I 10 film più filosofici di sempre

Un viaggio metafisico, che ci condurrà all'interno delle menti dei più grandi registi del secolo. Ecco i film più filosofici di sempre

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9. Rashomon, di Akira* Kurosawa, 1950.

“Nessuno dice la verità, non abbiamo il coraggio di dire le cose neanche a noi stessi!”

Rashomon“, per la regia di Akira Kurosawa, esce nel 1950 in Giappone, un paese che dopo la Seconda Guerra Mondiale (e anche prima, ma con forti condizionamenti da parte della politica imperialista) ha cominciato a sviluppare una potente industria cinematografica. Se però fino a quel momento il cinema giapponese era relegato entro i suoi confini, è proprio con l’exploit di questa pellicola che riesce a fare sentire il suo eco in tutto il mondo. “Rashomon” verrà portato con una mossa coraggiosa al Festival di Venezia, dove vincerà il Leone d’Oro, il premio più ambito della rassegna. È l’inizio di una nuova era per il cinema nipponico, che comincerà a circolare nel resto del mondo, soprattutto tra i cinefili.

La filosofia pervade la pellicola in maniera totale. Attraverso una narrazione frammentata e cronologicamente disordinata, Kurosawa toglie ogni certezza allo spettatore, che è chiamato a tentare di dare una spiegazione ai fatti che ci vengono raccontati da un monaco, un taglialegna e un viandante che si rifugiano sotto un tetto per proteggersi dalla pioggia. Ogni versione dei fatti che hanno portato all’uccisione di un samurai e il rapimento della sua donna da parte di un bandito (il favoloso Toshiro Mifune) è in realtà frutto della mediazione di chi la racconta, che è naturalmente portato per interesse personale ad inventare od omettere parti di storia.

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Un forte relativismo, dunque, con l’incapacità totale di venire a capo della questione. Ma anche un forte nichilismo quello che viene abbracciato da Kurosawa, che ritrae un mondo di uomini bugiardi ed interessati soltanto al proprio guadagno. Un nichilismo che però verrà smorzato nel finale, quando finalmente tornerà a splendere il sole, quando un bambino verrà ritrovato ed accudito dal boscaiolo, gettando un raggio di speranza per il futuro della razza umana.

A cura di: Fabio Menel

10. Into the wild di Sean Penn, 2008.
Raramente ci rendiamo conto di quanto la società ci influenzi in ogni aspetto della nostra vita. Ciò ci impedisce di respingere questo “plagio” delle nostre idee, rendendo il nostro pensiero perennemente influenzato. Eppure Christopher Mccandless di non fare altro che accontentare gli altri, essendo ciò che gli altri vogliono che sia, non ciò che è davvero. Così decide di partire, lontano, estraniarsi dalla società (facendo un riferimento filosofico vien spontaneo dire l’Emilio di Rousseau) e redivivere a contatto con ciò che lui considera l’apeiron dell’universo: la natura. In questo suo viaggio vedremo la sua redenzione, facendo un ennesimo riferimento filosofico, Alexander (come inizierà a farsi chiamare) è nient’altro che uno Zarathustra venuto non dal cielo, bensì dal basso, da quella parte di società che lui stesso si è imposto di rigettare. Aristotelico per la sua visione della felicità come virtù massima, socratico per la perenne fame di conoscenza, buddista per la frequenza della contemplazione nella ricerca di un’estasi (che Siddarta avrebbe chiamato “Nirvana”), anarchico come Pasolini, paladino dello studio disinteressato come Antonio Gramsci e sovversivo come Marx. Alexander (personaggio realmente esistito peraltro) riesce a raccogliere così tante influenze filosofiche diverse a causa della sua sproposita conoscenza e sete di essa che lo porterà ad essere un melting pot di diverse dottrine e speculazioni filosofica, dall’Oriente all’Occidente, dall’Età Arcaica all’Età Contemporanea. Come tutti i filosofi Alexander risponde con le sue idee ai problemi che incontra nella realtà in cui vive (come fa Platone con la crisi della polis, ad esempio) e ciò lo ha resa una persona degna di una pellicola così espressionista ed interessante come quella diretta da Sean Peann, che riesce a raccontare una storia che non poteva andare dimenticata e non dovreste perdervi la possibilità di conoscerla. Perchè, d’altronde, come diceva un grande filosofo:

“Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.”

-Fabrizio De Andrè

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A cura di: Samuele Vitti