The Revenant – Recensione

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Una voce sussurra alcune parole: “Finchè avrai ancora un respiro, combatti. Tu respiri. Continua a respirare”.

The Revenant è una pellicola di Alejandro González Iñárritu scritto dallo stesso Iñárritu e da Mark Lee Smith, tratto dal romanzo La vera storia di Hugh Glass di Michael Punke. La pellicola racconta la storia di Hugh Glass (Leonardo DiCaprio), un cacciatore di pelli realmente vissuto. Il film ha ottenuto diversi premi tra cui il premio dell’Academy per il migliore attore protagonista a Leonardo DiCaprio, il premio per la miglior fotografia a Emmanuel Lubezki e infine il premio per la miglior regia a Alejandro González Iñárritu. Nonostante si sappia molto della vita di Hugh Glass ai confini delle terre inesplorate americane, gran parte delle storie su di lui sono ritenute esagerazione e leggende. Tuttavia Hugh Glass  era un vero esploratore statunitense, un trapper e una guida; diventato poi il simbolo del mito della frontiera e dell’esplorazione.

Parole che mostrano fin dalle prime sequenze il significato dell’opera: mai arrendersi, combattere fino al’ultimo respiro e sopravvivere. Una sequenza iniziale che può apparire disorientante per lo spettatore, catapultandolo in un’atmosfera onirica e confusa, ma allo stesso tempo avvolgente. Conclusa la breve introduzione, Alejandro González Iñárritu dà prova della sua esperienza e della superba abilità registica grazie a lunghi piani sequenza che impediranno allo spettatore di staccare gli occhi dallo schermo.

Un gruppo di cacciatori di pelli sta per mettersi in viaggio, quando improvvisamente viene attaccato dai feroci Arikara;molti cadono, il sangue scorre.

I superstiti si danno ad una frettolosa fuga su una piccola barca,  ma molte delle pelli sono andate perdute. Una volta abbandonata la barca per sfuggire agli Arikara assetati di sangue, il gruppo di cacciatori segue i suggerimenti di Hugh Glass, iniziando un viaggio attraverso le montagne per raggiungere il forte più vicino. Glass solo in avanscoperta viene gravemente ferito da un orso Grizzly, che tuttavia riesce ad eliminare.

Ripreso il viaggio i compagni credono che Glass sia ormai spacciato. Il figlio Hawk e altri due cacciatori, Bridger e Fitzgerald (Tom Hardy), rimangono con lui con il compito di vegliarlo fino all’ultimo momento per poi dargli una degna sepoltura. Fitzgerald, rimasto unicamente per la ricompensa promessa, si rivela spietato e crudele. Mentre cerca di convincere Glass a suicidarsi, si scontra con Hawk uccidendolo davanti agli occhi dell’impotente padre. Glass viene abbandonato al suo destino. Dopo essere uscito a fatica dalla fossa dove stava per essere sepolto vivo, giura vendetta sul corpo del figlio;  comincia a trascinarsi per i boschi, cercando di sopravvivere con ogni mezzo, spronato dalla rabbia e dalla sete di vendetta.

Un film spettacolare che strega lo spettatore con l’affascinante fotografia di Emmanuel Lubezki (candidato otto volte all’Oscar). Una fotografia estremamente suggestiva, ipnotizzante, fatta per stupire e mostrare tutta la maestosità e la potenza della natura. Dalle montagne innevate a scroscianti cascate, dalle distese di foreste che si perdono nell’orizzonte alla luce “spenta” del sole nelle ore del crepuscolo. Gran parte della pellicola è stata girata solo durante le ore crepuscolari, per sfruttare la luce naturale. La vicenda è ambientata nella prima metà dell’Ottocento in Nord Dakota, in un freddo inverno, ma la location scelta per le riprese è ben lontana dal Dakota. Gran parte del film è stata infatti girata in Columbia Britannica e nella Terra del Fuoco.

L’ottimo cast ha contribuito ulteriormente ad esaltare una pellicola straordinaria.

Leonardo DiCaprio dice poche battute nel corso del film. Per gran parte del tempo geme o grugnisce, dando vita a un personaggio sofferente, guidato dall’odio, dall’ira e da istinti primordiali. Soprattutto in cerca di una spietata vendetta per ciò che gli è stato fatto. Una grande interpretazione fisica. DiCaprio stesso affermò in un’intervista che ha dovuto indossare una pelliccia d’alce e una di orso pesanti 45 chili, rischiando più volte di cedere all’ipotermia. Un mese dopo dichiarò di aver lavorato anche con la febbre alta; in modo da sfruttare ogni malanno per rendere ancora più autentica la sua interpretazione. La tosse continua che si sente nel film non è infatti simulata, bensì dovuta alla vera bronchite che lo colpì.

Tom Hardy con l’interpretazione del feroce e brutale Fitzgerald dimostra ancora una volta tutta la sua capacità interpretativa, riuscendo ad incarnare il perfetto prototipo del bruto incapace di pietà e rimorso.

Iñárritu con quest’opera dimostra ancora una volta le sue grandi capacità registiche

Il regista messicano realizza spettacolari inquadrature, fra cui si distinguono diversi piani sequenza. In particolare quelli realizzati per la scena iniziale, durante il combattimento tra cacciatori e Arikara, e l’attacco dell’orso. La sequenza è stata girata in tre-quattro giorni in una foresta che si trova vicino al fiume Squamish (British Columbia). Glenn Ennis ha interpretato l’orso indossando una tuta blu. Il materiale è stato poi montato per dare l’impressione che si trattasse di un’unica, lunga, ripresa e sono stati aggiunti in digitale degli effetti che permisero di far sembrare più realistico ogni movimento dell’animale; stando attenti anche alle conseguenze della sua presenza sull’ambiente.

Al di là di tutto l’intera opera racconta una storia di uomini che conquistano la terra con violenza, sia nel senso politico della distruzione dei popoli che la abitano, sia in quello titanico del desiderio di sottomettere gli elementi. Iñárritu con The Revenant cerca di ricordare al popolo americano le origini violente della loro nazione, nata in seguito a uno dei genocidi più grandi della storia. Il film infatti si schiera senza remore dalla parte della natura e dei nativi, tanto che il suo eroe e protagonista è un mezzo-nativo. Un uomo che porta con sé la conoscenza della terra insegnatagli dai pawnee; la tribù con cui visse e in cui trovò sua moglie.

The Revenant è un’ottima pellicola, frutto del genio di un grande regista che ha saputo creare un’opera scenografica, originale e coinvolgente. 

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