In Sordina: Film – The Boy and The Beast

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Il genere dell’ animazione sta vivendo un periodo molto florido, laddove invece, il live action perde terreno. Schiere di grandi e piccini sono pronti a riunirsi fisicamente e socialmente, durante la visione di un film Pixar o Dreamworks, ignorando molto spesso però, un sottobosco fittissimo di opere di qualità che rimangono In Sordina. Essendo stati fagocitati dalla cultura americana ciò accade sopratutto ai lavori di animazione orientali che, vuoi per la distribuzione, vuoi per lo stile impopolare, rimangono relegati ai pochi reietti che, come talpe in cerca di un rifugio, esplorano queste pellicole. Si, certo, Myazaki e lo studio Ghibli hanno raggiunto una fama acclamata da pubblico e critico, fortunatamente, ma c’è dell’altro che rimane celato al grande pubblico.

Oggi parlerò di questo “altro”, tirando fuori un film davvero interessante che vi consiglio caldamente: The Boy and the Beast. L’uomo alias Ren (o meglio dire “Kyuta”) non è altro che un bambino che, appena divenuto orfano di madre, deciderà di scappare di casa cercando di ottenere la forza necessaria a sostenere una vita indipendente. Rifugiatosi in un zona periferica del centro cittadino farà l’incontro con una bestia, alias Kumatetsu, uno dei candidati al ruolo di Gran Maestro in cerca di un discepolo. Kumatetsu affascinato dal carattere insubordinato e ribelle del ragazzo cercherà di portarlo con sè, ma vista la natura umana del giovane desisterà dall’idea. Sennonchè Kyuta deciderà di seguire quello che diventerà, poco dopo, il suo maestro. Da questo momento inizierà un percorso di apprendimento che porterà il maestro ed il discepolo a superare le criticità della loro esistenza nel cammino verso il grande scontro di Kumatetsu contro Iozen, che deciderà chi dovrà divenire il Grande Maestro (ovviamente il vero avversario sarà lo stesso burbero maestro e i suoi limiti che cercherà di superare, con e grazie al suo allievo).

L’apprendimento è uno dei temi portanti della pellicola che, in maggioranza, si basa proprio sull’evoluzione del nostro protagonista (ma anche del suo comprimario, in realtà) che cercherà di acquisire quella forza che gli darà la possibilità di affrontare tutte le avversità che gli porranno davanti in maniera indipendente e coscienziosa. Usando questo topos come esempio, si può descrivere tutta la poetica della pellicola;  possiamo definire, infatti, The Boy and The Beast come uno dei film pedagogicamente più importanti della storia recente. Sia perchè incentrato in buona parte sull’argomento “apprendimento” (quindi ovviamente arrivare a toccare anche l’auxologia) ma anche per come questo tema viene trattato. Il modo in cui pesca dalla tradizione orientale (un esempio chiarissimo è quello dell’uso delle arti marziali come mezzo di apprendimento) e riesce, contemporaneamente, ad innovare e rinnovare è semplicemente strabiliante. I contenuti e i messaggi non sono poi così originali, eppure vengono mostrati in un modo che li rinfresca e li rende tutt’altro che banali, facendo sembrare dei concetti non nuovissimi (specie per chi studia le scienze legate all’evoluzione dell’uomo) come originali; anche perchè cerca di mostrarli e dimostrarli, non solo enunciarli, (per quello un libro funziona molto meglio, poche storie) come accade, ad esempio, in Essi Vivono di Carpenter (nello stesso modo inoltre, nelle due pellicole viene usata la fantasia ed il fantastico per rappresentare la realtà). Ciò accade sopratutto per come il regista (che cura anche il soggetto) sceglie di usare simbolismi e mostrare la sua poetica piuttosto che spiegarla (ne sono esempi lampanti l’oscurità che pervade l’uomo e l’impossibilità di esso di vivere pacificamente con il mondo delle Bestie, in cui ritorna peraltro l’uso del fantastico che ho citato in precendza). Per il resto è giusto lasciare a tutti gli spettatori il gusto della scoperta di tutto ciò di cui è narrativamente ricco The Boy and The Beast (posso solo dirvi che vi sarà anche molto divertimento e una scrittura, sia dei personaggi che degli eventi, fenomenale.) C’è una riserva però, la pellicola potrebbe divenir pesante per gli spettatori non interessati alle scienze umane, anche se le qualità tecniche e il coinvolgimento nella storia sono motivi per soprassedere anche se fate parti di quel gruppo di utenti. Tecnicamente ci troviamo dinanzi ad un prodotto eccezionale, che, come per i temi, pesca dalla tradizione dell’animazione giapponese e la reinventa (con un uso sopraffino dei nuovi mezzi) donandole nuova linfa vitale. Inoltre, nota molto importante, aldilà della bellezza in sè per stessa, di ciò che guardiamo, è importante anche come sia pregno di significato e sopratutto di voglia di trasmettere qualcosa allo spettatore, la caratteristica fondamentale che crea la dicotomia tra arte ed intrattenimento e forma e contenuto (quest’ultima però che, plagiando Truffaut, deve trovare un punto di contatto).

Purtroppo credo che questa pellicola sia passata in sordina perchè l’animazione è di per sè un genere sottovalutato, quella orientale poi, in Occidente, è davvero ad appannaggio di una misera parte anche degli stessi appassionati della settimana arte. E’ senza dubbio un peccato, molto grave (questa pellicola è disponibile su Netflix, ergo facilmente recuperabili per tutti, insieme ad esempio ad Il Giardino delle Parole. Se volete fare un favore a voi e stessi e ad un fanciullo (insegnando ed imparando come fa Kumatetsu con Kyuta, non a caso) osservate questa pellicola, godetevela e analizzatela meglio di come ho fatto io in questo articolo, volutamente, in molto superficiale ma che spero vi lascia quel senso, inimitabile, di scoperta di qualcosa di molto prezioso.

I precedenti appuntamenti della rubrica In Sordina: Film sono qui 1, 2, 3, 4

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