Nomad: in the footsteps of Bruce Chatwin di Werner Herzog, la Recensione

Nomad: in the footsteps of Bruce Chatwin, la Recensione
Nomad: in the footsteps of Bruce Chatwin, la Recensione

A trent’anni di distanza dalla morte di Bruce Chatwin, Werner Herzog gli dedica un intero documentario, ripercorrendo la sua vita e le sue opere. Legami indissolubili tra due amici fraterni, influenzati l’uno dall’altro. Una storia intima, quella narrata in Nomad: in the footsteps of Bruce Chatwin, e approfondita su una visione comune dell’arte, pur essendo diversi nel mezzo. Da un lato, il libro. Dall’altro, il film.

Werner Herzog prende in prestito la suddivisione in capitoli tipica del libro per raccontare la vita artistica di Chatwin, morto a soli 49 anni a causa dell’AIDS. Si parte con In Patagonia, con quel lembo di pelle di un presunto brontosauro ritrovato proprio nella zona più a Sud del continente americano. Mano a mano che Nomad: in the footsteps of Bruce Chatwin prosegue, il regista di capolavori come Fitzcarraldo, Herzog, ritrae Chatwin uomo ancor prima che artista.

Scava a fondo nei suoi lavori attraverso letture di brani tratti dai suoi libri, mettendo a nudo la sua ricerca sul nomadismo e sul viaggio. Quest’ultimo, visto come non un semplice spostamento corporale quanto più come arricchimento dell’animo umano. E quindi si prosegue con le tribù aborigene, la Via del Canto e tutti quei riti ancestrali che si stanno perdendo nel tempo.

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Ciò che balza all’occhio di questo Nomad: in the footsteps of Bruce Chatwin è senza dubbio il legame artistico che lega Werner Herzog con Chatwin. In particolare, l’inizio della carriera del regista tedesco con quel film che risponde al nome di Segni Di Vita e l’inquadratura dei mulini a vento. Proprio quello scorcio generò in Chatwin la locuzione “landscape of soul“, il paesaggio dell’anima.

Nomad: in the footsteps of Bruce Chatwin, la Recensione
Nomad: in the footsteps of Bruce Chatwin, la Recensione

Emblematico questo aneddoto rispetto all’unione artistica di questi due iconici autori. Il documentario prosegue poi con il racconto di Cobra Verde, film molto importante per Herzog. In primo luogo, perché segnò la fine della collaborazione tra il regista e Klaus Kinski. Secondo poi, perché è tratto dal libro scritto da Chatwin, Il Viceré di Ouidah.

Racconta Werner Herzog che Bruce Chatwin presenziò sul set, nonostante la malattia che lo stava lentamente distruggendo. L’ultimo momento in cui i due riuscirono a vedersi prima che l’AIDS rendesse Chatwin impossibilitato al movimento. Durante quest’ultimo periodo, racconta Herzog, Chatwin chiese di poter vedere il suo ultimo film girato, Woodabe – I Pastori del Sole.

Nomad: in the footsteps of Bruce Chatwin è inoltre arricchito da moltissimi paesaggi che Chatwin aveva calcato, oltre che da interviste preziosissime come quella alla moglie Elizabeth. Una donna ancora provata e fortemente innamorata di un uomo che ha dato moltissimo alla letteratura contemporanea. Le suggestive immagini di Herzog raccontano meglio di qualsiasi altra parola quello che Chatwin significava per lui. E per il mondo dell’arte, tutta.