Kendrick Lamar e il golpe del jazz: recensione To Pimp A Butterfly

Kendrick Lamar
(credits: Esquire / YouTube / Recording Academy GRAMMYs))

Se l’hip hop è cambiato radicalmente dopo gli anni Dieci, lo dobbiamo a chi si è preso la Casa Bianca con i brother di Compton.

Chi crede che sia l’amore a far girare la ruota dell’ispirazione musicale nel mondo, probabilmente è vissuto in un bunker dal 1965 fino ad oggi. L’amore non c’entra molto, anche se può fare la differenza; se scrivi canzoni, significa che sei arrabbiato. E puoi essere arrabbiato in tutti i modi che preferisci, la tristezza è solo un altro modo di buttare fuori la rabbia. Il mistico Zack De La Rocha dei Rage Against The Machine rivela con un sussurro nel brano Freedom: “Anger is a gift” , “La rabbia è un dono”. A qualcuno deve essere rimasta impressa questa frase, anche se probabilmente non l’ha mai sentita. Spostatevi ventidue anni, cinque mesi e tredici giorni in avanti. 16 marzo 2015, il più grande colpo di Stato non violento mai organizzato: Kendrick Lamar e la sua banda di fratelli incazzati si prendono la White House, e con essa il mondo. La Terra entra nel regime della dittatura pacifica di To Pimp A Butterfly, il disco che ha messo sottosopra l’hip hop mondiale e tiene ancora tutti sotto scacco.

Kendrick Lamar
Kendrick Lamar live al Coachella. (Credits: Kevin Winter/Getty Images for Coachella)

Un’opera totalmente sacra, per conto suo.

Il bassista di Kendrick Lamar, ossia Thundercat, ha detto per definire Kendrick: “Tutto ciò che fa è chiaramente fatto di proposito”. Il titolo, a quanto risulta da un’intervista rilasciata dallo stesso rapper a Rolling Stone, sembra essere un riferimento al romanzo di Harper Lee To Kill A Mockingbird, nel quale il protagonista pronuncia la frase “It’s a sin to kill a mockingbird” (“Uccidere un uccellino è un peccato”), riferito all’omicidio di persone innocenti.
E il “To Pimp” del titolo è un verbo immediatamente visualizzabile: significa sfruttare, sostanzialmente fare il pappone. Le farfalle schiavizzate e sfruttate sono Kendrick e i suoi compagni, che nel disco si riversano completamente, direttamente. Cos’è la farfalla? La larva di un bruco che si è dischiusa e prende il volo.

L’accostamento tra un prodotto così pieno di black music e le celebrazioni gospel è facile; fin troppo facile, a livello ideale. Ma l’unico Messia di questo disco è Lamar stesso, non per un potere conferitogli da qualcuno, ma per la sua vocazione: voce della sua Compton e del mondo intero. Come gli aedi della Grecia antica, quando il mondo parla Kendrick capisce e racconta dai suoi occhi. La relazione problematica di These Walls è l’incontro/scontro con Dio, che si avvicina ai ragazzi di strada abbandonati alle politiche del quartiere: Hood Politics (“I don’t give a fuck about no politics in rap, my nigga”).
La religione di To Pimp A Butterfly è nuova perchè è forse la più vera: c’è un Gesù in ogni fratello, specialmente in Kendrick, e lui lo sa benissimo, perché, per citare il vero Gesù, “Tu lo dici”.

Un giro con Kendrick per Compton, il Messia che entra a Gerusalemme. (Credits: Noisey)

Quanto questo disco riesce ad andare oltre la musica? Fino in fondo.

Il sound design scelto da Kendrick disorienta per quanto è eterogeneo, e questo è già una deliberata spinta in avanti: vi ricordate cos’erano il crust rap e in generale il rap degli anni Dieci? No? Pensate al Graduation zarro di Kanye West, oppure a Estate di Lil Angel$ (soprattutto all’ultima!). L’hip hop spingeva fino alle vette delle classifiche, appiattendosi su batterie compresse all’inverosimile e basi da discoteca, mentre il lato più underground che iniziava ad incorporare le nuove espansioni del jazz finiva per essere autoreferenziale. Lamar entra in classifica con un disco pieno fino all’orlo: George Clinton e Ronald Isley che puzzano di funk, Snoop Dogg macchiato di spaccio e gangsta rap, Bilal e Anna Wise e tutti quelli sporchi di R&B.
E chi altro dovresti far parlare della schiavitù persa e ritrovata?

L’impressione fortissima di tracce come For Free? (Interlude) e u è che siano davvero canzoni popolari. Come le canzoni popolari, sono di una comunità e parlano di una comunità, ma con un carattere eccentrico, quasi scanzonato e molto individuale. La storia del singolo che parla per tutti, Kendrick che parla per tutti i fratelli e non solo per sé stesso. L’abbiamo già detto, ma non ci stanchiamo di ripeterlo, altrimenti To Pimp A Butterfly semberà un disco qualsiasi.
Come le canzoni popolari, eccentriche ed esagerate nell’impatto sonoro. To Pimp A Butterfly è all’insegna del free jazz e anche del nu soul, come testimonia benissimo Complexion (A Zulu Love), dove si insinuano rabbiose The Blacker The Berry e le sue sorelle che DEVONO venire fuori, per bilanciare il carisma del jazz ed evitare che i fatti non vengano fuori così come sono.

Quando sei l’unico a poter fare qualcosa, hai il dovere morale di farla.

Il particolare (perchè un capolavoro è una somma di particolari) che eleva To Pimp A Butterfly a Bibbia del rap del ventunesimo secolo è il fatto che, nonostante l’impatto che ha lasciato, non abbia influenzato dal punto di vista lirico e sonoro, in maniera rilevante, nessun artista. Non perchè non ne fosse capace, ma perchè nessun artista ha potuto appropriarsi del senso di questo disco. Le influenze musicali di questo disco sono infinite ma concrete, senza viaggi spaziali oltregalassia, eppure sentire una pesante impronta free jazz in un disco hip hop è raro, a meno che non si voglia scadere nell’onanismo musicale del girare a vuoto.

Kendrick Lamar
Kendrick Lamar (Credits: il manifesto.it )

Pensandoci, nessuno ha rivelato a Kendrick il fatto che fosse un profeta: se l’è preso, il suo ruolo, poi ha scoperto di meritarselo, poi se l’è dovuto tenere.
La foto in copertina è lo smacco finale alla Casa Bianca, il simbolo dell’oppressione bianca e della sottomissione dei neri; se un artista avesse realizzato un live painting durante le registrazioni del disco, non sarebbe riuscito ad arrivare allo stesso livello di questa immagine.
Non possiamo trattare la questione della segregazione razziale in questo articolo, non le renderemmo giustizia. Ma potete sempre rimediare, ascoltandovi questo disco.

If I was the president
I’d pay my mama’s rent
Free my homies and them
Bulletproof my Chevy doors
Lay in the White House and get high, Lord

da Institutionalized (Kendrick Lamar, Bilal, Anna Wise, Snoop Dogg)
https://open.spotify.com/album/7ycBtnsMtyVbbwTfJwRjSP?si=B_bTtrfKT4C6SuBfcZdKMw
Kendrick Lamar – To Pimp A Butterfly / Anno di pubblicazione: 2015 / Genere: hip hop

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