Dario Faini è Dardust, il re Mida della musica italiana

A pochi mesi dalla pubblicazione del suo terzo disco, analizziamo la carriera, il successo, e gli esperimenti di Dario Faini: producer più importante dell'odierno panorama italiano. Dalle origini elettro-pop al secondo disco firmato Dardust, passando per i vari record di vendita. Chi è Dario, chi è stato, e perché è fondamentale?

Dardust - Dario Faini
Credits: Dardust / Wikipedia / Paolo Ceresoli

Un ventenne alle prese con l’elettropop

Siamo nel 2000, in epoca pre-Dardust. Tra Lunapop, Subsonica, Velvet e quant’altri, c’era una band un po’ meno conosciuta. Tali: Elettrodust, si affermano fin da subito come abilissimi musicisti, vincendo numerosi premi. La formazione di questa band vedeva alla tastiera un giovane Dario Faini, alias Dario Dust, ventitreenne musicalmente molto dotato e cliccatissimo anche nell’epoca pre-social. Parallelamente al progetto Elettrodust, con cui dà alla luce un solo album nel 2004, avvia immediatamente anche la carriera di autore, mantenendo il soprannome che usava con la sua band.

La prassi di trovarsi ”un passo indietro” rispetto ai cantanti dei brani che compone si palesa proprio in questi anni. Ciò avviene in maniera ufficiale tramite la firma del contratto presso la Universal Music Publishing avvenuta nel 2006. È infatti con questa compagnia che Dario Faini comincia a comporre brani per noti cantanti del panorama italiano. Irene Grandi nel 2007, Mario Nunziante nel 2009, Alessandra Amoroso nel 2010 e via discorrendo. Non siamo più dalle parti dell’elettropop “subsonico” ma da quelle del pop melodico, sicuramente più vendibile in un panorama musicale italiano sempre più distante dagli anni ’90.

Il Biennio Sanremese

Risale già al 2012 la sua presenza spirituale sul palco dell’Ariston, dove è autore della canzone in concorso di Francesco Renga che si rivelerà un brano scala-classifiche. L’anno seguente è la volta di Annalisa: cura le musiche di tutto il suo disco, dov’è compreso anche il brano portato a Sanremo. Per tutto il 2013 farà da autore anche a Marco Mengoni, a Chiara (uscita di fresco da X Factor) e ad Emma Marrone. Nel 2014 saranno addirittura tre i cantanti in gara a servirsi delle sue composizioni: Noemi, Giusy Ferreri e Cristiano De André.

Questa prima esperienza Sanremese è quanto meno illuminante: ci dà già una linea generale del peso artistico di una figura come Dardust: nelle retrovie, ma comunque assai presente. Ci è anche molto utile per capire il percorso che lo ha portato ad avere come vincitore della 69° edizione del Festival un suo brano, successo che come sappiamo non si è replicato l’anno successivo.

Un milione di dischi e il progetto Dardust

Sempre nel 2014, Dario Faini abbraccia ufficialmente lo pseudonimo Dardust con cui è noto tutt’ora. Questo pseudonimo è il nome del suo progetto ”elettroclassico”: tanto pianoforte (ed archi) ma anche tanto producing. Dario Faini riesce senza problemi a far convivere questo glorioso progetto con l’attività di autore, la cui consacrazione avviene nel periodo 2015-2017, dove alcuni dei brani da lui composti raggiungono complessivamente quasi il milione e mezzo di copie vendute. Tra questi brani spiccano: Riccione dei Thegiornalisti, Pamplona di Fabri Fibra, Noi siamo Infinito, dell’ex Dear Jack Alessandro Bernabei (ennesimo brano sanremese) e Pezzo di Me di Levante.

Come un Alex Britti in terza persona, Dario alterna l’enorme successo commerciale dei singoli da lui firmati con la scrittura di pezzi decisamente più complessi, in questo caso suoi al cento per cento. Abbiamo infatti accennato a questo periodo come il vero e proprio inizio dell’esperienza Dardust, avviata con la pubblicazione del disco 7. Esso è un concept sonoro basato sull’esperienza di incisione e missaggio del disco stesso. Sette giorni per registrare le tracce, 7 mesi per produrle, sette le tracce del disco. Addirittura un intero film realizzato utilizzando le riprese di ben 3 live, proiettato al Cinema Piceno in un serata speciale. Non a caso il 7 di novembre.

Un dettaglio dei Funkhaus Studios di Berlino presso cui “7” è stato registrato. Suggestivo il piano orizzontale
privo del pannello copri-corde, in perfetto stile Dardust.

Un nuovo inizio a Neukölln

L’opening track di 7, risulta già nel titolo un diretto omaggio alla città che ha ospitato la registrazione del disco. Neukölln è infatti uno dei quartieri di Berlino, tra i più urbanizzati della città tedesca. Dario insieme al suo ensemble, già con questa prima traccia, riesce alla grande in due operazioni: trasportarci nella frenesia del paesaggio urbano tedesco (attraverso il climax di archi e percussioni) e al contempo nella calma assoluta, provata dell’astronauta sulla copertina del disco (questo attraverso le poche e imprescindibili note fuoriuscite dal piano).

Si prosegue col minimalismo di Sunset on M., il pezzo più noto del disco e allo stesso tempo uno dei più rappresentativi, sempre per quella strana consuetudine secondo cui la seconda traccia di un disco è un po’ la summa stilistica dello stesso. A seguire: Sommergibile in Aria, pezzo in cui esplode tutta la vena romantica di Dario, fatta di rimandi a Polenc e Satie (tra i compositori preferiti del musicista piceno). Nell’interludio che apre alla quinta traccia (Invisibile ai tuoi occhi) chiamato In the Clouds, Dario ci proietta appunto nelle nuvole. Ad una melodia ancor più minimale delle altre, segue un temporale che culmina in un interessante effetto noise sapientemente piazzato dal comparto elettronico.

Un riuscito abbraccio elettro-acustico

Con la già citata quinta traccia il producing esplode, ma sempre sotto forma di ronzio. Esso non sovrasta mai i colleghi analogici, contribuendo sapientemente al minimalismo generale. Sul finire del disco troviamo Angoli di Ieri, brano dal notevole riverbero che cattura accordi del piano, stridii degli archi e vocalizzi eterei allo stesso modo. In Enjoy the Light, ultima traccia del disco, culmina l’omogeneità delle parti. All’intro d’archi predominante segue il piano che indica la strada al producing. E stavolta esplode sul serio, coadiuvato dai forti colpi di piatti della batteria. È al piano che viene lasciato il compito di sfumare sull’outro di questo brano donando al disco un’elegante conclusione.

Nelle 25 date del tour promozionale, Dario Faini, Vanni Casagrande (producer) e il trio d’archi formato da Carmelo Patti, Simone Sitta e Simone Giorgini, riescono a trovare il tempo di fare un salto a Reykjavík per registrare quasi immediatamente un’altro lavoro. Ad un solo anno di distanza dall’esordio, viene pubblicato nel 2016 il secondo disco del quintetto. Tale: Birth, già dalla prima traccia risulta una cesura rispetto al disco precedente: l’opening track “The Wolf non stonerebbe affatto nelle playlist delle migliori discoteche. Certo, i notevoli arpeggi del piano non mancano, e con loro non sono certo spariti gli archi, ma il comparto elettronico si è evoluto, facendosi dominante (o almeno in parte).

Slow e Loud: la doppia anima di Birth

Cosa si intende per Slow e Loud? Definizione dei brani di Birth reperibile in un qualunque altro articolo che parli del disco? Ebbene, bisogna sapere che il concept del disco è basato sulla sua qualità di essere il legante tra 7 e Storm and Drugs, ultimo lavoro del progetto piceno. Da questo legame deriva una proporzione tale che “7 sta a slow come storm and drugs sta a loud“. Dario e suoi colleghi, hanno quindi cercato di mantenere Birth in equilibrio tra queste due carreggiate opposte. Vediamo se ciò è riuscito.

Già dalla seconda traccia possiamo notare questa doppia natura. Á Morgun / piano and string quintet lascia trasparire già dal titolo questa complessa bipolarità del disco. Possiamo facilmente rintracciare questo come il primo brano “slow”, collegato a livello di atmosfere con il seguente The Never Ending Road, nonostante quest’ultimo sia decisamente più “loud” e digitale. Proseguendo incontriamo la title track, chiaramente il brano più famoso del disco, col quale torna a bomba la dimensione slow incalzata da percussioni e un ritmo costante ma per nulla insistente. La prima parte del disco si chiude con Bardaginn (The battle), ancor più “discotecaro” di The Wolf e squisitamente percussivo. Lasciatevi spiazzare piacevolmente dall’outro senza distrarvi. Sarebbe un peccato.

Le cose belle avvengono sempre alla fine

È con questo bellissimo sottotitolo (qui tradotto in italiano) che si presenta la sesta traccia del disco. Dont’ skip è tanto ironico nel titolo quanto interessante e melodico nel producing, nonostante l’outro riveli la vera anima slow del brano. Seppur campionata, nel seguente featuring con Simone Cogo dei The Bloody Beetrots è presente la prima vera e propria voce. Take the Crown è infatti notevolmente strumentale, ma quel sostenuto “it’s closer humble breakin’ beat” impreziosisce il tutto donandoci uno dei brani più belli del disco. Seguito a ruota da un’altra perla, stavolta decisamente slow.

Slow is the new Loud è infatti il nome del brano. Torna l’ironia e torna fortissima l’emozione, grazie al brano più asciutto mai scritto finora da Dario e colleghi. Prosegue l’ironia con Gran Finale, in realtà penultima traccia del disco. Se nel brano precedente l’incontro tra le due anime del disco avviene tramite il titolo, qui l’incontro avviene con le note. Il brano risulta una rilettura loud di un pezzo slow, col producing che nel climax sovrasta archi e piano, melodicamente figli del pezzo precedente. Con Næturflüg (NightFlight), si conclude degnamente e simmetricamente il disco. Basta investire di un’ultima aura slow un piano, prima solo e poi coi rinforzi. E lasciarci col fiato sospeso, ad attendere un loud.

Dettaglio dei Sundlaugin Studios di Reykjavík,
noto studio di registrazione islandese dov’è stato registrato Birth.

Dardust Memories

Sarebbe superfluo e ridondante spendere altre parole sulla sua carriera. Abbiam già fatto un gran parlare di Dario fin dai tempi di Soldi, e sul suo terzo disco non ha tardato ad arrivare una nostra recensione. La sua presenza eterea e costante sul palco dell’Ariston è ormai stranota a tutti. Ma quest’anno: la rivelazione. Nella serata delle cover arriva il turno di Rancore, e sul palco c’è anche lui. Dario. Dario Dario Dario. Lo abbiam spesso ripetuto questo nome, fin dal titolo. Affinché si scolpisca nella memoria di coloro che associano Dardust ad un beat piuttosto che ad un essere in carne e ossa.

Davanti quel pianoforte, su quel palco, nella serata delle cover, non c’era solo un’autore, un mero esecutore o uno sforna-beat. Quel tale Dario Faini, in arte Dardust, è niente meno che uno tra i più interessanti musicisti viventi, italiani e non. Per quanto presenti in qualche campionamento, la sua musica non ha bisogno di chissà quali voci. Il suo piano a muro parla già da sé, con le sue corde in bella vista e quei suoi tasti toccati da un talento in perenne ascesa. Sfiorati o percossi lasciano sempre il segno. E tutto il resto è producing. Per questo e per mille altri motivi riteniamo che Dardust sia davvero in grado di trasformare le sue note -e quelle che dona in prestito ad altri- in oro puro. Esattamente, come un novello Re Mida.

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