Baby Driver, la recensione

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Che Wright fosse abile nel rivisitare i generi è cosa nota. Ne è un esempio la sua “Trilogia del Cornetto” dove dirige in chiave comica tre film che vogliono parodizzare (termine che però non rende perfettamente giustizia) tre generi, riuscendo a pieno nel suo intento e senza mai cadere nel banale o nel volgare, come Scary Movie insegna. Con Baby Driver, Wright riesce a superarsi ed a regalarci un film che sa coniare diverimento, azione ed intrattenimento grazie ad una storia che ricorda molto il capolavoro di RefnDrive” e che nasce come proseguo del videoclip che lo stesso Wright girò per i Mint Royale.

Baby è un ragazzo che soffre di acufene a seguito di un terribile incidente subito da bambino e che ha portato alla morte dei suoi due genitori. Per “silenziare” il fischio persistente nel suo orecchio, Baby ascolta incessantemente musica, il suo primo feticcio trasmessogli dalla madre cantante. Il suo secondo feticcio, che agisce un po’ da spauracchio verso le sue paure represse, è la guida spericolata. Nemmeno troppo paradossale che un appassionato di musica sia un esperto nella fuga. Per questo motivo Doc, un grassoccio Kevin Spacey, lo arruola nella sua gang per fare rapine. Il suo compito sarà quello di fare da autista, anche per risarcirlo del furto della sua auto. Insieme a Jamie Foxx, nei panni di un pazzo di nome e di fatto, dovranno fare un colpo all’ufficio postale che sembra già essere fallimentare in partenza. E parallelamente dovrà proteggere anche Debora, un’ingenua Lily James dalle non troppo velate minacce di Doc.

Wright colpisce ancora e ci riesce con il suo frenetico stile da videoclip ma sempre raffinato, senza mai eccedere, nell’azione estrema. I richiami a Drive (così come alcune scene rimandano alla strada di Lost Highway di Lynch), ci sono e non risultano essere invadenti o fuori luogo. Balza all’occhio la cripticità di Ansel Legort che seppur privo del giubbotto con lo scorpione ricorda molto il silenzioso Ryan Gosling. La bravura di Wright è proprio questa: sa citare, omaggiare, ma senza mai perdere il suo stile ed il suo velato british humor, cavalcando l’azione e la costante corsa come nel suo precedente “La Fine Del Mondo“, con la stessa componente emotiva che fa da sfondo al progressivo scioglimento dell’intreccio. Baby Driver è un vero e proprio cocktail di generi ben dosato ed accompagnato tanta buonissima musica che va da T. Rex a Marvin Gaye, passando per gli immancabili Queen, onnipresenti nella stragrande maggioranza dei suoi film. Senza contare che il titolo del film riprendere un grande successo del duo Simon & Garfunkel. Proprio questo l’elemento musicale risulta essere coprotagonista, quasi come se il film fosse un vero e proprio musical atipico in quanto le canzoni (tanto vintage quanto bellissime) che ascolta Baby incorniciano e dettano i tempi delle azioni, come nella scena della sparatoria in cui i proiettili vanno a tempo del brano “Hocus Pocus” dei Focus. Un preciso connubio di generi che si piegano all’educata frenesia di Wright e che rendono il film adatto a tutti.
Se sia questo il film della sua definitiva consacrazione è difficile da prevedere ma fino ad oggi, il regista di “Scott Pilgrim” non ha ancora sbagliato un colpo ed ho la presunzione di affermare che difficilmente sbaglierà.

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