Le Confessioni di Frannie Langton, recensione del romanzo edito Einaudi

Le Confessioni di Frannie Langton è il nuovo romanzo edito da Einaudi che riflette sull'amore, l'identità e la schiavitù

Copertina de Le confessioni di Frannie Langton

È arrivato in libreria con Einaudi Le Confessioni di Frannie Langton, il potentissimo libro firmato da Sara Collins, i cui diritti sono stati acquistati dalla Drama Republic di Greg Brenman e Roanna Benn per trasformare la storia in una miniserie.

Le Confessioni di Frannie Langton è stato un vero e proprio caso editoriale in Inghilterra, risultando tra i libri più letti nel 2019 e segnando, di fatto, un esordio incredibile per la scrittrice.

Le Confessioni di Frannie Langton, la trama

Siamo nel 1826 e la nostra protagonista è condotta all’Old Bailey di Londra, dove tra orde di sconosciuti che la chiamano Mulatta Assassina, dovrà rispondere all’accusa di omicidio.

Frances Langton è infatti accusata di aver brutalmente ucciso i suoi padroni, i coniugi Benham e di essersi poi addormentata accanto al misfatto.

Solo che, al risveglio, Frances non ricorda nulla della sera precedente e anche se le sue mani sono sporche di sangue, continua a dire di essere innocente, di non aver potuto uccidere quella che lei chiama Madame, perché l’amava.

Così, in attesa dell’inizio del processo e su suggerimento del suo avvocato, Frances comincia a scrivere la sua storia, che comincia molto prima del suo arrivo a Londra. Una storia che in realtà affonda i suoi piedi nell’umidità della Giamaica, nel 1812, quando era una domestica in casa del signor Langton, senza sapere gli orrori di cui sarebbe stata testimone. E non solo.

Essere nera in una marea di bianchi ti fa desiderare il dono dell’invisibilità

Le Confessioni di Frannie Langton è, prima di tutto, il racconto di una vita. Raccontato attraverso la prima persona singolare, che permette al lettore di avvertire sulla propria pelle gli accadimenti dell’esistenza della protagonista, il libro di Sara Collins è il resoconto di un’esistenza, l’archivio di giorni e esperienze, di incubi e umiliazioni. Ma quel che conquista di questo romanzo è come l’autrice abbia scelto di non raccontare la sua storia attraverso il facile sentiero dei ricatti emotivi.

Sara Collins evita di ricorrere alla perpetrazione dell’orrore, come spesso accade nei romanzi che hanno come motore di partenza la schiavitù e le ingiustizie subite dal popolo afroamericano per mano del crudele “uomo bianco”. L’autrice dà voce alla sua protagonista e le fa spiegare un’altra visione dell’essere uno schiavo e/o una domestica: ci sono lampi di assoluto orrore che fanno venire i brividi a chi legge, ma c’è anche una sorta di ammissione di responsabilità, di accettazione ad uno status quo nel quale la protagonista galleggia.

Non tanto per non aver cambiato la situazione — pressoché impossibile per uno schiavo —, ma per l’averla quasi voluta, per rimpiangere una posizione quando non l’ha più. Per sentire la mancanza di chi l’ha venduta, umiliata e costretta a fare l’inenarrabile. Perché il padrone di Frannie, in Giamaica, era un uomo con velleità scientifiche, un uomo che voleva indagare l’inferiorità dei suoi schiavi e Frannie era costretta a rimanere lì, ad essere le mani di un uomo la cui malattia aveva frenato la mobilità, ma non la sete della sua mente.

Sara Collins ci mette davanti dunque ad una schiava scelta per essere prima domestica e poi assistente, una donna istruita, che arriva a Londra con la padronanza di una “signora bianca” e che, mentre scrive le sue memorie, parla male degli schiavisti (naturalmente), ma anche degli abolizionisti, che alla fin fine non cercano altro che un modo per mettere a tacere le proprie coscienze, le proprie debolezze. Uomini che si impegnano per liberare schiavi, solo per trasformarli in burattini della propria propaganda. Uno spaccato, questo, che rappresenta una svolta nel modo di trattare un tema tanto spinoso, ma anche così tanto spesso affrontato.

Le Confessioni di Frannie Langton, una storia d’amore

Come è facilmente intuibile dall’inciso che apre il romanzo, Le Confessioni di Frannie Langton è, anche, un libro che parla d’amore.

Il romanzo infatti si apre così: Non avrei mai fatto a Madame quanto sostengono che le ho fatto, perché l’amavo.

Ed ecco allora che il romanzo si presenta al lettore con l’ennesimo argomento spinoso, l’ennesima prova di quanti tabù esistessero in epoca vittoriana e che ancora non siamo riusciti a scrollarci di dosso.

Perché la storia che viene raccontata è una storia tra due donne che si amano, tra due donne che sono state deluse, derise e derubate dalla vita e che trovano l’una nell’altra un fragile e temporaneo raggio di sole a cui aggrapparsi con ciò che resta della loro determinazione.

La prosa della scrittrice è molto elegante nel tratteggiare un rapporto che non era ben visto e che, a ben guardare, risultava talmente impossibile concepire da non venir nemmeno preso in considerazione.

La Collins racconta di un amore frammentato, a volte bugiardo, a volte traboccante di rabbia. Parla di un amore che viene tradito, ma sempre ricercato: un amore che è insieme una maledizione, una ferita sanguinante, la dimostrazione che niente nella vita va come dovrebbe andare.

Struggente nella sua risoluzione che viene spiegata immediatamente alla prima pagina, l’amore che l’autrice mette in atto in questo libro è sporcato dall’odore della droga, dalle debolezze di due persone che sono state trascinate nella vita, comprate e vendute, anche se non in egual misura.

Un libro coraggioso e imperdibile

Tutti questi elementi fanno sì che Le Confessioni di Frannie Langton sia un libro assolutamente imperdibile tra le nuove uscite in libreria: questo non solo perché l’autrice ha fatto moltissime ricerche per essere il più aderente possibile alla realtà storica del periodo tratteggiato, ma anche perché la Collins mostra senza paura un mondo che dovrebbe essersi concluso con il Novecento e che invece si trascina fino ai nostri giorni, in cui il colore della pelle è ancora un indizio di colpevolezza.

Lo stile di scrittura, poi, è fortemente evocativo, in grado di far sentire l’aria bollente della Giamaica, o la carezza umida e fastidiosa della pioggia sottile di Londra. Leggere questo libro è, insieme, partecipare alla vita di una protagonista che sembra avere echi dickensiani, ma anche osservare un quadro in movimento. Ci sono richiami anche a L’Altra Grace di Margaret Atwood, ma la Collins sceglie un’altra via per raccontare un crimine vittoriano: sceglie la via dell’umanità, degli errori che tutti commettiamo e di quelli che continueranno a perseguitarci per sempre.

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