The Hateful Eight – Recensione del penultimo film di Tarantino

the hateful eight

L’aspetto, forse, più interessante del cinema di Tarantino è la sua origine che potremmo definire “popolare”.

Volendoci spiegare meglio bisogna premettere, innanzitutto, l’immenso amore più volte dichiarato dallo stesso regista nei confronti del cinema. Tarantino nutre una passione smodata per lo spettacolo filmico. Ed è proprio questa che lo ha sospinto a produrre opere di proprio pugno. All’interno delle quali rientra profondamente tutto il suo entusiasmo, scavando a piene mani nel vasto panorama costituito dai film che hanno segnato il suo personale percorso.

Il cinema di Tarantino, tutto, ruota attorno al gioco della citazione e degli omaggi. Nei quali si possono rinvenire gli elementi che ne hanno influenzato lo sugardo.

Ed è grazie appunto a questa sua caratteristica che ne fa un regista assolutamente pop, che Tarantino ha trovato i favori sia del pubblico che della critica. Riuscendo a colmare quello scarto che separa l’autore e il suo pubblico. Provenendo in origine da quello stesso pubblico, e quindi conoscendone i gusti e le esigenze.

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The Hateful eight recensione

E in The Hateful Eight vi rientrano, forse, il maggior numero di riferimenti, non sempre palesi, ad un cinema di genere cui Tarantino ha dichiarato di essere particolarmente affezionato. Quello western. Che diventa, ora, oggetto di un’interessante esperimento volto alla commistione di generi. Piegandolo alla forma del giallo. The Hateful Eight, risulta un’interessante opera ibrida che fonde gli elementi stilistico-estetici del western alle componenti strutturali-narrative del giallo deduttivo. Non sono gli spaghetti-western a rientrare in questa penultima opera di Tarantino. Che hanno sempre trovato spazio nei film precedenti. Non ci sono duelli tra figure archetepiche antieroiche, nè tra categorie individuali portatrici di valori o vizi.

In The Hateful eight viene messo in scena lo scontro, come suggerisce il titolo, tra personaggi negativi e spregievoli. Opposti l’uno all’altro dalla semplice volontà di sopraffarsi per non essere sopraffatti. Manca, inoltre, la classica ambientazione western, da frontiera, luoghi desertici e desolati, avvolti da un calore soffocante e palpabile. The Hateful eight, riprende una sottocategoria del genere western. Che pone la scena in paesaggio altrettanto desolati, ma opposti per clima. Sulle innevate montagne del Wyoming. Dove la vita sembra addirittura più dura. Esasperando una tendenza, forse anche contemporanea considerando The Revenant ad esempio, che vuole distaccarsi dai classici canovacci stilistici per riadattare un genere ormai consolidato.

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The Hateful eight recensione

Riproponendolo in nuove chiavi di lettura. Tarantino piega The Hateful eight alle esigenze narrative del giallo, ponendo al centro della storia un inganno, una farsa.

Cui un cacciatore di taglie dalla natura investigativa è chiamato a svelare. Il maggiore Marquis Warren, interpretato da Samuel L. Jackson, riveste I panni del detective improvvisato. Ritrovandosi in un emporio insieme a degli sconosciuti, bloccato da una tormenta di neve, ne scoprirà gli inganni con grande arguzia e senso deduttivo. Dirigendosi, tuttavia, verso il classico finale tarantiniano in cui ogni personaggi verrà condotto alla propria.

In un crescendo di tensione e pathos emotivo, costruito sugli espedienti narrativi della suspense e della sorpresa.

Volendo riprende le fortunate e intuitive considerazioni di Hitchcock. The Hateful eight è strutturato con una lunga, e forse a tratti esasperante, parte introduttiva. In cui I vari personaggi vengono presentati, di modo da creare le fondamenta per un scontro in crescendo. La cui tensione accumulata conduce ad un esplosione del racconto. Riprendendo si potrebbe dire una sorta di cinema delle attrazioni. In cui il tutto è volto al raggiungimento di un acme emotivo. E così Tarantino porta lo spettatore all’interno di quell’emporio, dopo un lungo viaggio alla scoperta dei suoi soggiornatori temporanei.

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Inducendo la creazione di un legame empatico con Warren, catapultando il pubblico su quella stessa dimensione percettiva. Avvertendo costantemente l’impressione di essere ingannati, che qualcosa non vada. Nutrendo un sentimento di diffidenza e incertezza, propria anche dei personaggi vagamente più positivi, sul quale è costruito l’intero film. Fino al palesamento di quelle menzogne, cui cadono vittima gli ospiti dell’emporio. Persino quelli innocenti, che non vengono risparmiati dalla spietatezza degli avventori.

Ed è anche questo uno degli aspetti più interessanti da notare in The Hateful eight, l’efferreta spietatezza e violenza. Caratteristica del cinema tarantiniano, ma ora apparentemente accresciuta. Quella espressa i The Hateful eight è una violenza ancor più insensata e inarrestabile. Motivo per cui il film è stato ingiustamente tacciato di misogia e razzismo, in un’epoca del politicamente corretto. Non volendoci soffermare, in questa sede, su questi aspetti relativi alla circolazione del film, passeremo oltre.

Puntiamo il riflettore, ancora una volta, sulla qualità citazionistica dell’opera di Tarantina. Che richiama ora anche a se stessa. Trovano spazio, come detto, numerosi riferimenti ad altre opere, come anche quelle di Tarantino in persona. Che in The Hateful eight opera un processo di autocitazionismo, inserendo elementi ripresi dal suo stesso cinema. Tornano gli elementi che hanno reso grandi I film precedenti, come Le iene, Pulp Fiction ecc. Stesse ambientazioni, dialoghi e personaggi. Portando quel processo di ripresa e rielaborazione di un cinema precedente, ad un livello superiore. Coinvolgendo, e inserendovi all’interno, la sua stessa opera ormai consolidato all’interno del panorama cinematografico.

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