Solo gli amanti sopravvivono – I vampiri di Jim Jarmusch

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Il cinema, hollywoodiano e non, pare essere da sempre affascinato dalla figura del vampiro. Sarà che il romanzo che rese celebre tale creatura, il Dracula di Bram Stoker, uscì nel 1897, a soli due anni dall’invenzione del cinematografo dei fratelli Lumiere, sarà che per sua stessa connotazione si presta facilmente ad una efficace riproposizione sullo schermo ( somiglia in tutto e per tutto a un uomo, giusto un po’ più pallido e con dei canini maggiormente pronunciati), ma sarà anche che il vampiro, nel suo essere tanto immortale quanto fragile (la luce del sole e la carenza di sangue sono per lui letali), riesce a catalizzare, così come sa fare il cinema, sia i nostri sogni che le nostre paure più recondite.

Tra i film che negli ultimi anni hanno saputo meglio trattarne l’essenza ed i conflitti interiori inevitabilmente annessi, non si può fare a meno di citare Solo gli amanti sopravvivono di un uno dei grandi maestri del cinema indipendente americano, Jim Jarmusch.

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Adam ed Eve, nomi non casuali, sono dunque una coppia di vampiri interpretati da Tom Hiddleston (irresistibile il suo accento inglese) e Tilda Swinton (sempre sembrata, in realtà, una creatura soprannaturale), che da centinaia di anni abitano il nostro pianeta. Lui è una rockstar reclusa e più che mai in crisi esistenziale, con Ian (interpretato dal compianto Anton Yelchin) come unico contatto, ragazzo che lo aiuta a reperire tutto ciò di cui ha bisogno a parte il sangue, fornitogli invece da un medico opportunamente corrotto a cui si presenta come dr. Faust ma dal quale verrà scherzosamente chiamato dr. Stranamore o dr. Caligari nel corso del film, a conferma della natura cinefila del regista e dell’opera. Lei è un assidua (e più che mai celere!) lettrice che non ha perso la voglia di trascorrere ancora momenti di piacevolezza col suo amante e che a Tangeri passa il tempo a chiacchierare con l’ancor più attempato amico Marlowe (John Hurt), a cui Shakespeare, ci fanno sapere, deve una grossa fetta della sua fama. Capendo quanto abbia bisogno di lei, Eve raggiunge a Detroit Adam con un paio di voli notturni, ma l’idillio va presto incontro a qualche disturbo: uno tra tutti la sorellina di lei Ava (una diabolica Mia Wasikowska), anch’esso nomen omen e cinefilo: Ava Gardner è una delle più celebri femme fatale hollywoodiane.

Già a partire dalla prima sequenza la sensazione è quella di una totale attrazione per lo spettatore: un vorticoso cielo nero “trapunto di stelle” fa da sfondo ai titoli di testa quando, grazie ad un gioco magico di dissolvenze e sovrapposizioni ( vero e proprio leitmotiv tecnico del film), affiora l’immagine di un vinile che gira, così come paiono girare su se stesse le stanze in cui si trovano, solitari e in preda all’estasi per l’assorbimento del sangue, i nostri due protagonisti: i due amanti millenari, lei e lui, rispettivamente terza e quarta inquadratura del film. Anche se, come verremo a sapere poi, una è a Tangeri e l’altro a Detroit noi, dopo neanche due minuti, sappiamo già che spiritualmente sono una cosa sola: ci è chiaro perché la macchina da presa si ferma, di sghembo, su entrambi, incrociandoli in un ideale campo-controcampo.

Siamo già avvinti prima ancora che la narrazione cominci, dunque, e ci accontenteremmo anche solo di osservarli questi due personaggi, così pallidi ed eterei, che Jarmush fotografa splendidamente in inquadrature spesso simili a veri e propri dipinti.

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Con un incedere maestoso ed elegante in un contesto più che mai decadente, non è certo casuale l’ambientazione a Detroit, Jarmusch ci porta ad una completa e a tratti irrazionale fascinazione per i suoi eroi. Vorremmo essere come loro, avere il tempo che hanno loro: per leggere, per creare arte e per amarsi; saremmo disposti ad accettare di vivere nascosti, di dipendere dal sangue umano e di evitare ogni possibile riconoscimento (Adam scrisse per Schubert un quartetto d’archi e Marlowe è il vero autore dell’Amleto). E questo perché forse siamo noi ad essere diventati davvero mostruosi: Adam ci definisce come una massa di zombi, nell’accezione più romeriana del termine, ovvero incapaci di autodeterminazione e vittime del consumismo e delle droghe (il nostro sangue si sta infettando). La sua crisi deriva proprio da questo: che senso ha continuare ad abitarlo un pianeta così deturpato? Le strade deserte ed i palazzi fatiscenti sembrano appesantire la psiche di chi li attraversa, rendendo sempre più deprimente la permanenza sulla Terra.

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La soluzione che può salvarci, però, esiste, e per Jarmusch è l’arte: una sinuosa danza con la donna che ami, l’ascolto epifanico di un canto magnetico e la contemplazione attenta di un bacio sotto le stelle possono essere preziosi incentivi per vincere l’apatia, riassaporare il gusto della meraviglia e tornare a nutrirsene.

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