Diavoli | Recensione dell’esordio della serie Sky

Nei primi 4 episodi di Diavoli abbiamo potuto apprezzare l'ottima interpretazione di Alessandro Borghi, alle prese con un financial drama dai presupposti tragici

Diavoli, i protagonisti
Patrick Dempsey e Alessandro Borghi

Diavoli è la nuova produzione Sky in onda dal 17 aprile 2020. La prima stagione, di 10 puntate, è stata trasmessa ogni venerdì in doppio episodio. Vanta un ottimo cast, su cui spiccano le interpretazioni di Alessandro Borghi e Patrick Dempsey. La serie, coproduzione italiana, francese e britannica, è una trasposizione dell’omonimo romanzo di Guido Maria Brera.

Trama

Diavoli racconterà l’intrecciarsi delle vicende della American New York – London Bank e della crisi finanziaria europea. Anello di congiunzione di questi due mondi solo apparentemente lontani sarà l’ambizioso Massimo Ruggero, responsabile del trading presso l’istituto bancario. Quando si troverà invischiato nella morte del collega ed avversario Edward Stuart, toccherà con mano il diabolico mondo della finanza, deus ex machina dei grandi sconvolgimenti del mondo contemporaneo.

Cast

  • Alessandro Borghi : Massimo Ruggero
  • Patrick Dempsey : Dominic Morgan
  • Kasia Smutniak : Nina Morgan
  • Laia Costa : Sofia Flores
  • Malachi Kirby : Oliver Harris
  • Lars Mikkelsen : Daniel Duval
  • Pia Mechler : Eleanor Bourg
  • Paul Chowdhry : Kalim Chowdrey
  • Sallie Harmsen : Carrie Price
  • Harry Michell : Paul McGuinnan

Trailer

Recensione

La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste, e come niente… sparisce. Il presupposto da cui muove Diavoli sembra voler rovesciare la celeberrima sentenza di Roger Kint da I soliti Sospetti. I diavoli esistono e sono in mezzo a noi, siamo noi.

Il più grande inganno del Diavolo non è farci credere che non esista, è lusingarci, per non farci vedere che il diavolo siamo noi.

Così conclude la voce fuori campo di Alessandro Borghi (o meglio, del suo doppiatore) nel finale della seconda puntata. Quella vanità che era il peccato preferito di John Milton diventa l’ambizione senza alcun freno dei demoni dell’economia. Bestie in giacca e cravatta che parlano di finanza ai funerali e progettano tremende vendette in ufficio.

Tutti i personaggi sono caratterizzati da un glaciale arrivismo, che lascia raramente spazio a sentimenti umani. Nessuno di loro si sottrae a tradimenti e improvvisi colpi di scena. Così la metamorfosi definitiva di Massimo Ruggero, il protagonista di Diavoli interpretato proprio dal sempre più che eccellente Borghi, sarà incastonata in un dramma a mosaico che rivela i propri tasselli dal primo all’ultimo frame. Vivendo il passaggio dall’umano al diabolico vedrà la sua anima riflessa in quella del demonio, e dovrà quindi decidere da che parte stare.

Diavoli: l’impianto tragico

Lo spettro di una patria, e di un padre, lontano e morente. La morte e la cospirazione, la tentazione del male e la rinascita. Certa è la caratura tragica del ruolo del protagonista, attorno al quale si avvicendano oscuri drammi e omicidi del quale diventerà irrimediabilmente il primo indiziato. Sta a lui decidere se lasciarsi consumare definitivamente dall’ambizione o innalzarsi ad eroe e combattere queste oscure forze molto più grandi di lui.

La componente corale di questa tragedia brulica negli uffici della NYL Bank. Non è però un coro che commenta le gesta del protagonista, tutt’altro: fornisce il suo silente assenso al trading spietato, alla speculazione più sfrenata e ai conflitti di carriera. Negli interni gelidi della banca sembra non esistere un’etica, si possiede il carburante dell’unico e vero motore del mondo e quindi se ne dettano le regole.

Al di là del coro e dell’eroe, e in apparenza anche al di là del bene e del male, c’è la presenza di Dominic Morgan (Patrick Dempsey). E forse è quanto mai calzante l’analogia proprio con John Milton: entrambi in egual misura affascinanti e spregiudicati, entrambi ambiguo riferimento del protagonista. Dominic è la guida quasi paterna di Massimo, ed è a partire dal suo stesso giudizio che prenderà le decisioni più delicate.

Diavoli: regia e montaggio (episodi 1-5)

Il registro scelto è perfettamente in linea con quello della vicenda. Lo sguardo si fa altrettanto asettico, analitico, e facendo del primo piano una cifra stilistica cerca di indagare i residui di umanità all’interno dei volti dei personaggi. Il ritmo della narrazione non lascia spazio a virtuosismi registici, a vedutismi o a sequenze più contemplative. La rapidità sembra la parola chiave della regia, che trova quasi una propria metrica.

Diavoli
Diavoli, frame dal primo episodio

Il montaggio è infatti feroce, nervoso al limite della coesione narrativa. Con la stessa velocità con cui un titolo di borsa cambia quotazione le inquadrature vengono montate una dietro l’altra, restituendo comunque una chiara costruzione scenica anche nei numerosi intermezzi di immagini di repertorio.

La rapidità, in fondo, con cui Massimo vede la propria vita sfuggirgli davanti agli occhi. Le cifre e i nomi che nelle prime sequenze apparivano in sovrimpressione vengono sostituite da messaggi, righe di dialogo, luoghi che a cascata compaiono sullo schermo. Un riflesso della psiche di Massimo, molto più fragile di ciò che può sembrare.

Diavoli: regia e montaggio (episodi 6-10)

Nell’episodio 6 avviene però un vero e proprio passaggio di consegne, e alla regia di Nick Hurran subentra quella di Jan Maria Michelini. Se nello stile mantiene una certa coerenza, riesce comunque ad allentare leggermente quel montaggio ritmico furioso, senza per questo diluire la tensione della narrazione. Al contrario, l’uso frequente di innesti onirici e montaggio parallelo accompagna perfettamente la progressione una puntata dopo l’altra, fino alla straordinaria conclusione degli episodi 9 e 10.

Il dittico finale riesce a scardinare anche le soluzioni di scrittura che sembravano più ovvie, in un climax vorticoso e catartico. In questo è ancora tragedia, in una conclusione davvero diabolica in cui nessuno dei personaggi è esule dall’empietà. Nessuna ricomposizione di equilibri, ma di fatto alla fine viene svelato il grande inganno della ciclicità del male: Massimo non si è trasformato in altro che non fosse ciò che è sempre stato, la nemesi di se stesso.

Conclusioni

Per quanto ottimi, nemmeno gli ultimi due episodi riescono a sfuggire al grande difetto di questa serie. L’impianto sonoro è di una qualità imperdonabile per una produzione di questo calibro, e risulta in una qualità d’ascolto davvero insufficiente. A prescindere da questa macchia, Diavoli rimane in ogni caso un esperimento di scrittura televisiva notevole. L’intreccio di società, economia e politica, oggetto di tanto cinema classico e contemporaneo, viene affrontato con una limpidezza praticamente inedita per gli standard seriali.

Complice l’utilizzo abbondante ma ragionato di materiale di repertorio, la ricostruzione di dinamiche ormai storiche ed estremamente complesse assume la chiarezza dell’oggettività di fronte allo spettatore. Questo financial drama è quindi perfettamente riuscito nei suoi intenti, e sembra si parli già di una seconda stagione.

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