Francis Ford Coppola incontra La Scimmia

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Venerdì 16 giugno, nella suggestiva cornice dell’Oratorio del San Filippo neri a Bologna, Francis Ford Coppola ha incontrato i ragazzi della Bioschool, il progetto formativo di Biografilm Festival che permette a giovani cineasti di seguire lezioni frontali con i grandi nomi del cinema internazionale.

Il regista di Apocalypse Now e Il Padrino è giunto a Bologna per accompagnare la moglie Eleanor, ospite al festival con la commedia romantica Paris Can Wait, suo esordio alla regia, e il figlio Roman.

In un incontro esclusivo, senza stampa e telecamere, e protrattosi per oltre tre ore, la scimmia ha avuto modo di confrontarsi con il regista italo-americano sui temi per lui portanti del cinema e di vederlo mettere in scena con i ragazzi un «gioco di teatro» per esplorare il mestiere della recitazione.

A differenza di quanto scritto da diversi giornali, il regista è arrivato non solo puntuale, ma persino in anticipo all’appuntamento, ed è subito andato sul palco senza percorrere la navata centrale, passando lateralmente tra le decine di fila di ragazzi occupati in un applauso scrosciante.

Francis Ford Coppola è una di quelle figure maestose con le quali si ha giustamente paura ad approcciarsi, ma come ogni grande artista che si rispetti, si rivela umile e sorprendentemente amichevole. La prima cosa che chiede, una volta salito sul palco, è di accendere le luci in sala per vedere meglio gli studenti, i suoi interlocutori e amici, come li definisce lui stesso.

Quando uno degli allievi cita Un’altra giovinezza, quasi si commuove: “Grazie di averlo visto, ultimamente nessuno vede più i miei film. Le major non investono sulle idee, ma solo su prodotti sicuri”. Il regista, ora impegnato nel progetto Distant Vision, sui successi e le battaglie di una famiglia italo-americana negli anni della nascita e dello sviluppo della tv, si dice interessato ad “esplorare il cinema live, senza filtri, un po’ come nella tradizione del teatro e dell’opera”.

Cosa significa fare cinema?

“Essere un artista è un grande motivo di orgoglio. Io non sono mai riuscito a vivere per fare soldi, ma ho sempre fatto cose personali. Se il tuo obiettivo nella vita è quello di fare soldi, allora non avrai mai successo. Ma se fai ciò che ami, allora poi i soldi arriveranno. Il cinema è un’illusione e l’immagine è l’elemento fondamentale di questa magia. In letteratura avere una buona frase da cui partire è fondamentale; ti permette di costruire un buon paragrafo e da lì un buon capitolo. Nel cinema lo stesso ruolo lo ha una buona scena. Inizia tutto da lì. Non c’è fotografia o colonna sonora che tenga se le scene non hanno significato. A volte poi, si riesce a trasmettere il significato personale che attribuivamo ad un film, altre invece no. Lavoro nel cinema ormai da tanto e ho sempre ricordato a me stesso di essere cortese e gentile con tutti, di fare del mio meglio perché tutto vada bene sul set. Ma c’è ben poco da fare, se il film riesce, tutti tesseranno le tue lodi; se è un fiasco, diranno tutti che persona terribile tu sia.

Qual è il binomio fondamentale del cinema?

“La relazione essenziale è quella di recitazione e scrittura. Per il cinema sono come l’idrogeno e l’ossigeno. Nello scrivere un film è fondamentale avere un punto di vista, è un elemento cruciale come per ogni genere narrativo. Nella letteratura l’incredibile evoluzione del romanzo ha dimostrato quanto il punto di vista sia essenziale: pensate all’introduzione del flusso di coscienza grazie a James Joyce e Virginia Woolf.
L’altro elemento è la recitazione, così spesso sottostimata dalla regia. La recitazione esiste da sempre, ma i registi non sanno come rivolgersi agli attori, davvero, non riescono a relazionarsi nel modo corretto con queste creature misteriose.
Tranne il mio amico George Lucas: lui ottiene sempre quello che vuole dicendo ai suoi attori sul set: Faster and more intense...”

Quale metodo usa sul set con gli attori?

“Gli attori sono essenziali, e non sorprende che molti di loro diventino talentuosi registi dopo anni di carriera: conoscono bene i difetti della regia e una volta dietro la telecamera sanno come colmarli. Orson Welles diceva giustamente che “il cinema è recitazione”. Un film mediocre non potrà mai essere salvato dalla fotografia o dal montaggio, ma dalla prova di un attore sì. Per questo sui set è importante essere vicini agli interpreti. Con la tecnologia digitale, spesso i registi sono ormai lontani dagli attori. Sbagliato. Una regola importante è sedersi sempre accanto alla telecamera, l’attore deve potervi vedere; d’altronde è lì per voi. Gli attori sono come violinisti di un’orchestra che si esibiscono davanti ad un pubblico senza violino.
Sono gli attori gli unici che meritano lode per una performance, dunque non c’è un vero metodo per plasmare la loro recitazione.
Un regista deve amare i suoi attori. Vedete grandi star comportarsi come bambini viziati sul set: hanno solo paura, una gran paura. Essere un attore è terrificante. Ma tutto ciò che vogliono, che ci crediate o meno, è essere amati da chi li dirige.
Prima di iniziare le riprese di un film, trascorro una settimana a tu per tu con l’attore principale e creo per lui l’ambiente giusto perché dia il massimo. Un regista è come un allenatore, deve creare per lui l’atmosfera ideale perché l’attore dia il meglio di sé e lasci entrare il personaggio dentro di lui, ma è l’attore che fa il grosso del lavoro. Perché non è l’attore a vestire i panni del personaggio, è quest’ultimo che entra nella persona. Se Marlon Brando vedesse passare adesso davanti ai suoi occhi una mandria di bisonti, me lo immagino comunicarmelo come solo Don Vito Corleone potrebbe.”

Perché ha voluto così strenuamente Marlon Brando per Il Padrino?

“Ai tempi non c’erano molti attori di 60 anni che potevano sostenere il ruolo di Vito Corleone. Qualcuno propose Carlo Ponti, ma era un produttore e non un attore professionista, e per quanto italiano, il suo charme non sarebbe bastato per il ruolo che avevo in mente. Mi sono chiesto allora: chi è il miglior attore in circolazione? La vera sfida era tra Marlon Brando e Laurence Olivier. Olivier era ai tempi già troppo malato per recitare, mentre Brando, che all’epoca aveva quarantasette anni e un aspetto ancora giovanile, era nella mia mente l’unico davvero in grado di interpretare il padrino. Al provino, recitò con del cotone in bocca per appesantire le guance e apparire più anziano, come il volto di un bulldog. Con quel trucco convinse definitivamente anche i restii produttori.

 

Un bel rischio!

“È stato un grosso rischio, ma vedete, se non c’è rischio, non c’è divertimento. Quando diressi Il Padrino ero già un padre di famiglia e avevo 4 bocche da sfamare a casa: il destino di quel film poteva farmi piombare nel baratro della miseria! Il rischio è una componente fondamentale. Le cose per cui vieni licenziato da giovane poi, sono spesso le stesse per cui ricevi un premio quando sei vecchio.”

Come è riuscito ad evitare di cadere nel facile tranello di mettere in scena tutti gli stereotipi sugli italiani nei tuoi film?

“Per il Padrino ero ancora molto giovane e non volevo fare errori. Giravo sul set con un taccuino e su cui avevo annotato 5 punti da tenere a mente. Il primo punto era la sinopsi del film, il secondo era il mood della vicenda, il terzo era il fulcro delle scene che stavo girando, la ragione d’essere di ogni scena per la storia che stavo raccontando. Il quarto punto… non me lo ricordo, ma credo di non averlo sbagliato ai tempi. Infine, ricordavo a me stesso di non cadere nelle trappole dei cliché. Consapevole dei numerosi pregiudizi che accompagnavano gli italiani negli Stati Uniti, ero ben attento a non rappresentare una versione stereotipata degli italo-americani, che hanno sempre avuto comunque caratteristiche differenti da chi vive in Italia.”

 

Quali registi di oggi la colpiscono?

Quello dei giovani è il cinema che mi piace!  Credo nei registi giovani, come Woody Allen! Sì lui è un artista giovane, che crede in chi dirige e continua a fare piccole produzioni senza investimenti milionari. È quello che ancora faccio anche io, collaborando anche con mia nipote. Recentemente ci siamo recati a Praga per girare un film, eravamo solo io e lei; lo spirito dell’avventura, del provare a fare un film con poco. Poche persone ormai guardano i miei film, ma resto ancora fedele a me stesso. Più piccolo è il budget, più sono alte le ambizioni. Sofia stessa fa un cinema che mi piace, è personale. I suoi film trasudano Sofia, lei è poi legata a una concezione di cinema che vuole ancora alla pellicola e non vuole rinunciare alla 35mm. Avere le proprie idee, portarle avanti e cercare di produrre storie personali, questo è ciò che mi colpisce. Ci sono tanti giovani registi capaci in circolazione, ne ho conosciuti tanti nelle scuole di cinema che ho visitato. Recentemente ho incontrato la regista canadese Sarah Polley e ho scoperto il suo Storie People Tell, ve lo raccomando caldamente. Non riuscirei a stilare una lista di 10 film preferiti però. Dovrei averne almeno 300 a disposizione!”

Cosa ne sarà del cinema nel futuro?

“Fin tanto che ci sarà la possibilità di far denaro, ci sarà sempre un cinema industriale, quello che nasce e continua per creare dei perfetti prodotti per i consumatori. Credo che il cinema continuerà sempre su due binari, quello seriale e quello più underground. Chissà quanti altri Avengers vedranno i vostri nipoti nei prossimi 20 anni! Sarei molto curioso di poter vedere come si evolverà la situazione, ma sono molto speranzoso nei giovani registi e le grandi cose che faranno.”

Nella sua carriera ha avuto qualche rimpianto?

“Non ho nessun vero rimpianto nella mai vita, ho sempre fatto tutto ciò che amavo. Quando morirò scorrerò tutti i fotogrammi di una vita piena, che ha spaziato dal cinema alla viticoltura. Ogni film che ho fatto ha avuto un significato diverso per me e non c’è nulla che non rifarei. Forse però è con Un sogno Lungo un Giorno che non ho fatto fino in fondo ciò che volevo, cioè girare tutto in un lungo piano sequenza. Ho dato ascolto a chi mi diceva di non osare troppo e ho commesso un errore.”

Pensa che i gusti del pubblico siano cambiati negli anni? Come spiega ad esempio la diversa accoglienza di omaggi al musical classico come il suo Un sogno lungo un giorno che non ebbe alcun successo a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, mentre oggi La la land ha sbancato al botteghino?

“Il gusto del pubblico sta cambiando, le grandi case di produzioni spingono ad un consumo continuo di cinema inseguendo l’obiettivo del denaro. C’è un imperante avanzare del cinema industriale, tutto ciò cui si guarda è il ritorno economico di una produzione: prima ancora che un film esca, il modello produttivo deve essere assicurato come redditizio, altrimenti il film, non si fa. Approvo il fatto che Netflix investa nel cinema, ma usano algoritmi che vanno incontro ai gusti del pubblico e eliminano così qualsiasi tipo di pericolo… Il denaro non vuole rischio. L’accoglienza di un film poi, può anche cambiare, come è accaduto ad Apocalypse Now. A volte si scommette e si vince, altre volte, semplicemente si perde. Ma non per questo dobbiamo smettere di creare cose in cui crediamo.

Quale consiglio si sente di dare a dei giovani cineasti?

“Lasciate ogni paura voi che entrate nel mondo del cinema. Siate voi stessi, mostrate la vostra unicità. Tenete sempre vivo il bambino che è in voi e raccontate storie che vi appartengono, solo così le vostre opere saranno bellissime. Ciò che ho sempre ripetuto ai miei figli e ai miei nipoti adesso, è di fare dei film personali, perché ognuno di noi è unico. Il fatto stesso che siate vivi è un miracolo, non c’è nessuno al mondo come voi, siete il frutto di una combinazione unica e complessa. Collaboro con diverse scuole di cinema e incontro tanti giovani cineasti che fanno i primi passi in questo mondo. Quando andavo alla Scuola Internazionale di Cinema dell’Avana, sono sempre rimasto impressionato dalla creatività degli studenti, ciascuno di loro ha una visione, un approccio personale al mondo. Questo è ciò che mi sento di dire a chi vuole fare cinema: mostrate un mondo che solo voi conoscete.”

Qual è il suo rapporto con l’Italia?

“Dentro di me ci sono due anime, quella italiana e quella americana: mi chiamo Francis in nome di mio nonno, Francesco Pennino, e non posso dimenticare dove sono le mie origini. Tuttavia quel poco, pessimo, italiano che so, non lo devo ai miei genitori. È stato Vittorio Storaro a insegnarmelo. Quando ero bambino era fondamentale che io fossi americano e parlassi bene la lingua di quel paese. Mia madre Italia, che era originaria della Basilicata, mi ripeteva sempre: “Sei americano! Vieni dalla nazione più potente del mondo!”, poi interveniva mio padre Carmine, napoletano, e aggiungeva: “Sì, ma sei anche Italiano, il paese è più bello del mondo!” Credo fortemente nel futuro dell’Italia, così come credo in quello degli Stati Uniti, malgrado chi è al momento al potere. Forse il nostro attuale presidente si è dimenticato che siamo tutti immigrati nel paese, e che lui stesso discende da una famiglia tedesca, a lungo segretamente tedesca, perché ai tempi del loro arrivo in America, dire di venire dalla Germania era ancora pericoloso. L’Italia è un paese grande, meraviglioso, la terra delle automobili, della pelletteria, della moda, del cibo e dell’arte. Il grande vantaggio degli italiani poi? Sono tutti degli attori! Il vostro è un grande paese dalle mille sfaccettature e risorse, ma deve credere di più nel futuro dei suoi giovani, come voi che provate a entrare in un mondo altrettanto meraviglioso, come quello del cinema. Gli Italiani insomma possono fare qualsiasi cosa, tranne, forse, dire la verità.”

 

 

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