Red Rocket, Recensione del nuovo film di Sean Baker

Red Rocket
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Red Rocket è il nuovo film di Sean Baker, regista di Tangerine e Un sogno chiamato Florida. L’opera è stata selezionata in concorso al Festival di Cannes 2021, e l’anteprima italiana è stata affidata alla sezione “Tutti ne parlano” della Festa del Cinema di Roma. La distribuzione nelle sale sarà curata da A24, già produttrice di Un sogno chiamato Florida.

Red Rocket: la trama

Los Angeles ha rispedito a casa Mikey Davis, costringendolo a tornare dalla donna a cui lo lega un matrimonio ormai soltanto teorico. Le loro strade sono state infatti divise dalle trame sotterranee dell’industria pornografica, nella quale Mikey troneggia con il soprannome di Saber. Né Lexi, sua moglie, né Lil, sua suocera, sono molto contente di rivederlo, e in generale Mikey sembra avere più di un conto in sospeso con la città.

Eppure gradualmente le cose sembrano iniziare a tornare ad un certo equilibrio. Sarà l’incontro con Strawberry a riportare a galla vecchi istinti, e con loro il bisogno imperioso di tornare sulla vetta del cinema porno, che scuoterà dalle fondamenta la fragile routine di Mikey.

Cast

  • Simon Rex: Mikey “Saber” Davis
  • Suzanna Son: Strawberry
  • Bree Elrod: Lexi
  • Brenda Deiss: Lil
  • Judy Hill: Leondria
  • Marlon Lambert: Ernesto
  • Brittany Rodriguez: June
  • Ethan Darbone: Lonnie
  • Tsou Shih-ching: sig.ra Phan

Trailer

Red Rocket: recensione

Guardare Red Rocket spinge inevitabilmente a pensare a chi ci aveva già raccontato dell’altra Hollywood. A differenza di Boogie Nights, però, Sean Baker racconta un’altra-altra Hollywood: non quella istituzionale della corte dello star system, ma quella underground, fatta di impulsi più primordiali. E dove Paul Thomas Anderson aveva quindi scelto le dimensioni altmaniane di un affresco corale, Red Rocket trova nell’ardente melologo del suo protagonista la sua unica ragion d’essere.

D’altronde Sean Baker ha definito una linea precisa con i suoi due ultimi lungometraggi. Sia Tangerine che The Florida Project trovavano infatti una via ben precisa alla narrazione del mondo del sesso e dei suoi protagonisti, e con Red Rocket prosegue quindi a caratterizzare il suo universo cinematografico in quella direzione.

Elegge quindi Mikey Saber ad anti-eroe prediletto per una tragicommedia contemporanea mascherata da un profondo esercizio di studio sul personaggio. Un ritratto con le dimensioni del widescreen, che completa il percorso di normalizzazione della sessualità risultando allo stesso tempo più esplicito e più inquadrato.

Νόστοι, ritorni

Come il poema greco del ciclo troiano perduto per sempre, Red Rocket racconta il ritorno a casa del protagonista. La capitolazione di Los Angeles, o per meglio dire della sua Los Angeles, lo costringe a tornare alle proprie radici. Ad aspettarlo non c’è però una moglie amorevole e una città che lo trasforma in eroe, tutt’altro.

La Texas City che fa da teatro alla vicenda è corrotta fino al midollo, spietata nei confronti di Mikey, ed è uno specchio perfetto del protagonista. Ben lontano dallo sfarzo, anch’esso depravato, in cui è immerso Dirk Diggler, Red Rocket sceglie la miseria e il crimine di bassa lega.

La caratterizzazione del protagonista è tutta nel setting in cui si muove, una steppa arida a cui fanno perennemente da sfondo le ciminiere della raffineria. In questo senso quei magnifici pastelli che abbiamo amato in The Florida Project, in Red Rocket cambiano completamente significato. Se la cromatura nel film precedente serviva ad amplificare le atmosfere di un sogno visto dalla prospettiva dei bambini, nel feroce microcosmo di Mikey giocano un ruolo di antifrasi.

Con i colori Sean Baker sembra quasi tracciare la traiettoria che porta fino al negozio di ciambelle, che è come un piccolo tempio in questo altrove così brullo e inospitale. È qui che conosciamo Strawberry, che da custode del segreto di queste tinte così pop si svela in realtà una componente di un mosaico in cui non è contemplata alcuna remissione. La sua è una bellezza americana, forse bellezza di un sogno americano ormai lontano e inafferrabile, che trova nel cinema porno una possibilità di realizzarsi e di redimersi.

L’audiovisivo tra la Florida e il Texas

Paradosso sintetizzato perfettamente dalle scene ambientate a casa della giovane protagonista. Pareti come carte di caramelle, una casa di marzapane in cui va in scena il tentativo predatorio di mordere il futuro e candidarsi a giovane promessa dell’industria del cinema per adulti.

La sequenza ambientata a casa di Strawberry è senza dubbio il punto culminante di un film fatto di contrasti. Non poteva quindi che essere incastonata qui la scena più bella dell’intero film, in cui la giovane protagonista si abbandona ad una parafrasi acustica di Bye, bye, bye degli NSYNC, brano che apre il film per poi trasformarsi in un’intensa ballad di addio alla sua adolescenza.

Sean Baker dimostra nuovamente di padroneggiare i linguaggi dell’audiovisivo, ripetendo un procedimento analogo a quanto visto con Celebration di Kool & The Gang in The Florida Project. Il brano apriva il film nel segno di un clima festoso, per poi ripiegarsi in dissolvenza nel finale con una versione strumentale che accompagna la giovane protagonista nelle vie di Disneyland.

La regia di Sean Baker è molto più pronunciata in Red Rocket

Se questi motivi ricorrenti ci autorizzano a parlare di autorialità, è vero allo stesso tempo che con Red Rocket Sean Baker giunge ad una nuova maturità registica, più ardita e arrogante. Spariscono gli iPhone con cui ha registrato proprio il finale di The Florida Project e che hanno fatto la fortuna di Tangerine, per lasciare spazio ad una pellicola in 16 mm che restituisce alle immagini la grana impura che meritano.

La visione è resa viva e brulicante dalla pellicola, in un film che della fotografia fa il punto di forza assoluto. Ritroviamo le carrellate laterali che sono una cifra riconoscibile di Sean Baker; movimenti ampissimi che dilatano ulteriormente il già esteso 21:9 seguendo magneticamente i personaggi a impedirne la fuga dai margini del frame. Inquadrature larghissime per spazi scenici talvolta minuscoli, o per campi totali che imbrigliano i personaggi agli angoli dello schermo.

Red Rocket

Ma più che nei movimenti è nello zoom che la regia di Baker si fa davvero provocatoria. Abbondano i close-up sui volti dei personaggi, con zoomate molto ampie, talvolta anche traballanti, spesso rapide e moleste. Una sola di queste zoomate sarebbe stata una sbavatura stilistica; iterando la tecnica invece Baker le eleva a stilema, utilizzandone per indagare a fondo gli sguardi e i volti dei suoi protagonisti.

Un film torbido, con i suoi guardiani della soglia e i suoi principi

Un film dalla regia tutt’altro che trasparente, dove al contrario la macchina da presa si avverte sempre in maniera invasiva, irritante, ma con una direzione davvero magistrale. Solo un’orchestrazione tecnicamente perfetta poteva restituire alla scena in cui Strawberry canta un po’ di quella latente emotività che attraversa questa parabola.

Red Rocket è così un film di grande dis-umanità, che rimanda la critica sociale degli altri due film per lasciare spazio ad un ancor più marcato realismo. Così quel Donald Trump, che sporadicamente compare in televisione, non vuole essere simbolo di nessun giudizio inespresso. Piuttosto, diventa baluardo e garante di un’America Oggi che è eccessiva, spropositata, irregolare, e così finta dietro le sue ingannevoli promesse e verità. E Sean Baker si conferma principe assoluto del cinema indipendente.