Enemy: la spiegazione del film più criptico di Denis Villeneuve

Probabilmente tutti coloro che si sono ritrovati a vedere Enemy di Denis Villeneuve, quinto lungometraggio del regista, avranno cercato di dargli una spiegazione o si saranno imbattuti in più strade da prendere. Il film, che espone sé stesso in maniera esteticamente semplificata con forti dosi di tinte seppia, aride, buie e asettiche, è retto tutto dalla doppia interpretazione del mostruoso Jake Gyllenhaal. Il thriller psicologico e criptico di Villeneuve si basa sul romanzo L’uomo duplicato di José Saramago, riproponendo la stessa trama.
Adam Bell (Jake Gyllenhaal) è un docente universitario di storia sposato con la bella Helen (Sarah Gadon). Adam conduce una vita monotona, frustrante, noiosa e priva di qualsivoglia distrazione, quando un giorno la sua esistenza ordinaria cambia radicalmente. Un suo collega gli consiglia di noleggiare un DVD, Volere è potere. Durante la visione, Adam scoprirà al suo interno un attore secondario identico a lui: Anthony Claire. Così, incuriosito e ossessionato da questa vicenda, tenterà di rintracciare il suo sosia.

Ma qual è la verità dietro tutta l’ermetica e inquietante vicenda? Chi è in realtà Anthony Claire? Il doppione è Anthony o lo stesso Adam? E cosa rappresenta il grottesco finale?

Enemy
Il doppio in Enemy.

Il caos è ordine non ancora decifrato

Il simbolo della regressione della mera depravazione, della censura dell’auto-espressione in ogni forma; l’anima che viene scissa in due da sé stessa creando il bene e il male in lotta continua l’uno contro l’altro: questo è Enemy. Il panorama della città è lo specchio della stabilità mentale. Il ragno, il mezzo che tesse la tela della mente per riportarla all’ordine primordiale una volta crollata essa nel caos, nelle ossessioni claustrofobiche. Il ragno è ciò che vuole ripristinare il controllo dell’Intera persona, munita di una mente contorta e caotica, a cui manca il giusto equilibrio. E l’aracnide, non è altro che un’allegoria del controllo che la figura femminile ha sull’uomo (in questo caso su Adam). Adam è schiavo della donna, reprime  le sue pulsioni sessuali nei suoi confronti ed è spaventato dai doveri della fedeltà; dall’incatenamento del sacro vincolo matrimoniale. Tradisce sua moglie e costruisce una vita parallela con la sua amante, dove cerca di essere ciò che vorrebbe essere. Crea nel suo subconscio un altro sé, quello sicuro, significante, curato e dotato di controllo. L’attore che tanto vorrebbe essere, che però tenta di prendere il sopravvento nella lotta psicologica, dove apparentemente vince Adam, il sé ”buono”; ma non ha la meglio nessuno dei due. Il vero vincitore alla fine è sempre uno: l’aracnide, che prende il controllo dell’uomo.
Enemy
In Enemy, la figura dell’aracnide.
I maggiori significati ce li porta proprio il protagonista dell’opera nei suoi lunghi discorsi accademici; i grandi avvenimenti accadono due volte: la prima è una tragedia e la seconda una farsa. La realtà, quindi, è soltanto un’imitazione; una riproposta fasulla e astratta di qualcosa che è già avvenuto ma che magari è stato cancellato. La mente del protagonista si è resettata dopo l’incidente (la tragedia) e ha creato nella sua mente una replica (il suo doppio, la sua proiezione), poiché l’avvenimento ha provocato in lui una divisione dell’essere; un disturbo dissociativo che lo spinge alla ricerca di un sé stesso ormai perduto. Lotta così contro un suo doppio, per ottenere la libertà a cui tanto anela, che in realtà non esiste nella vita reale, ma solo nella sua realtà mentale: una farsa.
Il dualismo tragedia-farsa rivive con forza nelle diverse personalità dei due protagonisti e ne conseguono delle dinamiche narrative non semplici da seguire; ma Jake Gyllenhaal dimostra ancora una volta il suo grande talento, giostrandosi con eleganza tra due personaggi pressoché identici. Appaiono infatti distinguibili solo grazie a minime accortezze, come il tremito di una mano, una smorfia più tirata in volto, uno sguardo insicuro o l’indecisione della voce. La complessità di Enemy è resa più comprensibile anche grazie alle sue doti, che permettono ad ogni inquadratura, di capire quale dei due personaggi gemelli abbiamo di fronte.

Il successo di Villneuve con Enemy sta anche nella capacità di portare in scena uno degli autori più ermetici della narrativa contemporanea.

Finora nessuno era riuscito a trasporre con analoga chiarezza un’opera di Saramago, ma soprattutto non si pone agli occhi dello spettatore col desiderio di disorientarlo. Fa un notevole uso del simbolismo, tace a lungo alcune informazioni, ma i principali nodi della trama sono assolutamente espliciti. Villenuve, al contrario di molti colleghi, decide di semplificare il più possibile un’opera ed una filosofia estremamente complicate; anziché intrecciare artificiosamente una trama o un tema semplici, solo per l’estetica retorica dell’intreccio stesso.

Enemy
Jake Gyllenhaal in Enemy.

La dimostrazione di questa chiarezza del regista canadese viene da due evidenze. La prima è rappresentata dall’incipit del film, che fa da intertitolo alla nostra analisi, “Il caos è ordine non ancora decifrato“. Parole che invitano lo spettatore a pazientare di fronte allo smarrimento iniziale generato dalla visione dell’opera. L’altra evidenza la fornisce la fotografia che per lunghi tratti indugia su motivi simili ad una ragnatela (i fili elettrici del tram e il primo piano finale sul vetro della macchina incidentato) e riprende i soggetti attraverso dei vetri; come a suggerire che parte della realtà a cui stiamo assistendo si trova in una bolla di sapone, che ci permette di osservare ma ci rende muti alle orecchie dei protagonisti.

Quando Adam crede di aver capito, di essersi liberato, si ritrova vittima di sé stesso; delle sue pulsioni masochistiche e della succube schiavitù verso il sesso femminile predominante, che non gli concede di uscir fuori dalla gabbia in cui è costretto a vivere. Seguendo Lynch, un po’ Cronenberg e anche Kubrick, il capolavoro di Villeneuve è un’opera enigmatica pirandelliana che ci indica come le maschere indossate vengano talmente intrise in noi da farci divenire un tutt’uno con l’altro; creando nel nostro inconscio una divisione psicologica tra l’io e l’ego. Una partizione tra noi e l’altro come figura essente in carne ed ossa che funge da nemico, che ci spinge a vivere costantemente nel tentativo di scappare dalla nostra ombra e dai piaceri che la società ci vieta. Perché siamo sempre il principale nemico di noi stessi.
Scritto in collaborazione con Lapo Maranghi