L’uomo dal cuore di ferro: la recensione del film sul Macellaio di Praga

"Era l'epitome del nazismo: l'epitome di ciò che Hiltler e i suoi "fratelli" stavano cercando di realizzare. Fu lui l'artefice dei peggiori orrori del nazismo." Jason Clarke

L'uomo dal cuore di ferro

Nella Settimana della Memoria arriva al cinema L’uomo dal cuore di ferro, adattamento del bestseller di Laurent Binet: HHhH – Il cervello di Himmler si chiama Heydrich. Il regista Cèdric Jimenez realizza una splendida traduzione in immagini, illustrando uno dei capitoli più oscuri della Seconda Guerra Mondiale. L’uomo dal cuore di ferro, infatti, era uno dei soprannomi scelti da Hitler per un gerarca che è il suo orgoglio: Reinhard Heydrich, noto anche come la Bestia bionda o il Macellaio di Praga.

Proprio a Praga Heydrich morirà vittima di un attentato: è il 27 Maggio del 1942, e l’avanzata tedesca sembra ancora inarrestabile. Il film di Jimenez sceglie come il romanzo una duplice prospettiva: da un lato l’ascesa di Heydrich (Jason Clarke), dall’altro quella della Resistenza Cecoslovacca, rappresentata dai giovani Jan Kubis e Jozef Gabcik (Jack ‘O Connell e Jack Reynor). L’incontro di queste 2 direttrici non potrà che deflagrare in tragedia. Ma parliamo di una scontro che non sancisce la fine della guerra, destinata a riservare ancora anni di orrori. L’uomo dal cuore di ferro ha il merito di riportarci nel cuore del secondo conflitto mondiale, a una vicenda apparentemente nascosta tra le pieghe della Storia: la prima sconfitta, la prima ferita del nazionalsocialismo.

L'uomo dal cuore di ferro

L’uomo dal cuore di ferro di Cèdric Jimenez appartiene a una speciale categoria di film storici, che scelgono come unica prospettiva quella del singolo individuo. Più che a Schindler’s List di Steven Spielberg, il regista sembra ispirarsi a La caduta degli dei di Luchino Visconti. Ne L’uomo dal cuore di ferro, infatti, il racconto è dominato dai personaggi, sempre al centro dell’inquadratura, seguiti dalla macchina da presa in ogni loro movimento. Più oltre: Jimenez moltiplica i punti di vista, dividendo equamente il film tra carnefici e ribeli. Il risultato è un’opera moderna, capace di sfuggire ai più tradizionali cliché: uno su tutti, la rappresentazione del nazismo come male assoluto.

Nella rigorosa interpretazione di Jason Clarke, il Macellaio di Praga resta comunque un uomo. La sua folgorante ascesa ai vertici delle SS inizia quasi per caso: dall’incontro con la futura moglie Lina. Rosamund Pike si impone così come un’altra figura chiave: perfetta incarnazione della “banalità del male”. L’incontro dei coniugi Heyndrich è quello di una nobile decaduta e un militare fallito, appena radiato dalla marina tedesca: uniti da un inarrestabile desiderio di rivalsa, trasformeranno “una questione privata” nell’eccidio di milioni di persone.

L'uomo dal cuore di ferro

Le intuizioni di Heydrich, purtroppo, sopravviveranno all’uomo. Sua era infatti la “soluzione finale” alla questione ebraica: un progetto su larga scala, formulato con precisione maniacale, dalle deportazioni all’istituzione dei campi di concentramento. Di contro, L’uomo dal cuore di ferro celebra anche l’innocenza, il coraggio e la folle determinazione di Jan Kubis and Jozef Gabcik: immagine della Resistenza che realizza l’impossibile.

L’uomo dal cuore di ferro trova un equilibrio praticamente perfetto tra linguaggio contemporaneo e la più classica struttura tragica, dove l’azione si divide in 3 atti, e procede inesorabile verso la rovina.Il risultato è un film inaspettato e intenso, forte di grandi interpreti e una regia impeccabile: tra le novità più interessanti di Gennaio 2019.