Incarnate – Recensione

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Uscito nelle nostre sale l’8 febbraio 2017 (ma in quelle americane già il 6 dicembre del 2016), Incarnate di Brad Peyton è l’ultimo horror targato Blumhouse, casa di produzione che negli ultimi anni ci ha abituati, da una parte, ad ottimi film di genere (vedasi il recentissimo Split di M. Night Shyamalan), ma anche, dall’altra, come si direbbe a Roma e dintorni, a clamorose sòle (un esempio per tutti il primo capitolo di Ouija). Ebbene, arguire a quale dei due schieramenti appartenga il film in questione, si è rivelata essere un’operazione fin troppo facile ed immediata, persino (o soprattutto?) per un fan del cinema del terrore come il sottoscritto.

Ambientato in un universo narrativo che pare condensare, malamente, quelli ben meglio costruiti e sviluppati de L’esorcista e di Inception, Incarnate segue le vicissitudini del Dr. Seth Ember (interpretato da Aaron Eckhart), scienziato a cui evidentemente “appiopparono” (un po’ come a Padre Maronno la santità) il dono di entrare nei sogni di chi è posseduto da un qualche demone; sua missione è quella di espellere l’ospite indesiderato dal corpo e dall’anima del malcapitato di turno. Caso vuole però che proprio uno di questi spiriti malefici, chiamato Maggie, si incaponisca col nostro dottore e lo perseguiti: dopo aver ucciso la sua famiglia (moglie e figlio) ed averlo costretto sulla sedia a rotelle, stavolta è intento, infatti, ad attirarlo a sé mediante l’incarnazione nel corpo di un bambino innocente che necessita di esser liberato. Chiamato in causa da un’emissaria del Vaticano, Ember dovrà dunque intraprendere un nuovo viaggio onirico, forse il più importante di tutti.

Se l’idea di partenza, bizzarro pseudo-cross-over di due brand (e di due generi) così diversi ma dalla comune fortuna, poteva sembrare una follia già in partenza (benchè non priva di qualche perverso interesse), la realizzazione e lo sviluppo affidati al delirante script di Ronnie Christensen, se possibile, vanno ben oltre ogni più catastrofica aspettativa.

Per l’appunto, indeciso nei toni (tra l’horror demoniaco e il cinecomic supereroistico mancato), il film parte e prosegue, incessantemente, ad un ritmo, è il caso di dirlo, indiavolato e che tutto inghiottisce: narrazione, presentazione dei personaggi (talmente abbozzata che pare di assistere ad un sequel), relativo scavo psicologico e qualsivoglia tipo di tensione, sia essa drammaturgica od emotiva. Talmente è veloce e sbrigativo il montaggio da rendere persino i 4/5 immancabili (e mal assestati) jump-scares totalmente impalpabili.

Le varie tappe della soporifera (in tutti i sensi) avventura del nostro eroe si susseguono, una dietro l’altra, in un superficiale e ripetitivo schema, esemplarmente rappresentabile nei seguenti episodi: Ember non vuole occuparsi del caso del bambino – l’inviata del Vaticano insiste – Ember cambia idea; la madre del bambino non vuole permettere ad Ember di occuparsi del figlio – Ember insiste – la madre cambia idea; il padre del bambino non vuole farsi coinvolgere nel caso – Ember lo picchia  –  il padre cambia idea; e via via discorrendo…

Tra continui voli dalle finestre, metodo più che mai nolaniano per risvegliarsi da un sogno quando le cose si mettono male, e maligne e stranianti voci di friedkiniana memoria, si arranca fino ad un doppio o triplo finale – scandito da una sequela di inutili ed inefficaci colpi di scena – nel quale sembra di scorgere la minacciosa ombra (quella sì davvero spaventosa) di un imminente sequel non richiesto.

Il regista, Brad Peyton, si rivela in definitiva davvero inadatto al genere ed il passo dal disaster movie San Andreas al disastroso Incarnate pare essere stato davvero più lungo della gamba. Nemmeno la buona interpretazione di Aaron Eckhart, a proprio agio sia nei sogni in cui si muove liberamente che nella cruda realtà dove vigorosamente spinge le ruote della propria carrozzella per muoversi, è in grado di salvare baracca e burattini dal piattume generale.

Nella colonna sonora è da segnalare il brano Sail degli Awolnation (molti ricorderanno di averlo già sentito in Veloce come il vento di Matteo Rovere) che apre e chiude il film in uno strano ed infelice contrappunto con le immagini.

Difficile capire quali fossero i propositi della pellicola: spaventare, appassionare o semplicemente intrattenere? Sicuro è che li fallisca tutti miseramente. Meritato il flop sia di critica che di pubblico (costato 5 milioni, è riuscito a malapena a rientrare nei costi di produzione coi suoi 6,3 milioni di incasso all’attivo). Insomma, per farla breve: sòla fu.

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