La Scimmia presenzia: Baustelle alla Masseria Mavù, Locorotondo

Nella cornice del suggestivo Locus Festival, siamo andati a sentire i Baustelle che da vent'anni raccontano l'amore e la violenza in modi sempre diversi. Ecco come ce li hanno spiegati stavolta.

Baustelle

Articolare la vita sui sintetizzatori non è facile. I Baustelle ce la fanno da anni, ed eravamo curiosi di sapere cosa avrebbero escogitato stavolta.

I concerti dei Baustelle sono ormai da anni definiti come un’esperienza multisensoriale che coniuga in poco meno di due ore la meditazione profonda, l’arroganza da adolescente e il clubbing. Volevamo verificare personalmente se fosse vero, e il 28 luglio siamo accorsi alla Masseria Mavù a Locorotondo (Bari), una delle località scelte per l’edizione annuale del Locus Festival, alla quale quest’anno prendono parte anche i Baustelle, per il tour promozionale del loro nuovo album L’amore e la violenza volume 2.

Il Locus è una delle realtà più vive in Puglia: ogni anno riesce a portare in Valle D’Itria artisti di calibro internazionale (Ben Harper e Kamaal Williams tra i nomi caldi di questa edizione) e perle del panorama italiano (Ghemon, Cosmo, Calibro 35) calandole in un contesto suggestivo e retrò a contatto con la natura, che rende i concerti stessi esperienze di relax e di euforia insieme. Come sarebbero riusciti i Baustelle a mescolare i synth e le chitarre acustiche con la campagna barese?

Con la calma e l’eleganza che li contraddistingue da sempre.

Il gruppo di Montepulciano, davanti ad un pubblico accorso da tutta la Puglia, sale sul palco sfoggiando un dress code di un’eleganza che mette quasi a disagio e con estrema delicatezza iniziano lo show con un’insegna al neon che lampeggia sullo sfondo e una delle più grandi provocazioni che la loro penna abbia mai cucito su di un foglio: La Guerra E’ Finita.

L’ensemble composta da due chitarre, basso, batteria, le due voci complementari di  Francesco Bianconi e Rachele Bastreghi e una marea di tastiere, sintetizzatori, mellotron sembra cristallizzata, immobile, e riesce a cantare dell’amore più struggente (Veronica Nr.2, Perdere Giovanna) e dell’esistenza più cruda (Le rane, Il liberismo ha i giorni contati) senza mai scomporsi.

Durante un intermezzo di pura elettronica che squarcia la raffinata Lei Malgrado Te, luci spente e tutti chinati sui propri strumenti, sembra di trovarsi in un laboratorio della Nasa piuttosto che ad un concerto. Ma proprio il contrasto tra l’apparente apatia del gruppo e la carica emotiva di ciò che stanno suonando crea un’atmosfera unica, che riesce a catapultarti nel loro mondo. Come se ogni spettatore fosse solo davanti a loro.

I Baustelle però riescono anche a divertirsi e a divertire giocando con i contrasti.

Nonostante la calma atarassica con la quale gestiscono il live, i Baustelle riescono a non annoiare e si lasciano scappare improvvisazioni (il duetto di Bianconi e Bastreghi sulla stessa tastiera durante La morte (non esiste più)) e manifestazioni di affetto, sigillate sempre da un composto e gelido “Molte grazie” sussurrato dalla voce bollente di Bianconi.

Il concerto è davvero una lunga e profonda meditazione, incorniciata dalle luci mai esagerate e dalla scritta al neon “Baustelle” sullo sfondo che trasforma la masseria Mavù in un drive-in. Un’atmosfera d’altri tempi per brani attualissimi, come dimostra il coro: “Perché l’amore è negativo, perché la pace un giorno finirà, il nostro cuore sporco e cattivo, il vero amore ci distruggerà”, cantato a squarciagola da tutto il pubblico. Momenti di buio assoluto nei quali i tecnici modificano l’assetto del palco, affollato da tastiere e sintetizzatori, fanno da preludio ad un caleidoscopio di luci e suoni nel quale i Baustelle si muovono attraverso i passi vellutati della voce di Bianconi e i graffi delle corde vocali di Bastreghi.

I Baustelle si confermano una band interessantissima per la loro capacità di giocare con gli opposti e gli ossimori, di cantare di “pomiciare una troietta qualunque” in giacca e cravatta, di infilare canzoni semplici in una scatola di tastiere e retaggi synthpop, di scrivere pezzi che sono senza dubbio definibili classici”, perché dopo quasi vent’anni hanno ancora qualcosa da dire. Ne è l’esempio il duetto su Gomma, dal glorioso primo disco, che non smette mai di raccontare una storia. Non una storia qualsiasi, ma delle tragedie ben precise.

Sono riusciti a trasformare una masseria in un ritrovo nostalgico per moderni ma non troppo. Cosa volete di più?

Continuate a seguirci su La Scimmia Sente, la Scimmia fa!

Potrebbe interessarti anche:

 

 

 

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here