Il cinema pacifista del ‘900 come mezzo di critica e denuncia

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cinema pacifista

La prima guerra mondiale rappresentò universalmente un punto di svolta definitivo nel modo di condurre una guerra.

Innovazioni tecnologiche resero il conflitto bellico decisamente più atroce e distruttivo. Ciò comportò un profondo sconforto nell’opinione pubblica mondiale. Consapevole ora più che mai della violenza e delle potenzialità distruttive dei nuovi armamenti. Di conseguenza la Prima Guerra Mondiale rappresenta anche un punto di svolta nella percezione e nella rappresentazione della guerra. Il cinema più d’ogni altra forma d’arte e di espressione rese possibile l’acquisizione di tale consapevolezza.

L’industria cinematografica, date le caratteristiche proprie del mezzo filmico, permette di condurre una serie di discorsi diversi inerenti la guerra.

Trova quindi spazio il cinema politico, di propaganda, documentaristico e così anche il cinema pacifista. Tra questi, l’ultimo rappresenta sicuramente un caso interessante. Poiché palesa, attraverso uno spettacolo di massa quale è il cinema, la condizione più libera dell’arte. Un’arte in grado di ribellarsi ai tentativi di soppressione e di controllo dei propri intenti di opposizione. Attraverso il cinema pacifista trova voce il sentimento di ripudio nei confronti dei governi autoritari. Viene gridato un messaggio di speranza e fratellanza che trova massima diffusione, proprio grazie alle qualità dello strumento. I film presi in esame in tale sede, rappresentano secondo il sottoscritto, gli esempi migliore di questa tendenza. Sia per qualità tecnico-artistica, che per realizzazione, sia per i messaggi idealistici che vengono lanciati.

Il cinema è un mezzo espressivo nuovo, di recente creazione, di cui tuttavia si intuiscono ben presto le potenzialità artistiche e politiche.

I governi Europei, in particolare, e quello statunitense capiscono le possibilità offerte da questa forma di spettacolo di massa. In vari paesi sorgono industrie e mercati, dietro diretto controllo dello stato. Il quale finanzia la crescita e la produzione di opere filmiche a scopo di intrattenimento e indottrinamento. Il cinema diventa efficace strumento di propaganda, nelle mani di abili politici in grado di piegare l’opinione pubblica. Gli anni che precedono il conflitto e quelli durante, sono anni di intensa produzione di cinema ideologico e patriottico, che accomuna le varie nazioni coinvolte nella guerra. Tuttavia l’intera filiera cinematografica è posta sotto un severo controllo di censura. Gli intenti sono quelli di diffondere sentimenti nazionalistici tra la popolazione. Senza correre il rischio di offendere o urtare la sensibilità di alleati e nemici. Quelle prodotte negli anni della guerra sono opere filmiche profondamente limitate e mutilate in alcuni casi.

Lo scenario politico cambia drasticamente a conflitto terminato, e così quello culturale e cinematografico con sé.

Gli anni successivi la guerra sono anni di forte risentimento e disillusione, che sanciscono la fine degli ultimi regimi autocratici europei. Si constata inoltre un decentramento dell’egemonia politica mondiale dall’asse europeo a quello russo ed americano. Gli Stati Uniti, in particolare, hanno dimostrato una grande potenza militare ed economica. Di fatto una serie di piani d’aiuti finanziari furono elaborati per la ricostruzione dei paesi europei devastati dalla guerra.

Il mutato assetto mondiale consente una rappresentazione più sincera e sentita dei sentimenti populisti riguardanti il conflitto terminato. E’ un cinema che si fa mezzo di critica e denuncia, nei confronti di una guerra disumanizzante e brutale. Una guerra i cui strascichi continuano ad opprimere e logorare gli animi delle nazioni partecipanti. Non solo ha causato la morta di centinaia di migliaia di soldati, ma una buona parte di essi ha avuto difficoltà nel ritorno a casa o è stato impossibilitato nel tentativo. Le cose non furono migliori per quelli che riuscirono nel rientro, incapaci di riadattarsi ad una società ormai in declino.  Lo sconforto e la disillusione dilagarono. Il cinema pacifista colse l’occasione per tentare di fomentare gli animi degli spettatori con sentimenti di fratellanza e cosmopoliti.

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Gli Stati Uniti d’America costituirono un terreno florido per la crescita di personalità artistiche.

Terra d’arrivo di numerosissimi emigranti da tutte le parti del mondo. Uomini nuovi che poterono lì dare pieno adito alle proprie ambizioni. Grazie alle enormi possibilità offerte dalla vastità e dalla ricchezza di una nazione giovane spinta da un forte desiderio di crescita ed espansione.

E’ il caso di Lev Milstein, emigrato russo che prese il nome di Lewis Milestone. Milestone spiccò tra le personalità registiche più dirompenti della sua generazione, per il coraggio dimostrato dirigendo un film di forte impatto, “All quiet on the western front”.

Considerato un classico del cinema pacifista, è il film per antonomasia di denuncia bellica. Tratto dall’omonimo romanzo di Erich Marie Remarque, il film racconta le disavventure di un gruppo di giovani studenti tedeschi, patriottici che si arruolano nell’esercito per combattere al fronte. Presto il loro entusiasmo scemerà di fronte agli orrori e alle atrocità della guerra. Un conflitto nuovo che lacera corpo e anima di uomini mandati al fronte da politici e generali senza scrupoli. Pronti a sacrificare i figli di altri per i loro scopo. Emblematica è la figura del professore, incarnante la vecchia borghesia autocompiaciuta e pomposamente nazionalista, che incita le nuove leve a prendere parte alla guerra per amore della patria. Sono giovani illusi ed idealisti che finiranno per essere sfiancati e distrutti.

In “All quiet on the western front” Milestone riesce pienamente ad esprimere quel senso di sconforto generato dal vuoto caotico del campo di battaglia. Grazie ad una regia accurata, che trova la propria forza in trovate ingegnose. Un ritmo serrato scandito dal montaggio e dall’uso di una colonna sonora desolante. E’ un’opera dal grande valore simbolico, tuttavia incapace di mantenere una dimensione collettiva, sovraccaricandosi di intenti a tratti.

Altro caso interessante è rappresentato sicuramente da “Paths of glory” diretto da Stanley Kubrick.

Anche’esso tratto da un romanzo omonimo, dalla penna di Humphrey Cobb. Seppure esempio tardo, difatti il film è datato 1957, si colloca tra le opere più significative di critica e denuncia della Prima Guerra Mondiale. Ora ambientato sul fronte francese della guerra. Costruito su una grande tensione emotiva, la pellicola mostra il delirio di onnipotenza e megalomania dei generali accecati dal desiderio di vittoria e dalle pressioni politiche. Pronti a sacrificare i loro uomini come pedine per ottenere nulla.

Ora la denuncia concentra la propria attenzione su una figura unica impersonata dal generale Mireau, che incarna una tipologia universale. Alla quale si oppone l’uomo nuovo ed idealista del colonnello Dac, portatore di ideali di speranza e fratellanza. Che si oppone al delirio del personaggio negativo messo in scena. Tenta, sua malgrado, di difendere i suoi uomini, dei quali si sente responsabile. Qui l’atmosfera bellica si dimostra latente, come un qualcosa di lontano dai luoghi della messa in scena ma incombente su di essi, costante. E’ una guerra di stazionamento che logora e sfinisce, senza mai cambiare. Kubrick riesce a rappresentare quell’immobilità propria del conflitto di trincea, le cui linee mutarono solo di pochi metri durante lo scontro.

La pace e la serenità ripristinate nel secondo dopoguerra tuttavia ebbero vita breve. In Europa la presa di potere del fascismo in Italia e del nazismo in Germania determinarono un sovvertimento del quadro geo-politico. Le politiche aggressive di Mussolini e Hitler indussero inizialmente gli altri stati europei ad assumere un atteggiamento neutrale.

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La cinematografia francese rispecchia questa linea di condotta intesa alla non-belligeranza.

La tendenza pacifista raggiunge l’acme proprio in questa industria. “La grande illusione” può essere considerato il cinema pacifista per eccellenza.  Jean Renoir firma, nel 1937, un’opera in cui viene gridato più forte che mai il sentimento di comunione tra i popoli. Il punto di forza maggioritario della pellicola verte sulla rappresentazione dei vari personaggi. Del tutto privati di accezioni negative, per esprimere una coesione unitaria tra classi sociali diverse. Renoir si dimostra in grado di superare qualsivoglia concezione nazionalistica. Quelli che si muovono sulla scena sono uomini uniti da un sentimento profondo di fratellanza che si rispettano nonostante appartenenti a schieramenti opposti. Tuttavia non mancano numerosi e profondi richiami patriottici che determinarono in parte il successo dell’opera. Un film che forse pecca di ingenuo idealismo. Ma riesce esprimendo una profonda poetica che strugge e rincuora a tratti.

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Diversa appare la situazione nell’Italia del secondo dopoguerra.

Con la presa di potere del fascismo l’industria cinematografica conobbe una fase di forte crescita. Il regime intuì solo successivamente le potenzialità propagandistiche del mezzo. Vennero prodotte per un periodo numerose pellicole dalle tematiche nazionalistiche. In particolare trovò spazio la questione irredentista, portata avanti per inneggiare un sentimento patriottico in vista dell’inevitabile scontro armato. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la caduta della dittatura il governo italiano di nuova vita portò con sé strascichi della precedente classe dirigente. L’industria italiana dovette continuare a fare i conti con una rigida censura.

Tuttavia il secondo dopo guerra rappresentò un periodo florido di rinnovamento. Il cinema intuì l’esigenza di rivolgere la propria attenzione alla normalità, la quotidianità. Per sopperire le necessità di un pubblico ormai stanco e desideroso di distensione. Sono gli anni del Neorealismo e non solo. 

Un momento di svolta è segnato da “La grande guerra” di Mario Monicelli del 1959.

Esempio di cinema pacifista italiano. Il regista risente della lezione del Neorealismo. E’ evidente nella messa in scena di soldati appartenenti ad una popolazione di analfabeti e poveri, che, loro malgrado, sono catapultati in contesto a loro totalmente estraneo. La prima guerra mondiale viene resa in maniera assai tragicomica. Caratteristica che sarà propria del cinema italiano.

L’intera pellicola si costruisce su immagini che riproducono sullo schermo quella realtà di povertà e umiltà. Con una velata chiave satirica. L’esercito italiano è reso non in grado di partecipare allo scontro per mancanza di mezzi e conoscenze. Nonostante ciò il film non elimina contatti con un cinema precedente. Continuo è il rapporto con la tradizione. Nella volontà di esprimere al di là di tutto una figura di soldato italiano capace di sopperire alle difficoltà e che nella sconfitta mostra tutta la sua dignità e il patriottismo che gli si confà. E’ il caso del personaggio di Busacca, che si sacrifica per difendere i suoi compagni.

La situazione cambia radicalmente negli anni successivi.

“Uomini contro “di Francesco Rosi del 1970 si mostra assai più critico e aspro nella rappresentazione. Rosi si ispira liberamente ad un romanzo di Lussi “Un anno sull’altopiano”, rendendo tuttavia il racconto in maniera decisamente più drammatica. Il conflitto viene mostrato come duro e capace di spezzare i corpi e gli animi dei soldati, sfiniti e logorati dalla guerra di trincea. Trova spazio un sentimento di patetismo nei confronti di uomini mandati incontro a morte certa. Viene resa evidente, qui più che mai, la contrapposizione tra ufficiali e soldati. Provenienti da classi sociali diverse e disuguali. Da questa quale si genera un forte risentimento degli ultimi verso i primi, scatenando numerosi tentativi di ribellione. L’atrocità del conflitto viene enfatizzata dal carattere ridicolo degli ordini imposti alle truppe.

In tal senso, l’opera si colloca sullo stesso piano di “Paths of glory” di Kubrick: vagamente distante dal cinema pacifista. Il film rappresenta la grande occasione per la critica storica italiana per riaprire un dibattito pubblico sulla questione.

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