Assassin’s Creed – Recensione

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Premessa: “Assasin’s Creed” di Justin Kurzel è con tutta probabilità il miglior adattamento cinematografico di un videogames mai riuscito, in competizione con il primo “Tomb Raider”.

E qui iniziano le note dolenti. Perchè appare sempre più evidente il fatto che a Hollywood non abbiano ancora trovato l’alchimia giusta per trasporre in maniera precisa un videogioco sul grande schermo. Questa volte le premesse c’erano tutte: il gioco che in 7 anni di vita ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, creando parallelamente un merchandising capillare (maglie, libri, gadget) permettendo ad Ubisoft di creare un vero e proprio impero commerciale, la regia affidata al giovane ma ambizioso Justin Kurzel (già ammirato in Macbeth) e un cast di tutto rispetto capitanato da Michael Fassbender e Marion Cotillard.

L’idea di fondo del videogioco sembra banale ma lascia la sensazione di avere potenzialmente uno sviluppo infinito: nel DNA di ognuno di noi sono nascosti i ricordi di tutti i nostri antenati e attraverso una macchina denominata “Animus” è possibile accedere a questa parte oscura della nostra mente e riviverli come fosse realtà. L’Abstergo, la società con sede a Madrid che detiene la paternità su questa geniale invenzione, vuole sfruttare la tecnologia per prevalere finalmente nella battaglia che va avanti da migliaia di anni, quella tra templari ed assassini. Oggetto della contesa è la Mela dell’Eden, che garantirebbe al suo possessore di eliminare per sempre il Libero Arbitrio dal genere umano.

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Ma come arrivare ad un oggetto di cui non vi sono più tracce da quasi 600 anni? Attraverso l’Animus, ovviamente, e i ricordi di un discendente di Aguilar de Nerha, assassino vissuto in Spagna nel quindicesimo secolo e ultimo protettore della reliquia. Il prescelto è quindi Callum Lynch (Michael Fassbender), un uomo dal passato tormentato e sanguinoso che viene catturato dalla Abstergo e inserito in un complesso secretato insieme ad altri esattamente come lui: gli ultimi discendenti dell’Ordine degli Assassini.

 

Il principale parallelo tra gioco e film è stato clamorosamente mancato. Il videogioco infatti ha sempre permesso al giocatore di potersi muovere su più piani temporali, relegando la parte dedicata al presente ad uno spazio marginale rispetto ai ricordi. Il vero punto di forza dell’intera saga videoludica è sempre stato quello di potersi muovere in contesti storici perfettamente riprodotti, sia che l’ambientazione fosse la Gerusalemme del XII secolo o il Rinascimento fiorentino, l’America coloniale o la Rivoluzione francese, la ricostruzione e l’interconnessione dei personaggi fittizi con quelli storici e reali è sempre stata il fulcro della saga. E ad essa si deve gran parte del suo fascino.

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Nel film tutto questo manca e chiunque abbia giocato ne sente la mancanza. Nella bilancia della sceneggiatura il vero protagonista è Cal e non Aguilar, nonostante solo grazie a quest’ultimo ci siano le scene d’azione più spettacolari e vicine alle vere atmosfere e movenze del videogioco (grazie sopratutto alla supervisione di Ubisoft e all’uso massiccio di CGI).

La falla più evidente del film si consuma sopratutto nelle scene dedicate alla Spagna del quindicesimo secolo. I dialoghi sono ridotti a pochi scambi di battute e imbottiti delle frasi cult già apprezzate nel gioco, la scelta di utilizzare lo spagnolo e di conseguenza i sottotitoli rappresenta un rischio per una produzione di questo livello ma sopratutto mancano relazioni tra i personaggi. Tutta la sequenza si risolve nella dicotomia “buono-cattivo” e nello scontro tra templari ed assassini alla conquista dell’agognata mela.

Il fatto che sia il tutto ambientato in un’epoca affascinante come quella dell’Inquisizione (per di più un periodo storico finora mai toccato anche dalla saga videoludica) nulla aggiunge ad un racconto che appare frettoloso e volto soltanto a mostrarci le meraviglie delle coreografie dei combattimenti e degli inseguimenti in stile parkour. Il risultato è che alcune sequenze, in particolare quella centrale, sono belle, anzi a tratti bellissime, ma assolutamente vuote e viene dunque spontaneo chiedersi se in fondo limitarsi a guardare quei videogiochi non avrebbe avuto poi lo stesso identico effetto, senza ricorrere ad attori così prestigiosi o a riprese così impegnative. Infatti del cast resta salvabile la performance del solo Fassbender, mentre Marion Cotillard non ha convinto del tutto, relegata ad un ruolo potenzialmente incisivo ma distrattamente sviluppato dalla sceneggiatura.

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Kurzel, seppur ambizioso, sembra aver gettato via la grande occasione per fare giustizia alla scarsa adattabilità dei videogiochi al mondo del cinema. Avanti un altro. 

 

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