Ghost in the Shell – Recensione

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Sapevamo tutti quanto potesse essere rischioso, portare nuovamente al cinema, uno dei capisaldi dell’animazione giapponese. Ghost In The Shell, pellicola diretta nel 1995 da Mamoru Oshii, ha saputo guadagnarsi il rispetto di molti, non solo per la sua profondità e complessità, ma anche per essere diventato una grande fonte d’ispirazione. Dai Fratelli Wachowski (ora sorelle) a Steven Spielberg, il film è noto anche per essere stato uno dei primi anime ad aver fuso con successo l’animazione tradizionale con quella prodotta al computer.

Basata sul manga giapponese, scritto da Masamune Shirow, la storia è ambientata a Tokio, in un futuro non troppo lontano. Il Maggiore, interpretato da Scarlett Johansson, è il primo essere del suo genere: un’umana salvata da un terribile incidente e modificata ciberneticamente allo scopo di ottenere il soldato perfetto, il cui compito è quello di fermare i criminali più pericolosi del mondo. Quando il terrorismo raggiunge un nuovo livello che prevede la capacità di penetrare nelle menti delle persone e controllarle, il Maggiore è l’essere più qualificato per contrastarlo. Mentre si prepara ad affrontare un nuovo nemico, il Maggiore scopre però che le hanno mentito: la sua vita non è stata salvata, le è stata rubata. Quindi si non fermerà davanti a nulla pur di recuperare il proprio passato, scoprire chi le ha fatto ciò e riuscire a bloccarlo prima che possa fare la stessa cosa ad altri.

Come dicevamo prima, Rupert Sanders, regista dello sfortunato Biancaneve e il Cacciatore, si prende la responsabilità di creare un universo condivisibile. L’intento è quello di soddisfare i fan e far scoprire, a un pubblico completamente ignaro, le atmosfere e i personaggi di questa saga. Intento che non riesce nel migliore dei modi. La sceneggiatura diventa uno dei problemi principali e purtroppo la pellicola ne risente moltissimo. Scarlett Johansson si dimostra convincente e in piena sintonia nei panni della protagonista, ma è l’unica ad avere importanza nella storia. I personaggi secondari risultano essere solo di contorno e privi di una vera e propria caratterizzazione. Un dettaglio che fa storcere il naso, dal momento che non vengono sfruttati appieno nomi importanti, come quello di Takeshi Kitano. Nonostante tutto, la sua è un’interpretazione potente, glaciale, in grado di rispecchiare alla perfezione la sua filmografia, ma le scene in cui compare,  sono davvero poche e questo è veramente un grandissimo peccato. Tuttavia la pellicola ha anche dei pregi e sono proprio questi, che riescono a risollevare l’intero progetto. L’impatto visivo risulta sin da subito notevole, la storia è ugualmente interessante, le scenografie fanno il loro dovere e la colonna sonora, elettronica e pungente, aggiunge quel tocco in più all’atmosfera.

Sicuramente non piacerà a tutti, anzi, forse alcuni lo detesteranno, complice anche un affetto morboso nei confronti delle precedenti pellicole, ma se non avete mai visto Ghost In The Shell e volete avvicinarvi con occhio curioso alla saga, questa pellicola potrebbe fare al caso vostro, specialmente se amate la fantascienza, ma sappiate che siamo lontani anni luce dal film originale di Oshii.

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