Tutti i film di Kubrick classificati in ordine di gradimento

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Kubrick

Considerato come uno dei più grandi registi della storia del cinema, Stanley Kubrick non si è limitato a dirigere capolavori.

Spesso nei film creati ha coperto più ruoli, divenendo direttore della fotografia, montatore, autore, scenografo e altro ancora.  Riconosciuto da pubblico e critica come un regista gargantuesco, ha girato 13 lungometraggi, svariando tra molti generi e ricevendo 13 candidature ai premi Oscar, ma vincendone solo uno. Dopo una breve carriera come fotoreporter e giornalista, nel 1949 dirige il suo primo cortometraggio Day of the Fight; documentario sulla giornata del pugile Walter Cartier che lanciò il talento di Stanley Kubrick nella storia del cinema.

“Io considero Kubrick un incapace! Lo considero il classico esempio di instabilità artistica, abbia pazienza! È uno che affrontava un genere, falliva e passava a un altro genere. Come lo vogliamo chiamare? Eh? Poi anni e anni da un film a un altro. Anni e anni di che cosa, eh? Di profondo imbarazzo per il film precedente, abbia pazienza!” 

Stanis La Rochelle, Boris.

Citando simpaticamente la geniale serie Boris e la sconsiderata analisi di Stanis La Rochelle, di Kubrick colpisce proprio l’instabilità artistica, non nello stile, ma nel cambio di genere.

Un regista capace di trattare più generi, diametralmente opposti, con una facilità disarmante e regalando sempre pellicole di pregevolissima fattura.

Oggi la scimmia vi propone i 13 lungometraggi di Kubrick in ordine di gradimento, per analizzare tutti i generi affrontati dal regista e scoprire in quali ha dimostrato maggiormente il suo valore.

 

13) Paura e desiderio (1953)

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Fear and Desire segna la transizione al lungometraggio di Stanley Kubrick, in questo caso anche fotografo e montatore. La storia narra di un piccolo squadrone di soldati composto da quattro uomini che, dopo essere sopravvissuti alla caduta del loro aereo, deve fare rientro a casa. A complicare il tutto è il fatto che i quattro compagni sono precipitati dietro le linee nemiche senza cibo, attrezzatura e armi.

L’esordio di Kubrick che venne definito dallo stesso regista come un “balbettante esercizio amatoriale” e il quale, poco dopo la sua uscita, tentò di sopprimere ogni versione del film bruciando il negativo e proibendone l’esposizione pubblica.

Eppure la pellicola pur non essendo priva di difetti, mostra già come allora per il maestro fosse più interessante descrivere i personaggi e le dinamiche tra questi rispetto all’azione stessa. Seppur con i suoi limiti, dovuti all’auto-produzione, ai mezzi limitati e all’inesperienza, Fear And Desire mostra un potenziale concettuale enorme, un ponte per le sue future opere.

Il principale fascino nel film di Kubrick è l’allontanamento dalla condizione umana, la distruzione e lo sfruttamento di quelle forze primarie che ci costringono ad agire a favore o contro il nostro prossimo, portandoci alla follia. La paura e il desiderio, i due motivi scatenanti dell’agire umano. Kubrick in seguito avrebbe esplorato le stesse tematiche psicologiche della guerra e della violenza in misura molto maggiore nei capolavori successivi come Orizzonti di gloria (Paths of Glory,1957) Full Metal Jacket (1987).

Un altro aspetto presente in Fear and Desire è anche quello di natura sessuale, durante la sequenza con il soldato Sidney e la ragazza rapita e legata ad un albero.

Qui Kubrick gioca con i più primitivi istinti e desideri del soldato (e del pubblico), insiste ripetutamente sui primi piani delle labbra, degli occhi e delle mani della ragazza, proietta ogni parte del suo corpo sotto la luce del desiderio di chi osserva. Anche questo tema verrà esplorato in maniera migliore nei film che verranno dopo come Arancia meccanica (A Clockwork Orange, 1971) e Eyes Wide Shut (1999).

Sicuramente meritevole di visione, Fear and Desire mostra quelle caratteristiche maniacali, tra cui la fotografia e i dialoghi studiati nei minimi dettagli, che faranno di Kubrick uno dei registi più grandi e perfezionisti di sempre. Un esordio che si rivela una dolorosa analisi sul significato della guerra, dove i protagonisti e i loro nemici sembrano tutti indistintamente uguali, accomunati dagli stessi sentimenti, paura e desiderio.

(a cura di Tommaso Parapini)

 

12) Il bacio dell’assassino (1955)

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Il secondo lungometraggio del grande regista statunitense (che qui si occupa anche di fotografia, sceneggiatura, soggetto e montaggio) è un noir interessante seppur ancora lontano dai grandi capolavori del genio kubrickiano. Il pugile Dave e la ballerina da nightclub, Gloria, sono innamorati. Il loro sentimento è messo a dura prova dal padrone del locale nel quale la donna lavora, Raphael, che ordina di uccidere Dave e imprigionare Gloria. Il film, finanziato da uno zio di Kubrick, gode di un’ottima fotografia che conferisce un notevole impatto visivo a tutta l’opera. Ciononostante, parlare di capolavoro potrebbe risultare un po’ esagerato, poiché il film risulta piuttosto sommario sul piano del racconto e, in generale, visibilmente acerbo.

Ovviamente, però, non mancano momenti di alto cinema.

Fra tutti spicca la celebre scena finale del duello tra i manichini, girata con grande sapienza e carica di tensione, oltre che di grande qualità visiva. Un’opera a tratti sommaria ma, tutto sommato, interessante, nella quale si palesano alcuni degli elementi di spicco della poetica kubrickiana.

(a cura di Pierpaolo Zenni)

 

11) Spartacus (1960)

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Il primo grande kolossal di Kubrick, deciso a rivoluzionare e innovare anche all’interno delle produzioni epiche, è l’ennesimo trionfo di un artista a dir poco poliedrico.

La lunga lotta tra ribelli e legionari è spalmata in ben 198 minuti, dove le abilità registiche spaziano dalle spettacolari sequenze di massa alle simmetriche inquadrature, sorrette da un eccellente e sapiente uso del montaggio. Forse fin troppo prolisso, a dirla tutta, e influenzato dalle diatribe interne tra lo sceneggiatore Dalton Trumbo, uno dei tanti perseguitati durante il periodo del maccartismo americano, e l’attore/produttore Kirk Douglas. Inizialmente la regia fu affidata a Anthony Mann, poi licenziato a causa di uno dei tanti litigi presenti sul set. Nonostante tutto, questi risvolti hanno condizionato relativamente il film, impreziosito dalle splendide interpretazioni dei colossi presenti sul set, tra cui spiccano il citato Kirk Douglas, Charles Laughton (autore di La morte corre sul film), Laurence Olivier (Amleto) e Peter Ustinov (Topkapi).

Di ottima fattura anche le scenografie e i costumi, premiati alla cerimonia degli Oscar del 1961 insieme alla fotografia e l’attore non protagonista (Ustinov nelle vesti di Lentulo Batiato). La romantica tematica della lotta di classe e della ribellione agli oppressori viene illustrata con efficace sapienza, facendo distinguere favorevolmente Spartacus dal resto dei kolossal della storia del cinema, anche se spersonalizza un poco il lavoro di Kubrick, fin troppo influenzato dalle idee della produzione.

Rimane comunque una delle opere americane più apprezzate di sempre, importante sia per la sua storia che per l’ennesima riuscita “rivoluzione di genere” attuata da Kubrick, sempre più vicino alla maturità che partorirà gli immensi capolavori.

(a cura di Cristiano Pepe)

 

10) Lolita (1962)

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La vedova infelice Charlotte Haze (Shelley Winters) affitta una camera della sua villa al Proffesore di lettertura francese Humbert Humbert (James Mason). Le attenzioni dell’uomo però si concentreranno verso l’attraente Lolita (Sue Lyon), figlia quattordicenne della padrona di casa.

Humbert per stare il più possibile vicino alla ragazza sposerà la madre.

Tratto dal romanzo Lolita di Vladimir Nabokov, accreditato anche come sceneggiatore (nonostante lo scrittore abbia poi affermato che Kubrick ha usato solo il 20% del suo lavoro), il film del maestro inglese è un’acuta indagine sulle debolezze umane, sulla trasformazione del desiderio in ossessione, compendiate nel personaggio di James Mason totalmente in preda a pulsioni nevrotiche e paranoiche. Il film si apre con la conclusione, con una struttura che può ricordare vagamente alcuni film classici di Billy Wilder come La Fiamma del peccato e Viale del tramonto (nonostante lo stesso Kubrick, nel precedente Rapina a mano armata, avesse già sperimentato con la struttura temporale), riuscendo, anche grazie a questo escamotage, ad imprimere al film un ritmo forsennato.

Ciò che impressiona ancora oggi – oltre alla grande forza visiva (ci sono delle dissolvenze originalissime)  – è il coraggio e la modernità con cui Kubrick porta avanti un racconto morboso e scandaloso per l’epoca, senza mai scendere a compromessi. Indimenticabile la prova attoriale di Peter Sellers nei primi venti minuti del film.

(a cura di Elisa Pala)

 

9) Rapina a mano armata (1956)

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Il primo vero capolavoro di Stanley Kubrick, tutt’ora influente per le moderne pellicole di genere, è l’opera che ha reso celebre il giovane regista americano alla critica come il nuovo Orson Welles.

Dopo gli esperimenti di Paura e desiderio e Il bacio dell’assassino, la seconda esperienza nel noir porta con sé i venti della rivoluzione e del genio, con l’introduzione del flashback sincronico, utile a donare spessore psicologico ai personaggi e creare una struttura narrativa atipica per i tempi, e allo stesso tempo d’avanguardia. Il ritmo prevalentemente serrato, con i continui stravolgimenti della cronologia temporale, fa da contraltare al congegnato sovvertimento dei topoi del genere, fino allo spiazzante finale. Il bisogno di voltare pagina, di sconfiggere le delusioni di una vita, porta gli insospettabili protagonisti a tentare l’impossibile con una rapina apparentemente perfetta ad un ippodromo, destinata a finire nella tragedia. Anche qui, la perfezione formale ed estetica delle menti dietro i gangster movies viene capovolta, catapultando al centro dell’azione cinque reietti tutt’altro che impeccabili.

Kubrick decide volutamente di sottrarsi alla spettacolarizzazione del cinema, inscenando con cruda realtà il valore dell’imprevisto, l’imprevedibilità dietro ogni azione.

L’epilogo come fine delle speranze, pochi minuti per ribaltare l’apparente perfezione di un piano e sottolineare l’incompletezza dell’essere umano. L’epilogo come l’inizio della scalata di Kubrick, maestro del cinema che d’ora in avanti non scenderà più da quel sacro piedistallo costruito nel corso di una carriera impeccabile, dominata all’insegna del gusto estetico, dell’anticonformismo, dell’eticità.

(a cura di Cristiano Pepe)

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