Lo chiamavano Jeeg Robot – Il primo film di genere italiano dopo Caligari

Mentre allo scadere degli anni Settanta l’interesse era indirizzato completamente verso quelle epopee pop figlie della nuova televisione commerciale, il Cinema di genere italiano, che non prese esempio dall’evoluzione dell’apparato produttivo statunitense, perse completamente la sua forza attrattiva.

Che se ne dica Lo chiamavano Jeeg Robot è il primo film italiano di genere dopo Caligari. E’ il prodotto satiresco finale di un processo d’introiezione delle emittenti commerciali, delle nuove tendenze, di mode, di etichette che sembrano essere di fatto le uniche figure in grado di attribuire un’identità all’individuo.

Lo chiamavano Jeeg Robot

“Me so stancato de rimanè inchiodato qui.. Crocifisso ar muro”

Tutto ciò converge alla radice della costruzione dei personaggi di Mainetti e dell’immagine  tragicomica dissacrante e tristemente attuale di un mondo devoto alla tecnologia ed internet. Un mondo in cui il dispositivo è una presenza dispotica vestita del dolore dello scontro tra Eros e Thanatos: tra un contenitore televisivo che consola ed un Iphone in grado di fracassare un cranio.

Personaggi alienati, dipendenti, tormentati: Alessia (Ilenia Pastorelli) una donna-bambina con precedenti d’abuso familiari e la mania per Jeeg Robot d’acciaio, la sua  unica sua difesa contro un mondo che non le appartiene più – rappresenta il giovane pubblico pomeridiano. Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), sfoga la sua consapevole inutilità ed il suo egoismo tramite il consumo compulsivo e spassionato di dvd porno mentre mangia yogurt – rappresenta il pubblico della notte. Fabio Cannizzaro “Lo Zingaro” (Luca Marinelli) vuole diventare il detentore di tutti record su YouTube, una Chiara Ferragni della malavita di borgata con paillettes e tacchi a spillo – rappresenta il pubblico dei megashows e dei social.

Mainetti è riuscito ad evocare un pubblico nuovo, evoluto e lo rende partecipe di un viaggio verso un nuovo Cinema, Lo chiamavano Jeeg Robot è molto più della somma dei prodotti che lo compongono, si serve di questi e ne delinea una nuova prospettiva: riesce a conquistarsi, in quella che definiamo cultura pop che altro non è che “la copia di una copia di una copia..“, il merito di essere un originale.

Il film si potrebbe definire un nuovo ritratto del proletariato pasoliniano in chiave nerd e scopre al pubblico una realtà incredibilmente nuova anche se la vive da sempre.

L’evoluzione di Enzo Ceccotti ad Hiroshi Shiba è un viaggio: dapprima povero ed egoista, in un substrato di periferia come Torbella Monaca – dove c’è troppa sofferenza per dar voce alle emozioni, grezzo  specchio di una società basata su prevaricazione e narcisismo – poi con l’intromissione petulante della figura di Alessia si riempie di significato esistenziale e sociale “Ma te sei n’supereroe mica poi annà a rubbà… C’è un sacco de gente da salvà”.

Un viaggio iniziato dai piedi di un divano in un appartamento di periferia fino ai bordi più alti del Colosseo dove sorveglia la città, perchè tutti noi abbiamo bisogno di un eroe, come recita l’excipit del film:

“Enzo Ceccotti era davvero un eroe, come ama definirlo oggi la gente? I benpensanti commiserano le terre sventurate e bisognose di eroi. Ma la verità è un’altra: la presenza di qualcuno che veglia sulle nostre vite ravviva la speranza in un futuro migliore”.

Vincitore di due Nastri d’Argento e ben 7 David di Donatello, Jeeg è destinato a restare ancora a lungo nella memoria collettiva e nei cuori di noi italiani.

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