Franco126 – Multisala [RECENSIONE]

"Roma, Roma mia, si te dico ar contrario dico Amor..."

(Credits: Beatrice Chima)
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Straight outta la #scenaromana!

Franco (126) è uno dei figli della #scenaromana, di cui tanto si è parlato e tanto si parlerà. Da qualche anno Roma coltiva la musica in opposizione alla Milano che inghiotte ogni artista e lo trasforma in un “professionista” (per alcuni è uno sbattimento, per altri è una vergogna). In principio erano I Cani e Calcutta, tute di acetato degli anni Novanta e tutte quelle cose che non serve ripetere. C’era della filosofia dentro, nascosta non benissimo; era roba da pariolini che fingono di non esserlo.

Allora a Roma hanno preso vita le brigate anti-pariolino: dalla Dark Polo Gang che fa “exploitation music” fumando dita di gorilla ai bravi ragazzi di borgata finiti con le ragazze che spezzano i cuori. Il pariolinocentrismo della musica romana, l’egemonia dei millennial che si vergognano di essere nati ricchi è stato soppiantato nella Città Eterna dalle radici dei quartieri popolari. Dal collettivo Lovegang di Trastevere sono venuti fuori i rapper che non hanno studiato (Ugo Borghetti e Asp126, Ketama126, Drone126, Pretty Solero) e Franco126, che ha studiato meno di tutti gli altri. Che non userebbe mai parole come “egemonia” e “pariolinocentrismo” ma con la sua musica, che si sposta progressivamente dal rap al pop, sta facendo opposizione alle velleità dei nati nell’89 e sta restituendo senso di esistere alla #scenaromana.

La città eternamente sotto gli occhi di tutti.

Multisala è il secondo disco solista di Franco, all’anagrafe Federico Bertollini. Esce per Bomba Dischi il 23 aprile 2021. Dagli esordi con Carl Brave in Polaroid (2017) sono passati un po’ di anni, e nel frattempo Franco126 si è allontanato dal rap per riabbracciare la nostalgia italiana delle borgate. In tutti i lavori precedenti di Franco126 è venuta fuori la “romanità”, tranne che nell’esordio solista Stanza Singola (2019). Invece che sbiascicare l’accento come ha insegnato la scuola trap della Capitale, Franco si era sempre lasciato ispirare dai mattoni e dai tombini di Roma. A partire dal “126” del nome, che sono gli scalini della Scalea del Tamburino, a Trastevere. Ma al momento di tirar fuori l’esordio solista si era lasciato inghiottire dalla Milano dei “professionisti”.

In questo disco, piuttosto, si sente la voglia di andare a ripescare nella tradizione dal punto di vista prettamente musicale.
L’ultima volta che un artista romano aveva provato a fare una cosa del genere (i Thegiornalisti di Tommaso Paradiso) era venuta fuori un’operazione nostalgia imbarazzante, una serata Canzonissima Italiana al karaoke. Franco ha sempre tenuto il profilo basso dietro al baffo e agli occhiali da sole, con le foto che lo ritraggono in giro per Roma da solo, con la testa dentro ai dischi di Franco Califano. Multisala già dal titolo circoscrive i dieci brani all’interno di un luogo. Il polveroso cinema nel quale risplende l’Italia che fu, quel cinema che ha visto in Roma il set perfetto, dove tutto era già sotto gli occhi.

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Film in tre parti, regia di Bertol…lini.

Dietro al disco c’è il producer Ceri, lo stesso che ha curato i suoni di Stanza Singola, eppure la differenza rispetto al disco precedente si sente. Multisala è un film in tre tempi: il primo comincia con il ricordo calcuttiano di Che Senso Ha, seguito dal singolo Blue Jeans proprio con Calcutta e dalla hit di Carl Brave mancata Miopia. Franco126 sceglie di aprire l’album con il piglio cantautorale autenticamente nuovo, evitando l’impatto della nostalgia già nei primi minuti.

Il video di Che senso ha, lanciato come singolo il 9 aprile. (Fonte: YouTube / SOLDY MUSIC)

La parte “de core” sta nel secondo tempo, tra i pezzi Simone, Vestito a fiori e Maledetto tempo. Sicuramente i tre brani più lontani dall’estetica vintage rifinita del pop italiano. Anzi, sono tre pezzi proprio anacronistici, per certi versi: Simone è la storia del povero borgataro piantagrane, il buffone indebitato del rione, l’amico dei cantautori romani; Vestito a fiori (“Guardi lontano / E intanto il tuo vestito a fiori appassiti“) è una citazione esplicita a I Giardini di Marzo di Battisti (“Pensavo a mia madre e rivedevo i suoi vestiti / il più bello era nero coi fiori non ancora appassiti“) su un giro di chitarra che sarebbe potuto piacere a Battisti, anche se ricorda Libertango.

Magari l’operazione nostalgia non è imbarazzante, di sicuro non è attuale.

Maledetto tempo è ricalcata sulla già citata figura di riferimento di Franco, il suo omonimo Califano. La sintesi della borgata nel disco sta tra i testi di Vestito a fiori e, appunto, Maledetto tempo, “ispirati” nel senso che sono riferiti chiaramente ad una Roma e ad una vita di Roma che in parte non c’è più e in parte sta ancora lì. Soprattutto nel secondo pezzo, è chiaramente Califano.
La vaghezza nella descrizione dei dettagli e l’assolutizzazione delle emozioni sono cifre stilistiche che non apparengono al nuovo cantautorato: chi si sognerebbe di dire in un pezzo del 2021 “Ti amo” o “Maledetto tempo, maledetto me”? Più che un’ispirazione, i cantautori degli anni Settanta, e le borgate, e la banda della Magliana sono lì in studio con lui e gli danno qualche consiglio.

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Il disco prosegue con il terzo tempo: Accidenti a te che è un’altra wannabe hit estiva che si vergogna di ammetterlo, travestendosi da bedroom pop nostrano. Oltre ad essere un cambio di inquadratura brutale, butta al vento un testo interessante sulla linea dei pezzi precedenti. La chitarrina funk che va a finire nella disco di Nessun perché (con tanto di riferimento al brano Il cielo in una stanza) lascia il posto all’altra anacronistica Ladri di sogni, un titolo incredibilmente azzeccato per un brano italodisco di 40 anni fa. E finisce tutto bene; per quanto atroce possa essere il dramma del film, il Lieto fine è essenziale, e allo stesso tempo amara considerazione dell’attore su sé stesso, situazione umana cara ai cantautori popolari come De Gregori (La valigia dell’attore), un altro riferimento di Franco126.

Il grande problema di ritornare a casa.

Multisala è un ritorno alla Roma che Franco126 aveva dichiarato di aver lasciato; è un progetto, pensato proprio per omaggiare Califano e la canzone italiana degli anni Settanta. Il grande lavoro di Ceri riesce a tirare fuori l’essenza aromatica della canzone italiana; è una capacità non da poco.

Del nuovo pop rimane la voce bassa e noncurante di Franco, che a livello lirico non sfigura neanche nei tre brani che scomodano la tradizione italiana: interpreta la malinconia della solita vita sotto alle scale di Trastevere, in un vecchio film in bianco e nero… Ecco, ci siamo arrivati. Quanto paghereste il biglietto per un film di quarant’anni fa, girato da un ragazzo nato negli anni Novanta?

L’italodisco e il pop elettronico degli anni Ottanta nei nuovi dischi italiani sono diventate strutture essenziali (si sentivano anche in San Siro, prima traccia di Stanza Singola). Gli anni Settanta, invece, ce li stiamo lasciando alle spalle e non sono “normali” nei nuovi dischi italiani; quando ci entrano, sono citazioni come negli ultimi lavori del beneamato Calcutta. Il Multisala di Franco non si è abbassato al livello di una squallida serata karaoke, però ancora aspettiamo di vedere Roma nelle voci dei suoi cantautori del ventunesimo secolo.

Franco126 – Multisala / Anno di pubblicazione: 2021 / Genere: pop

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RECENSIONE
VOTO:
Avatar di Francesco Di Perna
Scrivo di musica e mi piace il rumore.
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