Il Lago Delle Oche Selvatiche, la recensione: un noir tra Refn e Godard

Il Lago delle Oche Selvatiche uscirà nelle sale il 13 febbraio.

il lago delle oche selvatiche

Il dramma, il gangster movie, il noir. Con tutte le sue regole, non sempre seguite con attenzione. Il Lago Delle Oche Selvatiche conferma la maestria di Diao Yinan a stare dietro la macchina da presa, a saper raccontare una storia attraverso il genere.

Dopo aver conquistato l’Orso d’Oro di Berlino con Fuochi D’Artificio In Pieno Giorno, Diao Yinan ha provato a conquistare la croisette francese dell’ultimo festival di Cannes proprio con Il Lago Delle Oche Selvatiche. Ironia della sorte, la Palma d’Oro è andata in oriente ma in direzione Seul. Poco male, non è e non sarà mai un premio a sancire la bellezza oggettiva di un film, laddove ne esista una.

Dopo un anno circa di attesa, finalmente Il Lago Delle Oche Selvatiche è pronto per sbarcare anche nelle sale italiane. Viene da pensare che molto lo si deve a Parasite, film che potrebbe aver sdoganato il cinema orientale anche in Italia e dato quell’iniezione di coraggio a distributori ed esercenti affinché certi film vengano proiettati nelle sale del Belpaese. Chissà.

il lago delle oche selvatiche

Riponendo disquisizioni basate sul nulla, è doveroso tessere le lodi di questo interessante film che gioca con i generi per raccontare un paese intero. Ironia della sorte, di nuovo, Diao Yinan mostra una parte della Cina periferica, abbandonata a sé stessa e sull’orlo della distruzione, fisica e morale. Ci troviamo nei pressi di Wuhan, nei sobborghi dominati dalle gang e dalla microcriminalità. E, oggi, nota anche per il Coronavirus.

Proprio qui troviamo Zhou, appena uscito di prigione e già fuggiasco. Uno scontro tra gang finisce nel peggiore dei modi. L’accidentale omicidio di un poliziotto, per mano dello stesso Zhou, permette alla polizia cinese di mettere a soqquadro un’intera cittadina. E una cospicua taglia sulla testa di Zhou. Una taglia che fa gola anche e soprattutto alle gang che vogliono la sua testa. Anche, ma non solo, per i soldi.

Con l’aiuto di una prostituta, Zhou farà il possibile per mettere in salvo prima di tutto la sua famiglia. Ma il degrado morale che caratterizza l’universo circostante a Zhou non renderà le cose certamente facili. Proprio questo universo, che dovrebbe fare da sfondo, diventa colonna portante del racconto di un sistema ben preciso.

Dopo circa venti minuti di film, vediamo infatti come le ricerche vengono narrate da una sequenza che sembra esse un telegiornale. Un montaggio di immagini dove la polizia setaccia i luoghi più impensabili e devastati di questa degradata periferia. Luoghi che sembrano appassire, abbandonati a loro stessi, insieme a chi li popola. Luoghi in cui lo Stato interviene quando ha interesse. E con il suo braccio armato.

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Da qui, ecco arrivare una sorta di déjàvu, una scena alla quale abbiamo già assistito. Così come all’inizio del film in cui i criminali dividono la città per i loro scopi, ecco che il medesimo atto viene compiuto dalla polizia per le ricerche del fuggiasco Zhou. Dosando perfettamente i ritmi, Il Lago Delle Oche Selvatiche inizia quindi ad alternare la doppia ricerca dello sfortunato protagonista. Ed in mezzo, la classica femme fatale, ambigua come regola impone, fino all’ultima scena del film.

I lenti movimenti di macchina si contrappongono ad un montaggio incalzante e serrato, in favore di un’immagine mai banale nella sua costruzione. Molti gli ammiccamenti al cinema di Wong Kar-wai ma anche ai più nostrani Nicolas W. Refn e, per certi versi, anche al Godard di Fino All’Ultimo Respiro.

Giochi di luci ed ombre che alla fine del lungo viaggio non porteranno a risoluzioni personali del protagonista. Non è questo il punto che vuole centrare Yinan in un film corale come Il Lago Delle Oche Selvatiche. L’unica vera risoluzione è una flebile speranza che nell’acqua stagnante della società cinese, qualcosa possa cambiare, riprendendo una moralità andata dissolta troppo facilmente.

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