Janelle Monáe – Recensione Dirty Computer

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Il terzo album di Janelle Monáe è praticamente perfetto.

Ci troviamo di fronte al miglior album R&B dell’anno, e a uno dei migliori dischi del 2018 in toto. Non poteva essere altrimenti, trattandosi di Janelle Monáe, una delle migliori cantautrici del nostro tempo.

Il disco, Dirty Computer, arriva a ben cinque anni di distanza dal precedente, Electric Lady (2013). Non è molto chiaro se l’album prosegua il concept Metropolis, iniziato con i primi due. Ma anche se così non fosse, non c’è nulla da rimpiangere, perchè Dirty Computer è un disco solidissimo, sicuro, preciso, completo e di livello pericolosamente alto.

Come genere parliamo di R&B, ma abbiamo varie derive: dal pop di Pynk (feat. Grimes), all’hip-hop di Django Jane, dalla psichedelia folk di Stevie’s Dream a Make Me Feel, che è fondamentalmente il Prince dei tempi d’oro. E proprio Prince è stato, pare, tra i principali collaboratori e produttori del disco, lasciando la sua impronta sull’intero progetto prima di passare a miglior vita.

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Oltre a lui, e alla già citata Grimes, tra gli ospiti si contano anche Brian Wilson (sì, quel Brian Wilson), Zoë Kravitz, e l’onnipresente Pharrell Williams, che ovviamente produce pure.

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Dirty Computer è un disco molto più sensuale (e sessuale) rispetto ai precedenti lavori di Janelle Monáe. Le metafore e i riferimenti, a volte espliciti a volte meno, sono numerosi. E abbastanza chiara è l’influenza della contemporanea polemica legata ad Harvey Weinstein e al movimento #MeToo. Il testo, nella canzone Pynk, riporta che:

“Boy, it’s cool if you got blue
We got the pynk”

Insomma, ecco la grande contrapposizioneJanelle Monáe parla delle donne dal punto di vista delle donne, e lo fa in un momento storico in cui il dibattito in merito è infuocato. La piccola citazione qui sopra è solo l’inizio, nei testi delle canzoni c’è ben di più.

Detto questo, il disco è un capolavoro. Un capolavoro disinvolto di un’artista che non avrebbe potuto fare altrimenti, anche se avesse voluto. Tra le canzoni c’è davvero l’imbarazzo della scelta, in un flusso compatto e omogeneo di musica che spinge su provocazione, orecchiabilità e senso della melodia.