Festival di Sanremo 2018 – Resoconto della Scimmia

Un'analisi del Festival appena concluso

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Qualcosa è cambiato?

Un resoconto del Festival di Sanremo purtroppo non può prescindere dal considerare il festival stesso come un evento televisivo a tema musicale. Ben diverso dunque dall’essere una rassegna musicale trasmessa in televisione. Si deduce che quindi il direttore artistico di turno e l’organizzazione debbano mediare tra le due componenti.

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E’ interessante dunque ragionare sulle novità apportate da Claudio Baglioni quest’anno.

Alcune sono degne di elogio e sono votate alla componente musicale più che televisiva. Ad esempio, seppur impercettibile, è stato importante aumentare il limite massimo della durata delle canzoni: ad alcuni artisti può regalare una maggiore opportunità di espressione oltre che una possibilità in più di sfuggire alla costretta struttura strofa-ritornello-strofa-ritornello.

Giusta anche la scelta di eliminare la serata delle cover, in favore di una serata in cui gli artisti eseguono la propria canzone in gara duettando con altri artisti. E’ sicuramente una scelta più fedele a quello che è definito il “festival della canzone”; con le cover l’attenzione si spostava più sull’artista che sulla canzone in gara.

Infine la scelta più importante, togliere il meccanismo delle eliminazioni: tutti gli artisti in gara fino all’ultima sera (quindi con la possibilità di esibirsi quattro volte) e restringere poi la votazione finale solo ai primi tre classificati. Ci si avvicina dunque al significato vero di “festival”, inteso come rassegna e non di competizione. Un paragone molto semplice è quello con i festival cinematografici, in cui ovviamente non esistono le eliminazioni.

Difficile in ogni caso poter rendere il festival di Sanremo una rassegna vera e propria finché esisterà la necessità di compensare con un intrattenimento televisivo.

Ed è proprio da questo punto di vista che si possono sollevare critiche, a partire dagli ospiti italiani, i quali hanno goduto di uno spazio importante ad orari privilegiati e la maggior parte di essi in promozione. La domanda è: perché non partecipare in gara con i loro lavori inediti? Perché per un artista di successo conclamato come la Pausini o Antonacci, partecipare in gara a Sanremo vorrebbe dire abbassarsi. Insomma, essere “in concorso” al Festival non è un onore (teniamo a mente il paragone con il cinema), bensì una necessità, una vetrina, come è in parte giusto che sia.

Allora però il Festival dovrebbe prendere coraggio, orgoglio ed un pizzico di presunzione, nel negare l’ospitata a questi artisti italiani in promozione nel periodo di Sanremo e dire: “se volete presentare qualcosa di inedito in questi mesi a Sanremo, proponetevi in gara”. Sarebbe anche una forma di rispetto nei confronti dei cantanti che si mettono in gioco, oltre che un tentativo di rialzare il blasone del Festival di cui gioverebbero tutti. Ma anche qui interviene il paletto dell’intrattenimento televisivo e certi cantanti incollano il pubblico alla TV.

A proposito degli orari privilegiati in cui questi cantanti salgono sul palco: per due serate (martedì e mercoledì) il festival si è accesso dopo mezzanotte, rispettivamente con due ospiti: Roberto Vecchioni e Gino Paoli. Il primo dopo aver cantato Samarcanda ha deliziato il pubblico illuminando il palco di cultura; il secondo alla sua veneranda età ha emozionato tutti cantando Una Lunga Storia D’amore. Un momento meraviglioso ad orario inoltrato, più emozionante delle ospitate dei noti e più in voga.  Anche qui manca un po’ di coraggio.

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Veniamo alle canzoni in gara.

I vincitori Ermal Meta e Fabrizio Moro hanno meritato il risultato con “Non mi avete fatto niente”. Sono due autori notevoli nel panorama della musica leggera italiana: Fabrizio Moro raccoglie i frutti di un lungo percorso tortuoso, cominciato prima di Pensa, proseguito con canzoni bellissime, scritte anche per altri, che però hanno sempre portato ad un successo stranamente un po’ contenuto, seppur buono. Ermal Meta invece sta gettando le basi solo in questi ultimi anni ma ha stoffa e talento.

Sulla loro canzone è nota la polemica del presunto (auto)plagio. E’ una polemica non fine a se stessa che può aprire un dibattito sulla questione del diritto d’autore e sul significato di canzone edita e già esistente. Fa inoltre luce su un aspetto un po’ controverso del regolamento del festival che consente l’utilizzo di una canzone edita purché non occupi più del 33% della canzone che si porta in gara. Provate ad immaginare un caso estremo e probabilmente vi sembrerà molto strano oltre che surreale.

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Lo Stato Sociale ha sorpreso un po’ tutti. La canzone avrà successo, grazie alla melodia orecchiabile, un bell’arrangiamento, ironia ed una messa in scena sul palco molto coinvolgente. Decisamente superiore alla scimmia di Gabbani.

Annalisa ha meritato il podio: una canzone ben fatta, da lei cantata benissimo ed adatta al Festival.

Giusto il Premio Della Critica a Ron, anche se l’alternativa Max Gazzè non avrebbe scontentato nessuno (la sua “La leggenda di Cristalda e Pizzomunno” ha giustamente vinto il premio per il miglior arrangiamento ed è lodevole per l‘ispirazione letteraria/mitica, pratica purtroppo non più diffusa). Nel premio a Ron ha influito senza dubbio la provenienza della canzone: un brano inedito di Lucio Dalla che presenta molti tratti inconfondibili dell’autore. A Ron va il merito di avercela donata e di un’ottima interpretazione che ci ha ricordato molto Dalla senza però sfociare nell’emulazione.

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Elio E Le Storie Tese hanno deluso con Arrivedorci. O meglio, hanno deluso rispetto a come ci avevano abituato. Hanno corso il rischio di passare inosservati, ma sono arrivati ultimi, che per loro è meglio che arrivare a metà classifica. In ogni caso questo risultato e questa canzone rende ancora più onore alla loro scelta di sciogliersi ed alla consapevolezza di non essere più in grado di rappresentare e comunicare una generazione ed un mondo. Ci mancheranno.

Degni di nota è stato il trio Vanoni-Pacifico-Bungaro, con la cantante che ha regalato una grande interpretazione premiata, il duo napoletano Avitabile-Servillo e Barbarossa con Passame er sale, delicata canzone in un non invadente dialetto romano e la coppia Diodato-Roy Paci.

A loro modo interessanti, o quantomeno piacevoli i Decibel e Red Canzian. Così come la canzone dei Kolors che avrà successo.

Il resto è sembrato un po’ di contorno, tra delusioni, come Noemi e Nina Zilli da cui ci si aspettava canzoni almeno molto orecchiabili, brani mediocri come quelli di Caccamo e di Renzo Rubino. Nota decisamente negativa, a nostro avviso, Facchinetti-Fogli, un duetto di cui non si sentiva l’esigenza.

Note positive invece nella sezione Giovani.

Ultimo ha meritato il successo: è il giusto compromesso tra semplicità, modernità ma anche talento. Ha già un discreto seguito e non si fatica ad immaginare che possa aumentare. La nota più piacevole è senza dubbio Mirkoeilcane con Stiamo tutti bene, sicuramente il testo migliore di tutto il Festival (“big” compresi): una scrittura originale, narrativa, su un tema frequente come quello dei migranti ma priva di retorica che ricorda molto lo stile di Daniele Silvestri.

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Un’edizione che lascerà un buon ricordo dal punto di vista televisivo, come show, nel complesso piacevole, anche se non sono mancati momenti poco esaltanti. E’ lecito però chiedersi se, alla fine, questo Festival abbia rappresentato il panorama attuale effettivo della musica italiana attuale. Questo molto probabilmente non è avvenuto, ma si tratta di interrogarsi anche sul ruolo del Festival stesso.

 

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