Velvet Buzzsaw: recensione dell’horror di Netflix sull’arte

Dan Gilroy dirige Jake Gyllenhaal in un film sul mondo dell'arte. Le tante potenzialità del soggetto si vanificano in una scrittura poco concreta e molto dispersiva.

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È il triangolo di arte, soldi e morte ad ispirare Dan Gilroy per Velvet Buzzsaw, produzione originale Netflix. Il regista de Lo Sciacallo ritorna con un film dai lineamenti horror sul mondo dell’arte e la sua mercificazione. Morf Vandewalt, un critico d’arte frivolo ed egocentrico interpretato da Jake Gyllenhaal, è uno dei critici d’arte più influenti di Miami. Espositori ed artisti dipendono fortemente dalle sue recensioni tanto da spingersi al suicidio in caso di responso negativo.

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Morf s’innamora di Josephina, arrivista del mondo dell’arte che instaura relazioni personali con personaggi influenti per manipolarli. Quest’ultima riscopre dei dipinti di un artista solitario morto in circostanze misteriose per esporli e guadagnare notorietà. La storia dei dipinti è, invece, più intricata di quanto può apparire e la loro mercificazione porta a conseguenze nefaste.

Velvet Buzzsaw rientra in un particolare filone di film che si muove nel “dietro le quinte” del mondo patinato delle gallerie d’arte, degli espositori e di artisti del post-moderno aggrappati alla sottile corda delle tendenze modaiole. L’idea di saldare questo canovaccio ad un impianto vagamente horror è certamente originale ma sicuramente mal riuscita.

I dipinti del defunto artista, con uno stile a metà tra quello di Lucian Freud (non a caso richiamato nel film) e Francis Bacon, sono a prima vista ipnotici, poi generano catarsi e l’ultima fase non può essere che quella della morte. Una morte dannata per aver approfittato del dolore dell’artista che li ha disegnati. È questa l’unica “morale” che si può ricavare da Velvet Buzzsaw, una critica sterile ad un mondo che è già dichiaramente aberrante e spersonalizzato.

Velvet Buzzsaw: l’impianto horror è poco convincente

Per rendere appetibile un film che tratta di una tematica poco esplorata dai blockbuster vengono inseriti alcuni elementi splatter che sottraggono di credibilità al discorso accennato poco prima. L’impianto narrativo alla Final Destination non rende Velvet Buzzsaw un horror e distrugge quella atmosfera di thriller che si respira per pochi istanti durante il film.

Gli elementi “soprannaturali” che caratterizzano la sceneggiatura sono mal inseriti e non contribuiscono all’evoluzione della storia la quale rimane inchiodata ad una cerchia di personaggi che poco si compenetrano a vicenda. Non basta proporre una sigla iniziale, richiamando l’uso cinematografico del passato, per convincere lo spettatore di essere in un clima di finzione.

La caratterizzazione dei personaggi e la loro scrittura poco differisce dai vari clichè ben noti a tutti sul mondo dell’arte. Salvo alcune ottime interpretazioni, come quella del camaleontico Gyllenhaal ottimo per ogni ruolo, che muove tra un’ipocrita fascinazione per l’arte e l’impersonificazione della superficialità. Poco chiari sono anche i ruoli del pittore Piers (John Malkovich), una semplice figura di contorno non funzionale alla trama, e della sfortunata assistente Coco su cui si chiude il film.

Altrettanto oscuro è il titolo dato al film. A quanto ci è mostrato, Velvet Buzzsaw è il nome di un gruppo punk che è citato un paio di volte durante il film. Rimanda al passato di una delle protagoniste, probabilmente “puro e sincero” in contraddizione con la finzione della realtà artistica contemporanea. Provare quindi a dare un significato alle numerose sottotrame aperte, mai chiuse e poco funzionali alla narrazione, è difficile. In sostanza a regnare in Velvet Buzzsaw, più che la satira e la suspance, è semplicemente la confusione.

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