Il periodo d’oro di Netflix è finito

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Abbonati in calo, concorrenza in rampa di lancio, e il primo grande crollo in borsa nella sua  storia recente: Netflix è davvero arrivato al collasso?

Il primo sigillo dell’Apocalisse annunciata con fin troppa fretta ai danni di Netflix, è infine stato aperto in data giovedì 18 luglio. Erano in molti, tra addetti ai lavori, semplici appassionati o diretti interessati, ad attendere il segnale che decretasse finalmente l’inizio della fine: quel segnale è rappresentato in questo caso da un eloquente -10.3% indicato da Wall Street due settimane fa, al termine dell’analisi di bilancio trimestrale. Per una società dal valore di Netflix, il dieci per cento equivale a 17 miliardi di dollari bruciati in poche ore. In due parole, il più grosso e violento crollo nella breve storia ella compagnia. Vediamo come è successo, e perché è importante.

L’innesco che ha portato Netflix a bruciare in un attimo una cifra così mostruosa è arrivato in seguito all’ufficializzazione del periodico report aziendale, che la società quotata in borsa è costretta a rendere pubblico per gli investitori. I numeri non parlano certo di flop definitivo, ma non si può più negare che il meccanismo si sia infine inceppato. In termini statistici, a frenare la corsa apparentemente eterna del colosso streaming sono stati i nuovi abbonamenti. O meglio, la mancanza di tali: dei 5.2 milioni di nuovi utenti previsti per il trimestre primaverile, i dati ne hanno registrati poco più di 2.7. Quasi la metà di quanto anticipato dagli analisti.

Lo psicodramma è maturato essenzialmente in patria, dove la bolla è stata raggiunta da tempo e la disaffezione è ormai palpabile: in USA, il periodo da aprile a giugno ha visto 126.000 persone abbandonare il servizio streaming. Dati tutto sommato infinitesimali se rapportati all’insieme: con i suoi 156 milioni di abbonati nel mondo Netflix può continuare a progettare con relativa serenità i prossimi exploit. Ma come anticipato ormai da diversi mesi, il periodo della crescita continua è ormai arrivato a conclusione.

Per dieci anni, la compagnia americana, partita come antiquato servizio di videonoleggio a domicilio, aveva imposto un monopolio in cui la mancanza di rivali andava a braccetto con l’efficienza della macchina. Dirigenti geniali e concorrenza inesistente avevano permesso alla compagnia di diventare l’unico detentore di offerta a fronte di una richiesta immensa. Una serie di ormai celebri accordi presi tra il 2010 e il 2011 con i colossi Disney, Warner, Universal e Fox permisero alla piattaforma di accaparrarsi per cifre irrisorie la distribuzione di pressoché ogni titolo in catalogo delle major. Lo streaming pareva una moda del momento, e persino la Casa di Burbank credette di fare un affare vendendo le esclusive di quasi un decennio di uscite.

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La storia parla da sé, e oggi quegli accordi non sembrano accontentare più nessuno. Sfruttando esclusiva e contenuti, Netflix ha chiuso lo scorso anno il suo primo decennio di attività streaming segnando in borsa un +8500%. Chi nel 2008 avesse investito per gioco cento dollari sul successo della visione casalinga via internet, oggi sarebbe pressoché milionario.

Disney, Warner, NBC Universal: i competitor di Netflix scaldano i motori

Da un anno a questa parte, immaginare il futuro della distribuzione post-Netflix è l’attività principale di molti analisti di settore, che hanno a questo punto dedicato fiumi di inchiostro digitale alla questione. Al netto delle sparate a cui logicamente si va incontro, dietro gli allarmismi esaltati si nascondono realtà dure da sminuire. I tempi del monopolio sono conclusi: si aperto un periodo storico in cui lo streaming sarà il primo dei mezzi di distribuzione, e non ci sarà major che non vorrà la sua parte. Di Disney+ si è parlato a più riprese: maxi catalogo in arrivo con l’intera produzione di Mickey Mouse, stipata in reparti rigorosamente family friendly, con prezzi migliori e brand insuperabili (Star Wars, Marvel, Avatar). Ma il discorso non si esaurisce al competitor principale.

I due maggiori successi del catalogo Netflix, come noto, non sono certo le esclusive, ma due classici della sitcom come The Office e Friends. E nessuno dei due è ovviamente un prodotto originale. NBC si riapproprierà della prima al momento del lancio del suo imminente NBC Universal; la Warner, reduce dalla fusione con il colosso mediatico AT&T, ritirerà la seconda già dall’inizio del prossimo anno. AT&T svilupperà personalmente la futura piattaforma della compagnia. Nel pacchetto sarà inclusa la HBO, proprietà di WarnerMedia.

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I punti a favore di Netflix restano i soliti, ormai assurti a mantra rassicurante degli investitori: affezione, offerta low-cost, e prodotti originali. Se i primi due saranno inevitabilmente smentiti o confermati da dinamiche personali a seconda degli spettatori, i numeri non mentono su ciò che riguarda la questione originals. Nell’ultimo anno, i ragazzi di Ted Sarandos hanno investito ben 12 miliardi nella produzione di contenuti esclusivi da mezzo mondo (come noto, Netflix ha il suo bacino maggiore in paesi extra-occidentali, dove spesso una connessione è l’unico mezzo per rapportarsi all’offerta cinematografica americana e non). Mentre i contenuti a marchio Disney spariranno presto, la baracca sarà tenuta in piedi esclusivamente dai pochi Big che la compagnia si prodiga a far uscire a cadenza stagionale.

La liquidità del contratto d’abbonamento permette di sganciarsi e tornare a bordo a piacimento, e moltissimi utenti accettano di buon grado di pagare la bassissima fee del servizio solo nei brevi periodi in cui Black Mirror, Bojack Horseman o Stranger Things furoreggiano nelle conversazioni dei social media. Proprio l’ormai mitica serie 80’s, vero fiore all’occhiello del catalogo per incidenza culturale, sarà chiamato a rimettere a posto i conti all’uscita dei dati di luglio-agosto-settembre. Ma è difficile sperare che 2.5 milioni di abbonamenti svaniti ricompariranno a bordo solo per il ritorno di Millie Bobby Brown. E il resto della produzione originale non sembra in nessun modo tenere il passo dei pochi fenomeni che la piattaforma è riuscita a creare; figurarsi con quelle proprietà decennali che presto sbarcheranno sui nuovi servizi in allestimento.

Quando le nuove offerte di tali servizi si stabilizzeranno su prezzi in linea con quelli attuali, e anche l’ultimo scrupolo affettivo sarà svaporato, solo allora potremo finalmente dire cosa resterà di questi anni di Netflix.