Les Yeux sans visage – La recensione

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Avrai un volto come si deve.

Les Yeux sans visage – A poca distanza da Parigi esiste una clinica privata gestita dal dottor Gènessier (Pierre Brasseur), uno specialista di trapianti cutanei. Il famoso chirurgo però nasconde un terribile segreto; da quando il viso della figlia Christiane (Edith Scob) viene sfigurato a causa di un incidente, il medico fa di tutto per ricostruirne la bellezza, arrivando a tentare soluzioni estreme. Aiutato dall’assistente Louise (Alida Valli), il dottore attira giovani donne innocenti nella sua villa, le narcotizza e ne fa vittime dei suoi lugubri interventi chirurgici. In una sala operatoria situata nella cantina della casa rimuove loro la pelle del volto trapiantandola in quello della figlia. Le operazioni però non portano a risultati duraturi.

Dalla sua prima comparsa sul grande schermo, il fiabesco Les Yeux sans visage divenne presto un classico dell’orrore. Una favola perversa sulla creazione, la misoginia, l’illusione della perfezione fisica, sui terrori di Auschwitz e sui volti che indossano una maschera; praticamente un film aperto a infinite interpretazioni e gremito di immagini indimenticabili. Se il film di Georges Franju ad oggi non ha perso nulla della sua originaria capacità di sconvolgere, lo si deve anche alla splendida fotografia di Eugene Schüfftan. Il brillante bianco e nero conferisce alla villa del medico un’inquietante vita propria trasformandola in un labirinto con infiniti corridoi, dalla quale sembra non esserci via di fuga. Le ombre proiettate dalla ringhiera della scala si posano su chiunque entri nella casa degli orrori, come fosse sbarre di una prigione.

Les Yeux sans visage

La prima vittima della follia del medico è la figlia,

tagliata fuori da una qualsiasi idea di vita, si aggira per la casa come un fantasma, con il viso sfigurato nascosto sotto una maschera di porcellana bianca. Il mascheramento di Chistiane rimanda al principio formale presente nella pellicola: la tensione deriva principalmente da ciò che è visibile e ciò che non lo è, tra il mostrare e il nascondere. Inoltre mentre i tratti del viso del chirurgo e della sua assistente sembrano essere privi di ogni sentimento, come una “maschera”, paradossalmente il finto viso di Christiane è molto più espressivo e vulnerabile.

La scarsa suspense presente in Les Yeux sans visage viene riscattata da sequenze ardite ed esplicite che il regista miscela con atmosfere spaventose che rievocano gli orrori legati alle operazioni del folle Gènessier; turbandoci anche solamente con delle fotografie, che accompagnate dalla voce fuori campo del chirurgo, mostrano prima il dolce viso angelico della figlia e poi la pelle trapiantata che a distanza di poco tempo si atrofizza, marcendo. L’orrore di queste sequenze ci rivela che Gènessier non è solo perverso, ma che anche il suo amore paterno e il tentativo di dare un viso alla figlia è solamente una brutale ossessione. Ricostruendole il volto contemporaneamente ne distrugge l’identità nell’atto di dar vita ad una donna ideale (un atto creativo alla Frankenstein).

Un atto che troverà la giusta condanna nell’epilogo dove sarà proprio la figlia a dover porre fine all’efferatezza del padre, liberando dalla gabbia i cani che il medico utilizzava come cavie, i quali, lo sbraneranno. Christiane finalmente libera dalla prigionia fugge nell’oscurità della notte.

Les Yeux sans visage

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