La Forma dell’Acqua, la recensione del film vincitore del Festival di Venezia

Guillermo Del Toro riprende la fiaba privandola parzialmente dell'aura dark e sforna uno gran bel film.

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Una favola non troppo dark rispetto a come Guillermo Del Toro ci aveva abituato.

Undici anni dopo Il Labirinto del Fauno, La Forma Del’Acqua riprende le ambientazioni fiabesche ma le spoglia quasi totalmente dall’aura angosciante ed onirica del film candidato al premio Oscar. Riprende i canoni della favola, con i suoi personaggi ben delineati. Riprende la parte formativa, in cui i protagonisti dovranno superare un problema ben preciso: l’incomunicabilità. Senza tralasciare di mettere in luce la condizione del diverso, dell’emarginato. Quel reietto relegato al fondo della società. Cosa che di fatto sono tutti i protagonisti del film. Una muta, la sua collega nera, un omosessuale. Ed un mostro.

La forma dell'acqua

Nell’America della Guerra Fredda, della corsa allo spazio, troviamo Elise, una donna che soffre di afasia e che lavora come donna delle pulizie in un edificio governativo. La sua routine giornaliera è ben delineata fino a quando una strana creatura entra nella sua vita. Ancor prima, nell’edificio governativo in cui lavora insieme a Zelda, il suo esatto opposto. Come il giorno e la notte, Elise e Zelda passano le loro giornate tra una pulizia e l’altra, fin quando la creatura catturerà l’attenzione di Elise. Con La Forma Dell’Acqua, Del Toro ci racconta una storia mescolando i generi e impregnandola di citazioni del cinema hollywoddiano classico, a partire dal design della creatura che ricorda moltissimo Il mostro della laguna nera.

La forma dell'acqua

Dopo un prologo che rimanda inevitabilmente a Il Favoloso Mondo di Amelié, La Forma dell’Acqua prende la sua strada e Del Toro inizia a raccontare il problema dell’incomunicabilità.

Da quella che costringe Elise al mutismo, si passa al problema del razzismo e dell’intolleranza di un epoca ben precisa. Il suo vicino ed unico amico Giles, vittima del suo essere omosessuale e costantemente bistrattato in qualunque luogo, che trova in Elise l’unica persona veramente vicina. E la logorroica Zelda, sempre vicino ad Elise quasi come una madre protettrice e protettiva. Un film che dunque pone l’accento proprio sull’emotività di questi personaggi che vanno a culminare con la creatura, il diverso tra i diversi. I rimandi al cinema ed alla poetica di Tim Burton sono evidenti ma Del Toro non propone nessuna analisi. Li mette in mostra, caratterizzandoli coerentemente come in una fiaba. Una protagonista impossibile da non amare, un antagonista impossibile da non odiare.

La forma dell'acqua

In questo suo “La Forma Dell’Acqua” Del Toro cura maniacalmente tutto, da una fotografia colma di colori saturi all’inverosimile e dove predomina il verde fino ad una colonna sonora perfettamente diegetica rispetto alle sequenze. Un reparto visivo curato, dunque, così come la narrazione di una storia dall’archetipo fiabesco che si lascia andare anche all’onirismo nella parte finale. La condizione umana è messa sotto la lente d’ingrandimento e raccontata con l’aiuto di un cast formidabile, a partire da una bravissima Sally Hawkins. Un film politico che non scade nella retorica, sapendo coniugare intrattenimento e riflessione. Il Leone D’Oro è più che meritato.

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