On the road again pt. 3 – Una storia vera di David Lynch

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Dopo Thelma e Louise e Belli e dannati faremo ora un balzo in avanti considerevole (ben 8 anni) per un film che chiude il cerchio del discorso ed il decennio come meglio non si sarebbe potuto fare. E chi poteva farlo se non colui che in qualche modo lo aveva riaperto, quel discorso? Colui che nel ’90 con Cuore Selvaggio aveva preannunciato lo stile pulp degli anni a venire mettendolo su strada, nonchè regista non nuovo ad innovazioni e stravolgimenti epocali (fu lui a cambiare radicalmente l’idea di serialità per il piccolo schermo con Twin peaks; sarà sempre lui, ci chiediamo, a metterci una pietra tombale sopra quest’anno?). Forse lo avrete capito, il regista in questione è proprio David Lynch.

Un Lynch che torna, nel ’99, a parlarci di un viaggio, nove anni dopo quello spericolato di Nicholas Cage e Laura Dern in Cuore Selvaggio. Ma in modi, ora, totalmente diversi. Infatti, il titolo originale, The straight story, è un gioco di parole per intendere sia, letteralmente, “una storia dritta”, ad indicare la linearità del viaggio del protagonista, sia il cognome del protagonista stesso, Alvin Straight. E’ la storia vera di un anziano fattore dell’Iowa che, per rivedere l’infartuato fratello Lyle (residente a Mount Zion nel Wisconsin) col quale aveva perso i contatti da 10 anni a seguito di un litigio, si mette in viaggio a bordo del suo tosaerba con rimorchio per ben 317 miglia, trovando di volta in volta posti dove accamparsi la notte o sopperire al mal tempo.

Una storia che nulla ha a che fare con quella violenta e torbida del film del ’90 e che anzi pare capovolgerne i connotati, eliminando i contorni dell’incubo tipici lynchiani, pur non disdegnando, a tratti, le atmosfere tipiche dell’autore: l’idillio rovinato dal misterioso rumore fuori campo – che si rivelerà poi esser dovuto alla caduta del protagonista – nell’incipit non può non ricordare gli sconvolgenti minuti iniziali di Velluto blu.

“E’ un road movie che ha tutto per essere fuori moda: lentezza, malinconia della vecchiaia, scrittura di classica semplicità, personaggi positivi, ritmo disteso senza eventi drammatici.” (Morando Morandini).

Il viaggio che Alvin intraprende è innanzitutto morale:è un bel boccone amaro da mandar giù” dice in uno dei suoi tanti incontri; come se la difficoltà fosse più nella messa da parte dell’orgoglio che nel poco funzionale mezzo di trasporto utilizzato o nella prova fisica comunque impressionante considerati gli inevitabili acciacchi che la vecchiaia porta fisiologicamente con sé. “Voglio concludere questo viaggio a modo mio, non posso guidare un auto perché ho problemi alla vista e non mi piace che qualcuno guidi al posto mio per accompagnarmi” aggiunge egli stesso.

La strada, in questo caso, diversamente da Belli e Dannati e Thelma e Louise, assolve la sua funzione di collegamento da un punto A a un punto B (Alvin riuscirà infine a raggiungere il fratello, sedersi con lui sulla veranda ed osservare le stelle come si auspicava) ed entra in correlazione con la figura umana che l’attraversa e con la natura che la circonda in modi tutto sommato armonici. L’ostacolo rappresentato dalla sua lunghezza si rivela paradossalmente come una risorsa, per Alvin, un modo per comprendere meglio i motivi che presiedono alla sua apparentemente illogica scelta, per ripensare al passato (numerosi i racconti di vita che condivide con le persone che lo aiutano o che semplicemente si fermano ad ascoltarlo) ed assaporare con gusto maggiore la futura riconciliazione con Lyle.

L’estrema lentezza dettata dal ben poco funzionale mezzo di trasporto, altro elemento caratterizzante del viaggio di Alvin nonché del ritmo del film in sé, assume dunque un’importanza fondamentale. Un tratto inalienabile all’iconografia stessa del personaggio, una controtendenza crepuscolare, destinata a scomparire come gli eroi dell’epica western da cui Alvin, direttamente o indirettamente deriva; richiami che appaiono evidenti nell’abbigliamento e nei modi di fare schietti ma onesti, come appartenessero ad un codice di valori d’alti tempi (esemplare in questo senso la scena della contrattazione coi gemelli meccanici sul prezzo della riparazione del tosaerba).

Da parte sua, anche l’istanza narrativa impressa da Lynch porta all’interno del film una forte venatura malinconica e nostalgica: a ciò concorre il dolce pizzicato della colonna sonora di Angelo Badalamenti, l’intensa interpretazione di Richard Farnsworth (storico caratterista cui fu diagnosticato il cancro poco prima dell’inizio delle riprese) e l’indugiare della macchina da presa sulla vastità dell’orizzonte in continui giochi di dissolvenze incrociate.

Saranno infatti due inquadrature identiche di un notturno cielo stellato ad aprire e chiudere il film come se idealmente, con la chiusura della storia, si chiudesse un cerchio, o meglio il cerchio della vita.

La scorsa puntata della rubrica la trovate qui

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