella sua villa dal marito (Giovanni Nuvoletti). Poco dopo, però, anche quest’ultimo viene assassinato da uno sconosciuto. Agli altri abitanti della baia si aggregano altri personaggi, chi in vacanza chi per affari. E allora una serie di omicidi senza tregua né respiro inizierà…

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Precursore dello slasher movie, Reazione a catena è il secondo film molto personale di Mario Bava e uno dei pochi di cui egli si definì abbastanza soddisfatto. Dopo molti copioni banali che cercava nodi sabotare con la sua regia, Bava dirige un film che rispecchia la sua visione del mondo.

Diretto dopo lo splendido Il rosso segno della follia (1970), Reazione a catena è un film sulla violenza umana e sulla sua autodistruzione. Infatti, in quello che è sicuramente il suo film più violento, Bava riprende la lenta agonia delle vittime prima di morire. Il pessimismo e la crudeltà raggiungono picchi mai toccati fino ad allora, forse da nessuno. Aggiungiamo che le vittime vengono uccise sostanzialmente con ogni arma possibile, da corde a coltelli e fucili.

Alcuni omicidi hanno fatto scuola, come il doppio impalamento di due amanti, ripreso da Venerdì 13 (Sean S. Cunningham, 1980). Poco dopo, la camera si sposta su un insetto impalato, probabilmente dall’entomologo. Per Mario Bava l’uomo è un insignificante insetto, schiacciato dalla sua stessa natura malvagia. Il tema è presente già dalla prima inquadratura, in cui la macchina da presa segue un insetto che cade in acqua.

Inoltre, Mario Bava fa largo uso di zoom e velocissime panoramiche per dare un effetto di veemenza e shock. I frequenti dettagli delle armi impiegate e i particolari dei cadaveri creano un profondo effetto di tensione. Infine, le musiche nostalgiche e spensierate di Stelvio Cipriani creano un perfetto ossimoro con la brutalità delle vicende. Poetiche, invece, le riprese effettuate alla baia, simbolo di una natura contaminata dall’uomo.

5) Cani arrabbiati o Semaforo rosso (1974)

Quattro rapinatori mettono a segno un colpo e cercano di fuggire dalla polizia, commettendo vari omicidi. Uno di loro viene ucciso. I tre rimasti sono Dottore (Maurice Poli), Trentadue (George Eastman) e Bisturi (Don Backy). Dopo aver catturato un ostaggio, Maria (Lea Krueger), essi fuggono obbligando alla guida un uomo di nome Riccardo (Riccardo Cucciolla), che ha un figlio malato a bordo…

Cani arrabbiati è da molti considerato il capolavoro di Mario Bava e un capostipite del fortunato pulp movie. Purtroppo, però, a causa del fallimento della casa di produzione, il film venne distribuito solo nel 1995 grazie all’attrice che interpreta Maria. Di fatto, quindi, Tarantino non vide il film prima di girare Le iene (1992). Il film venne, inoltre, distribuito in più versioni.

Insieme a Reazione a catena e Operazione paura, Cani arrabbiati è una delle poche opere personali di Bava. Pur essendo tratto da un racconto di Ellery Queen, il regista offre un disilluso ritratto della crudeltà umana negli anni di piombo. I piano-sequenza vengono abbandonati a favore di un montaggio frenetico di dettagli, primi piani e campi lunghi per gli inseguimenti.

Il film è un road movie, ossia è ambientato quasi interamente all’interno di un’auto, un’Opel Rekord Caravan, anche per la scarsità del budget. Abbonando i primi e primissimi piani, che danno un senso di claustrofobia e di disgusto. Lo spettatore, infatti, è costretto a rimanere faccia a faccia con personaggi selvaggi e depravati. La tensione è incessante, anche grazie alle splendide musiche di Stelvio Cipriani.

Il ritratto sociale fornito da Cani arrabbiati culminerà in un finale sconcertante e inaspettato, che quasi stravolge completamente il senso e le dinamiche. Purtroppo, però, nella riedizione perde notevolmente di potenza. Quindi, se state guardando la versione che inizia con una donna che piange in doccia e non riappare nel finale, state fruendo di quella giusta.