Dark Phoenix chiude il cerchio di una tetralogia fin troppo sottovalutata

Dark Phoenix sarà nelle sale dal 6 giugno 2019.

Dark Phoenix

Che il 2019 sia un anno di conclusioni è sotto gli occhi di tutti. Si è iniziato con Avengers: Endgame e si arriverà all’ultimo (ma non ultimo) Star Wars. Nel mezzo, troviamo anche gli X-Men con Dark Phoenix dopo una serie infinita di rimandi e dopo una rapida riscrittura del finale. Prima di iniziare, c’è da fare una piccola premessa doverosa, che andrebbe tenuta ben salda in mente per ogni cosa che si guarda e che concerne soprattutto la serialità. Non sempre quello che ci aspettiamo che accada è la cosa giusta per ciò che riguarda la narrazione o la scrittura. E il giudizio finale dovrebbe partire sempre da questo assunto. Le aspettative che uno si crea, essendo soggettive, vanno messe da parte. Sempre e comunque. Perché poi il giudizio in questione diventerebbe parziale e figlio della pancia, non della testa. Detto ciò, parliamo di questo Dark Phoenix.

C’era il bisogno di riscattare Apocalypse, di tornare ai fasti di First Class e Giorni di un Futuro Passato. Un bisogno che ha creato molta pressione su Dark Phoenix, anche per via del fatto che è tratto da una delle saghe di fumetti più importanti e belle nel genere della nona arte. Per ovvi motivi di messa in scena in primis, il film si distacca parzialmente dal fumetto. E Simon Kinberg ci mette la faccia, passando anche alla sua prima regia dopo innumerevoli sceneggiature. Tra cui il secondo filone degli X-Men.

Archiviato Apocalisse, gli X-Men sono “costretti” ad andare nello spazio. per salvare degli astronauti da una strana tempesta solare che li sta per raggiungere. Una missione apparentemente suicida ma il professor Charles Xavier (James McAvoy) è riuscito finalmente a far entrare i suoi ragazzi nelle grazie della società tutta che finalmente ha smesso di guardarli con paura e diffidenza. Il passo però è più lungo della gamba e qualcosa va storto.

Dark Phoenix

La missione si conferma suicida e Jean Grey, interpretata dalla bravissima Sophie Turner, viene investita da questa particolare tempesta solare. Fortunatamente sopravvive ma qualcosa dentro di lei la sta facendo cambiare. E qualcuno vuole prendersi il suo potere, nettamente aumentato dopo l’incidente. In altre parole, onde evitare spoiler, ci sarà una vera e propria caccia alla Fenice, la quale inizierà a scoprire cose del suo passato che non la renderanno del tutto contenta, per usare un eufemismo. L’alchimia tra il confermatissimo e perfetto cast vacillerà non poco. Tante, forse troppe, le frizioni tra i mutanti che vedranno in Xavier e nella sua morbosa volto di far accettare i mutanti, la causa principale della follia di Fenice.

Dopo un breve incipit che ci introduce un momento chiave di tutto il film, come una sorta di MacGuffinDark Phoenix prende il via senza troppi giri di parole. Questo capitolo conclusivo di una delle saghe più amate e sottovalutate nel panorama dei cinecomics presenta una struttura tripartita che viaggia di pari passo con la nostra protagonista e il suo progressivo cambiamento. Un gioco dialettico fondato su tutta la filosofia che gli X-men racchiudono, ossia la soddisfazione del desiderio di trovare identità ed integrazione. Il tutto giocando sulle antitesi, su quello che si voleva fosse fatto in luogo di quello doveva essere fatto. Il confronto tra bene e male abbraccerà costantemente Fenice, scatenando una vera e propria guerra dentro sé stessa. La quale culminerà con un finale che lascerà lo spettatore con la bocca aperta.

Dark Phoenix

Ripetere due piccoli capolavori come i primi due capitoli di questa tetralogia era molto complicato. Viceversa era molto facile non cadere negli errori di Apocalypse. In questo contesto, Dark Phoenix si colloca esattamente nel mezzo, preferendo non osare piuttosto che tentare di intraprendere una via meno sicura ma sicuramente più coraggiosa. Il film decide quindi di rimanere nella safe zone degli stilemi classici del genere, però senza mai scendere in profondità. Il che non deve essere visto necessariamente come un male. Dark Phoenix mette in scena quello che deve essere messo in scena e raccontato. Quello per cui gli X-Men sono stati creati ossia raccontare lo sviluppo dell’essere umano in età adolescenziale. In tal senso, l’ultimo capitolo porta sullo schermo questa filosofia a pieno, mostrando la ricerca d’equilibrio interiore che c’è stata in ognuno di noi. E che non molti sono riusciti a trovare.

Il microcosmo interiore di Fenice, caratterizzato da domande e questioni esistenziali su bene e male, viene trasportato anche al macrocosmo del collettivo che l’aveva presa sotto la sua ala protettrice. Il processo formativo diventa quindi la pietra fondante di Dark Phoenix. L’azione viene sempre affiancata dal pensiero dalla riflessione, nel classico connubio equilibrato. Cosa non di poco di conto, considerata anche l’esistenza della via ancora più facile tutta CGI e stupore visivo. Ora è tempo di voltare pagina ed attendere l’arrivo del nuovo ciclo dei mutanti, i New Mutants. Intanto però potremo sempre guardare con una certa nostalgia questa saga composta da ben dieci film in cui, fortunatamente, quelli belli superano quelli mediocri. Cosa che non tutte le saghe possono vantare.