Caleidoscopio: Recensione della serie heist su Netflix con Giancarlo Esposito

Caleidoscopio
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La nostra recensione (con SPOILER) della nuova serie Netflix, Caleidoscopio

Cominciamo col dire una cosa: Caleidoscopio, la nuova serie Netflix con Giancarlo Esposito, funziona benissimo anche al di là del proprio titolo. Se ne è parlato: gli episodi sono divisi in colori e, come annunciato a inizio visione (colore nero) sono intercambiabili; si possono vedere in qualunque ordine, e sta allo spettatore ricostruire la linearità della trama.

Un buon slogan pubblicitario diciamo, ma che non rappresenta il punto di forza della serie: anzi, è un optional, carino ma del tutto inessenziale al godimento della trama. Uno, perché già Netflix presenta gli episodi in ordine sparso e quindi non c’è nemmeno bisogno di selezionarli casualmente: già per come è organizzata la storia salta avanti e indietro.

Due: non stiamo guardando Dark, non è un lavoro cervellotico di Christopher Nolan e nemmeno un film sperimentale di Gaspar Noé. Il “puzzle” che lo spettatore viene invitato a ricostruire è oltremodo semplice e composto di pochi, facili pezzi da mettere insieme con minimo sforzo. Per questa ragione la natura “caleidoscopica” della serie, se pur interessante, conta in fin dei conti poco.

Tre: l’idea che gli episodi si possano vedere in qualunque ordine è relativa: il meccanismo funziona ma la storia segue una direzione unica, una progressione cronologica. C’è un climax, c’è un momento centrale e c’è la “fine”, che varia per ciascuno dei personaggi. Tutti seguono un arco narrativo che va comunque rispettato e perciò la possibilità di una riproduzione casuale lascia alla fine il tempo che trova.

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E va bene così, perché per tutto il resto Caleidoscopio è davvero riuscita. In realtà una storia vista e rivista: la classica banda che si organizza per la rapina del secolo, tradimenti, imprevisti, situazioni complicate, scontri interpersonali e colpi di scena riprendono tutti i più classici schemi del genere, da High Sierra (1941) a La Casa di Carta.

Eppure tutto funziona, grazie ad un’ottima scrittura e, elemento sempre fondamentale, ad un’attenzione nello sviluppo dei personaggi che consente di affezionarsi e voler approfondire le loro vicende, anche se di certo non originali. E il primo nome che va fatto in tal senso è quello del nostro Giancarlo Esposito, qui davvero da Oscar anche perché interpreta un uomo affetto dal morbo di Parkinson.

Secondo viene Rufus Sewell, il John Smith di The Man in the High Castle qui assolutamente convincente nel ruolo di “villain”; e un’ottima prova la danno altri due attori poco conosciuti, Jai Courtney (Bob) e Peter Mark Kendall (Stan). In generale un ottimo cast, coeso e convincente, che riesce a rendere appassionante una storia sia pure prevedibile.

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Come molti racconti del genere heist, la storia ragiona sulle conseguenze delle proprie azioni, sulle ragioni che le decidono e sulla natura della moralità, che chiunque adatta ai propri bisogni. Ne emerge la classica riflessione: dove sta il bene? Dove sta il male? Dove tracciare la linea tra i due?

Intendiamoci: Caleidoscopio non intende giungere ad alcuna pretesa di ragionamento filosofico, ed è per questo che funziona. Si concentra invece su un’ottima regia, dialoghi ben scritti, scene semplici ed efficaci e ritmo scorrevole; ottime anche le musiche (si va dagli Alt-J a Fatboy Slim) e miracolosamente ci si risparmia sulla CGI per una narrazione più realistica e spontanea.

Insomma, se non altro Caleidoscopio dimostra che il genere heist non è morto e che, come tutti gli altri, si può rinnovare anche nel 2023 a patto di affidarsi ad un cast capace, ad una buona scrittura e ad una semplicità di intenti. Netflix metterà in cantiere una seconda stagione? Speriamo di no, perchém questa è perfetta così.

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