Bojack Horseman, o l’anti-umano in cui ci identifichiamo

Bojack Horseman è una serie che riscuote sempre più successo, ma c'è un perché dietro a tutto questo trionfo da parte del pubblico?

Bojack Horseman

Ogni generazione ha un simbolo, o quanto meno un personaggio con cui identificarsi e relazionarsi.

Un’icona che, seppur di fantasia, possa in un qualche modo incarnare uno stile di vita o dare vita ad uno spettro di emozioni/situazioni quanto mai comuni. Un volto nato da una necessità, ovvero quella di avere un punto di riferimento culturale e sociale, utile a farci sentire un po meno colpevoli con noi stessi. Un capro espiatorio per i nostri peccati ed un riflesso, in questo caso caricaturale ed esasperato, dei nostri turbamenti generazionali. Bojack Horseman, con tutti i suoi lati negativi e la sua innata depressione, è sicuramente uno di questi.

Raphael Bob-Waksberg, consapevolmente o meno, ha dato quindi vita ad una figura in grado di raccogliere dentro di sé tutto il negativismo di questi anni e di esternarlo nel modo più congeniale possibile. Una formula fresca e vincente, che è riuscita a dare voce ad una grande fetta di pubblico che, in un modo o nell’altro, ha incominciato a rivedersi in questo personaggio. Un’icona auto-distruttiva che probabilmente condivide con tutti noi, una grande sfiducia verso il futuro ed un mancato, ma agognato riscatto sociale. Condizioni esistenziali che vanno a limitare fortemente il protagonista, intrappolandolo in un ciclo depressivo, capace di negare qualsiasi possibilità di cambiamento. Uno stato esistenziale che lo rende metaforicamente immobile e pronto a subire passivamente tutto quanto.

Bojack Horseman si rivela un personaggio fortemente immutabile, che nonostante i suoi tentativi, ritorna sempre al suo punto di partenza, pronto a devastare tutto ciò che ha intorno.

Una condizione che mette in risalto, attraverso contrasti ben congegnati, il lato emotivo più profondo del protagonista. Un gioco narrativo funzionale, volto ad intensificare l’immedesimazione da parte del pubblico, mettendolo in condizione di rivedersi negli sbagli di Bojack Horseman e nei suoi tentativi di redimersi. Sentimenti quanto mai comuni, ma soprattutto attuali, data la forte stasi sociale ed economica che stiamo affrontando. Ciò che accomuna tanto i ragazzi di oggi con il cavallo star di Horsin’ Around, è forse quella sensazione di sentirsi incompresi o inermi davanti ad un’esistenza, che non solo ci nega la possibilità di cambiare, ma che ci prospetta anche un futuro incerto e cupo.

La forza di questo show è quello stesso meccanismo che ci porta prima a provare empatia nei confronti di Bojack Horseman ed infine disagio per averlo fatto, scoprendo così dei lati in comune con lui. Uno specchio spiacevole, ma tremendamente sincero, che non ha timore nel mostrare le persone per come sono realmente. Una schiettezza narrativa e visiva che affascina e fa star male, incrementata probabilmente da un’inadeguatezza provata dallo spettatore stesso. La serie di Raphael Bob-Waksberg si erge così a simbolo per tutti coloro che si sentono fuori posto ed incompresi, fermi in uno status sociale che non gli aggrada.

Un punto di riferimento generazionale che, anche se in modo blando, riesce comunque ad indorare una pillola, sempre troppa amara da poter digerire.

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