Dieci anni di Gomorra: come il film di Matteo Garrone ha cambiato il Cinema italiano

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Dieci anni fa Matteo Garrone presentava a Cannes il film di Gomorra: diventerà lo spartiacque per un nuovo modo di fare Cinema in Italia

Il 15 maggio 2008 la sessantunesima edizione del Festival di Cannes è iniziata da un giorno, e come spesso accade dopo un film di apertura deludente le malignità già si sprecano. Si aspetta qualcosa che dia la scossa, e che faccia partire le danze come Blindness di Meirelles non ha ancora saputo fare. In concorso tocca ad un film italiano. Un regista ancora poco noto e un tema particolare: questa Camorra di cui da qualche anno (causa la sconvolgente vicenda di Gelsomina Verde) si è ripreso a parlare sui giornali. C’è sospetto.

Il film è tratto da un reportage omonimo di grande successo in Italia, ma di cui all’estero ancora si parla poco. Cosa sarà? Un documentario, un dramma d’autore? Probabile. Un poliziesco violento? Difficile: quelli non si fanno più da dieci anni, e gli ultimi tentativi di Marco Risi o Ricky Tognazzi non è che avessero lasciato il segno.

Che cos’è Gomorra?

Il lavoro di Matteo Garrone viene dunque presentato a Cannes, per poi uscire nelle sale italiane il giorno dopo, sedici maggio. E’ la scoperta dell’elettricità, lo sbarco sulla luna. In capo ad un pomeriggio, un’industria intera sembra arrivata al punto di non ritorno. Il vituperato “pubblico medio” italiano si riscopre sedotto da un immaginario fatto di violenza, fango e dialetto. L’Italia come piazza culturalmente rilevante ritorna a gomitate al centro del panorama cinematografico internazionale.

Gran Premio della Giuria, 11 milioni di incasso locale, quasi 40 mondiali, nomination ai Golden Globe, TopTen di fine anno di mezzo mondo, Matteo Garrone costretto a cambiare numero di telefono.

Per giudicare veramente l’impatto del film, è necessario fasso un passo indietro (anzi, in avanti) rispetto all’uscita in sale. E provare a vedere ora, dieci anni dopo, come si possa parlare di un prima e un dopo Gomorra.

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Prima di Gomorra: la New Italian Epic

I primi tentativi di definizione vedono Gomorra come apoteosi del discusso movimento della New Italian Epic: quella corrente, soprattutto letteraria, che tra la fine dei ’90 e i primi anni del 2000 accomunava una serie di autori nella volontà di rileggere la Storia recente del Paese attraverso la chiave del racconto popolare. Wu Ming, Lucarelli, De Cataldo, lo stesso Roberto Saviano (con riserve) sono i nomi di riferimento. Poliziesco, noir e romanzo storico provano a sostituirsi alla sterilità intellettualistica del romanzo post-moderno come strumenti per un’analisi sociale e culturale. Ma Gomorra appare da subito come qualcosa di diverso.

E’ un disco volante, schiantatosi su Cinecittà. Il libro, uscito nel 2006 e bestseller locale, è già di per sé un lavoro incatalogabile: non è fiction, ma non è neanche giornalismo, né un saggio. L’approccio di Saviano è viscerale, al limite del voyeuristico. Uno sguardo ossessivo e ammaliato su un mondo oscuro che l’Italia pensava di essersi lasciata alle spalle quindici anni prima, nell’era dei maxi-processi.

In Gomorra, il lavoro di Matteo Garrone porta il discorso di storicizzazione della cronaca proprio della NIE al livello successivo. E infatti la lettura “storica” del fenomeno Camorra è ridotta al minimo. Non si apprende, non si ragiona, non si analizza. Il Gomorra film è un horror antropologico, un noir nazionale. Inchioda lo spettatore attraverso sensazioni che dal cinema italiano era abituato a non ricevere più: la potenza dell’immagine, lo schock visivo, la violenza di un colpo di pistola esploso all’improvviso da fuori campo.

Gomorra non racconta (più) di grandi affreschi storici, lotte di eroici magistrati o provocatorie accuse a vecchi sistemi politici. Sconvolge lo spettatore medio attraverso la pura potenza del Cinema, che, a quel punto, deve fare i conti con il nuovo.

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Dopo Gomorra: la “rinascita” mancata

Con Gomorra si spalanca per la prima volta la coscienza di un vuoto nel panorama italiano. Gli spettatori vogliono vedere: l’intrattenimento spicciolo non basta più. C’è voglia di azione, immagini, cronaca, violenza e realtà. Persino i lavori di benvoluti maestri come Michele Placido o Giuseppe Tornatore (i rinomati esponenti filmici della NIE) appaiono implacabilmente invecchiati. Da opera arthouse, Gomorra diventa l’avanguardia di un nuovo modo di vedere il cinema pop in Italia.

L’impatto segue però uno svluppo non-lineare. L’era di Per un Pugno di Dollari è lontana: l’industria italiana è incancrenita da vent’anni di comici e “autori”, e non è pronta a far ripartire un Genere dal nulla. Ma il pubblico non ne vuole sapere di tornare indietro. Si può affermare che il successo, altrettanto importante in termini storici, della serie di Romanzo Criminale, non sarebbe stato tale se sei mesi prima Gomorra non fosse arrivato a spianare la strada ad una nuova sensibilità del pubblico.

Ma la serie di Stefano Sollima rimane un caso isolato. Il 2008 è un anno per così dire preparatorio.

La tripletta Gomorra, Il Divo e Romanzo Criminale non basta a scuotere il sistema produttivo. I primi tentativi di aggiornamento non riescono a leggere la nuova estetica, né i nuovi gusti. Quo Vadis Baby? e Vallanzasca non sfondano e la rinascita del cinema italiano, annunciata con tanto di trombe, non arriva.

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Da Gomorra fino a Gomorra – La Serie: un nuovo pubblico

I mesi successivi all’uscita di Gomorra, è chiaro che qualcosa è successo. Definire cosa è però ancora difficile. I gusti sono cambiati, ma l’industria ancora no. E per vedere gli effetti pratici che il capolavoro di Garrone avrà sul nostro cinema bisognerà aspettare… Praticamente oggi. Una nuova generazione di professionisti si affaccia infatti nelle sale verso la metà di questo decennio, trovando un nuovo tipo di pubblico.

Il Gomorra del 2008 è ormai un classico assoluto e consolidato, citato, studiato, metabolizzato e pronto ad essere imitato. Con sottili aggiornamenti. Quando nel 2014 Re Mida Stefano Sollima porta in televisione la prima stagione della serie ispirata all’opera Saviano-Garrone, il successo è incommensurabile; la transizione verso una nuova concezione del prodotto è completa.

Gomorra è un brand, un franchise. E’ sinonimo di azione, budget e qualità.

L’approccio-Garrone viene “ripulito” da surrealismi e astrusità, e si consegna finalmente al pubblico un nuovo tipo di prodotto audiovisivo, come lo aspettava ormai da quella prima proiezione francese. Gomorra e’ la mania di tutti, dai ragazzini al pubblico Rai, con Gomorra e Romanzo Criminale che possono diventare punti di riferimento per un nuovo modo di fare cinema e televisione. Perché non espandere quindi la lezione anche al di là, in generi diversi? Dieci anni dopo, l’Italia ha finalmente riscoperto la possibilità di lavorare sui propri prodotti con un respiro internazionale, contemporaneo.

Il successo del Gomorra targato 2008 è il mattoncino sul quale viene oggi costruito quello di giovani fenomeni come Gabriele Mainetti, Sydney Sibilia, Matteo Rovere. I Manetti Bros, dopo una carriera da reietti, sono oggi premiatissimi registi da multisala. Il brand Suburra è stato comprato da Netflix, che lo finanzia e distribuisce su scala internazionale. Stefano Sollima è in America a girare blockbuster estivi da centinaia di milioni. Gomorra – La Serie è alla sua terza stagione, ascolti vertiginosi, fandom mondiale e Ricky Gervais che la dichiara miglior serie del decennio.

E quando ai Festival arriva un film italiano, il pubblico non sbuffa più.

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Da Gomorra a Dogman: il complesso percorso di Matteo Garrone

Il film di Gomorra compie dieci anni oggi. In una bizzarra confluenza di date, Matteo Garrone si presenta in Costa Azzurra gli stessi esatti giorni in cui un decennio fa vi portò il film che gli diede la fama e il cruccio dello stardom. Viene a presentare Dogman, ispirato al Delitto del Canaro di cui molto si sta parlando. Sarà un lavoro piccolo, con autori sconosciuti e un cast ristretto, come erano i primi, incredibili body-horror Primo Amore o L’Imbalsamatore, mille anni fa. L’autore romano non ha mai nascosto un certo fastidio per il successo mediatico a cui il suo film del 2008 l’ha condannato. Da allora, è finito come sospeso in un limbo, mentre il collega-gemello Paolo Sorrentino (presente anche lui, con Il Divo, in quella storica croisette) capitalizzava astutamente sul proprio stile e il proprio personaggio facendosi star e vincendo Oscar.

Garrone è rimasto per così dire a guardare: Reality (2011) era un film bellissimo, ma irricevibile per il grande pubblico, che pure lo aspettava. Il Racconto dei Racconti (2015) è forse il flop più pesante che l’industria cinematografica italiana abbia dovuto sopportare negli ultimi anni (15 milioni di budget e meno di 3 di incasso, distribuzione internazionale fallimentare, progetti di franchising ed espansione abortiti sul nascere), ed ha forse tradito tutto il disagio di Garrone nell’approcciarsi ad un blockbuster su commissione.

Dogman potrebbe andare bene. Il suo Pinocchio lo stiamo ancora aspettando.

Dopo appena un decennio, ci sembra di parlare del suo Gomorra come di un lavoro dei tempi andati: un classico trans-generazionale, visto da tutti, assorbito come istituzione culturale. Un cambiamento produttivo e mediatico, spartiacque per quanto si è fatto e visto prima e quanto si fa e si vede oggi. Rimane difficilmente eguagliato e uno dei prodotti cinematografici italiani più importanti degli ultimi trent’anni.

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