Pulp Fiction – La recensione

E’ sicuramente difficile recensire qualcosa che lega indissolubilmente una passione alla vera e propria brama di uno stile di vita differente.

Ancor di più se quest’ultima è radicata all’interno delle memorie del fruitore. Ed è di una complessità ben maggiore, per qualsivoglia persona, che si professi recensore, cercare di rientrare nel campo dell’oggettività quando sono quelle “sensazioni primordiali” a plasmarlo.

Bastano queste poche righe ad illustrare il rapporto carnale che ha la scimmia nei confronti di Pulp Fiction. Un film che, grazie alle intenzioni del genio registico di Tarantino, è capace di trasportare il proprio pubblico con uno stile narrativo originale e, soprattutto, personale. Ma bisogna procedere con ordine per capire realmente la portata di una simile pellicola.

Siamo nel 1986, presso il videonoleggio Manhattan Beach Video Archives, quando un giovane ventunenne americano decide, a due anni dall’impiego, di prendere in mano la cinepresa insieme ai colleghi per dare concretezza alle proprie aspirazioni.

My Best Friend’s Birthday, il film che avrebbe dovuto lanciare Tarantino come regista, finì per durare soltanto 36 minuti. Rimase incompleto a causa dei tempi di produzione fin troppo lunghi e l’accidentale distruzione della pellicola in un laboratorio di sviluppo. Sappiamo tutti però che i sogni, quelli veri, non svaniscono mai. Quentin comincia a vendere sceneggiature, riscuotendo successo sia in termini lucrativi che di aspettative, in attesa del suo vero e proprio debutto alla regia. Nasce così, nel 1992, Le Iene. Il film si rivela un successo di pubblico e critica, segnando l’inizio di una vera e propria rivoluzione all’interno del cinema indipendente.

Il sodalizio con Lawrence Bender, inaugurato con l’opera prima del cineasta, raggiunge il culmine nella seguente produzione, dando origine ad una pellicola capace di reinventare un genere ed imporsi come icona del cinema moderno.

Pulp Fiction ottiene un successo monumentale, rilanciando attori rimasti in ombra, legittimando giovani promesse e incoronando la carriera del talento di Knoxville. E’ un trionfo per la settima arte.

La trama, un intreccio narrativo suddiviso in capitoli, illustra le quotidiane vicissitudini di un gruppo di personaggi tanto atipici quanto raffigurativi.

Senza seguire un ordine cronologico e senza focalizzarsi su tematiche profonde, la sceneggiatura dell’opera si articola in dialoghi memorabili e scene all’insegna dell’irrazionalità, accompagnata dal classico voyeurismo registico di Tarantino. Ma dove è radicato questo estro narrativo tanto acclamato? Semplice. Nella capacità intrinseca di generare una vicenda inverosimile partendo da una situazione generalmente identificabile come “ordinaria”. Dare continue emozioni contrastanti al pubblico rimane il fine ultimo del film, che trasuda l’amore carnale per il cinema del suo acuto creatore.

La fusione di generi appartenenti alle categorie minori di intrattenimento crea un mix variegato ed appassionante, nuovamente valorizzato ad ogni visione e privo di qualsiasi istituzione morale.

La vena parodistica e ambigua che caratterizza la pellicola accresce ulteriormente l’atmosfera, rendendo le tradizionali “situazioni tarantiniane”, intrise di violenza, un testimone dell’abilità di Quentin nel campo della scrittura. L’enorme potenzialità del progetto è la perfetta causa dello status di cult che ha acquisito nel tempo una simile opera.

Come non citare poi la colonna sonora, che spazia dal rock al blues, passando per il funk e la particolare surf music.

Tanti piccoli brani ormai resi celebri anche dalla pellicola stessa, essendo riconducibili alle memorabili scene trasposte. E parlando di scene, bisogna solo levarsi il capello, come si suol dire, con simili pietre miliari dell’immaginario collettivo. Il monologo biblico di Jules, la siringa carica di adrenalina nel petto di una giovane Uma Thurman e il ballo disinvolto di Vincent all’interno del Jack Rabbit Slim’s, sono una piccola parte di essi; un pezzo della mente di ogni cinefilo che si rispetti. E in tutto questo discutere, sembra ancora riduttiva una simile analisi per un titolo così emblematico.

L’intreccio, intersecando la vicende, permette poi l’incontro di personaggi appartenenti a capitoli differenti, che interagiscono tra di loro quasi in simbiosi. La conclusione vera e propria della vicenda dona allo spettatore un dialogo che rasenta la perfezione e una sensazione di appagamento indescrivibili.

L’estasi pervade l’animo e dopo ben 154 minuti viene quasi spontaneo, stranamente, voler effettuare una seconda visione. Ne seguiranno tante altre, diventando vere e proprie cure cinematografiche.

Dopo questo enorme successo, il nostro Quentin intraprenderà un percorso all’insegna dello sperimentalismo, omaggiando altri generi caratteristici a cui è rimasto legato nel tempo.

Spaghetti western, arti marziali, guerra, slasher movie e tanto altro ancora rappresentano un eccellente biglietto da visita per questo emblematico cineasta. I  personaggi stravaganti ed eccentrici, come Vincent e Jules, diventeranno ancora il segno distintivo dell’immediato futuro e segneranno la nascita del suo personale universo.

Peter Bogdanovich definì Tarantino come “il più influente regista della sua generazione”. Non aveva tutti i torti.