10 album alla scoperta della fusion

Steely Dan – Aja

Negli anni ’70 Donald Fagen e Walter Becker, ossia gli Steely Dan, erano in pratica un gruppo soft rock con influenze jazz, più che un ensemble jazz vero e proprio.

Ciò nondimeno, in Aja i due sono riusciti a catturare un suono caldo, sensuale, estivo, che non ha nulla da invidiare ai lavori maggiori dei loro colleghi della fusion.

Canzoni come Peg, Deacon Blues e Josie mostrano un miscuglio di jazz, funk e soul solidamente sostenuto dall’abilità compositiva e dalla sensibilità melodica dei due.

Nell’album suonano circa una quarantina di musicisti e sessionmen, tra i quali anche Wayne Shorter e Jim Keltner. Ciò a riprova della compiutezza e dello spessore del suono che qui si ritrova.

Billy Cobham – Spectrum

Spectrum è essenzialmente un disco di jazz/funk con influenze prog. Si tratta di un disco molto orecchiabile e diretto, con semplici riff che ritornano continuamente e che non lasciano mai l’ascoltatore spaesato.

È un disco piacevole, completo, energico, che pur abbondando di tecnica non esagera mai. Per questa ragione Spectrum è particolarmente consigliato ai neofiti del genere, in preparazione di ascolti più impegnativi.

Qui i protagonisti sono essenzialmente due: il batterista Billy Cobham è uno dei due, ovviamente. L’altro è il chitarrista Tommy Bolin, che pur non intervenendo in ogni traccia lascia il segno con la sua tecnica invadente e le sue influenze hard rock.

Soft Machine – Third

Per quest’album dei Soft Machine si può parlare di fusion solo in parte. Il disco infatti, è la punta di diamante della Scena di Canterbury (ve ne abbiamo parlato in questo articolo).

Third rappresenta un miscuglio di tutte le principali tendenze sperimentali in musica di quel tempo. E si intende tutte: free jazz in stile Eric Dolphy, collage elettronici alla Edgard Varèse, minimalismo alla Philip Glass. E poi naturalmente rock progressivo, e jazz fusion.

La tecnologia di studio viene utilizzata per creare quattro lunghe tracce, a loro volta formate da piccole sezioni unite artificialmente senza soluzione di continuità. In questo senso Third è un disco assolutamente anarchico.

Passiamo da lunghi assolo a digressioni rumoristiche, a nastri suonati alla rovescia come facevano i Beatles. Ognuno dei quattro componenti ha scritto una delle quattro tracce. In particolare al genio del batterista Robert Wyatt si deve Moon in June, quella più riuscita e forse più accessibile.