Permanent vacation – L’opera prima di Jim Jarmusch

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L’esordio al cinema per Jim Jarmusch avviene, come successe a molti altri grandi (ad esempio Scorsese col suo Chi sta bussando alla mia porta?), sotto forma di tesi per il diploma ad una scuola di cinema. E, come per molti altri grandi, l’opera prima contiene già in nuce gli elementi cardine della poetica del regista, al netto di una natura magari ancora acerba ma dalle promettentissime potenzialità. Dichiarazione d’intenti a partire dal titolo, esplicato nel flusso di pensieri finale (“ora che sono via vorrei essere di nuovo lì. Molto più di quando non ero veramente lì. Diciamo solo che sono una specie di turista…un turista perennemente in vacanza”), è un road movie senza auto (ad eccezione di una breve sequenza) né altri mezzi di locomozione, se non la nave che vediamo salpare nel finale; un lento girovagare per strade deserte, silenziose, bombardate, in un possibile futuro prossimo post-atomico in cui la solitudine e la difficoltà a comunicare si fanno portavoce di una generazione allo sbando senza ideali se non quelli della fuga, impossibile, verso mete idealizzate e lontane (“può essere Parigi la mia Babilonia?” chiede il protagonista ad un turista francese giunto a New York a cercar fortuna).

“La storia, o almeno questa parte della storia, parla di come sono arrivato da lì a qui. O forse, dovrei dire da qui a qui.”

Fuga impossibile, si è detto, intendendo non un’impossibilità fisica: il narratore-protagonista è effettivamente arrivato in Francia nel momento in cui ha deciso di raccontarci la sua storia (“così mi trovo qui, in un posto di cui non conosco nemmeno la lingua”); bensì un’impossibilità spirituale, o meglio, l’impossibilità di una fuga spirituale, di un vero cambiamento interiore dettato dal movimento esterno, nella piena tradizione dei road movie della contro-cultura hollywoodiana (da Easy rider di Dennis Hopper a Strada a doppia corsia di Monte Hellman).

Le persone sono scomparse dalle strade, come suggerisce il montaggio alternato iniziale nel suo rimbalzo tra vie affollate da masse indistinte in slow-motion e scorci di desertici e desolanti isolati. Siamo in un orrorifico film di fantascienza, si potrebbe pensare, magari alla maniera de L’ultimo uomo della terra (cult del ’64 con Vincent Price, la più riuscita trasposizione al cinema, a parere di chi scrive, dell’Io sono leggenda di Richard Matheson), pellicola con la quale il film di Jarmusch ha in comune anche la voce narrante di stampo noir, rassegnata e disillusa del protagonista (come in Viale del tramonto di Billy Wilder o ne L’ombra del passato di Edward Dmytryck); o forse siamo in un thriller, come pare suggerire il susseguirsi iniziale di campi vuoti di stanze e locali, immagini inevitabilmente colme di inquietudine che inquadrano posti dove qualcosa di terribile potrebbe succedere, o forse è già accaduto ( magistrale ne è l’uso nel capolavoro di Lang M-Il mostro di Dusseldorf e davvero apprezzabile nell’incipit del più recente Gone girl del buon Fincher); quando però uno dei campi vuoti, pur rimanendo endemicamente e paradossalmente vuoto, verrà fisicamente riempito dalla presenza umana della ragazza del protagonista inserita attraverso una dissolvenza incrociata (futuro marchio di fabbrica jarmuschiano), il film sembrerà muoversi verso il dramma da camera, alimentando i dubbi interpretativi dello spettatore. Sicuro è che l’allora giovane regista di Akron dimostrava già grande consapevolezza nell’utilizzo del linguaggio cinematografico e impressionante sapienza nella riuscita commistione dei generi per un film che si trasformerà, come detto, più o meno dal ventesimo minuto in avanti (quando cioè il nostro alienato eroe uscirà di casa dando il via al suo lento girovagare), in un atipico road movie intimista sull’inguaribile impasse dell’anima.

Il ritmo, nel secondo atto, è scandito dalle entrate in scena dei personaggi che Allie Parker, il protagonista, incontra più o meno casualmente: un reduce del Vietnam che vive tra le macerie, la madre ricoverata che forse non lo riconosce davvero, una donna in chiaro stato confusionale da shock post-traumatico, la giovane cassiera di un cinema dove proiettano Ombre bianche di Nicholas Ray (ma la musica che sentiamo provenire dalla sala è quella morriconiana de Il buono il brutto e il cattivo!), un uomo di colore che gli racconta la storia del suicidio di un jazzista incompreso (scena memorabile) e un giovane trombettista interpretato dall’eclettico John Lurie (qui all’inizio della sua proficua collaborazione con Jarmusch). Ogni incontro è caratterizzato dall’incomunicabilità e dalla difficoltà estrema di riuscire a instaurare un vero e proprio dialogo con l’interlocutore di turno; ognuno è assorto nel suo mondo, che sia per via dell’insanità mentale vera e propria o a causa dell’alienazione portata dalla vita straniante nella metropoli.

Il destino del protagonista ha una svolta inattesa quando, in un piano-sequenza fisso di due minuti geniale e magistrale allo stesso tempo, ha l’occasione di rubare un auto da cui ricaverà poi i soldi per imbarcarsi e partire; in pieno stile minimalista la scena non può che riportarci con la mente a Bresson, agli scippi dei ladri di Pickpocket o alla rapina sventata dalla polizia in un minuto e mezzo ne L’argent.

La partenza verso il nuovo mondo, così come nel successivo Stranger than paradise (in cui the new world è direttamente il titolo del secondo dei tre capitoli di cui è composto), è una risposta ad un’esigenza interiore, una voce che ti intima di agire, di punto in bianco, senza curarti delle conseguenze. Perché l’importante, ci dice il cinema di Jarmusch, è scegliere una direzione in un bivio, per quanto a scatola chiusa possa essere tale scelta, come nell’emblematica inquadratura finale di Daunbailò; lasciarsi cullare dalle onde per un ultimo viaggio, chè tanto ognuno di noi è già, come Johnny Depp nell’omonimo film, un Dead man; variare un tema oramai inflazionato, come fa John Lurie con Somewhere over the rainbow, o soccomberne di fronte alla ripetitività ad effetto doppler che rischia di accompagnarci, per sempre ed in maniera dissonante, nella nostra Permanent vacation.

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