Predator è tornato e porta la firma di Shane Black: la caccia è aperta!

Un vero rovesciamento di quanto visto prima. La stagione della caccia targata Shane Black è aperta e diverte. Nonostante alcuni difetti, Predator soddisfa ogni palato.

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Predator

Questo Predator può lasciare inizialmente interdetti. Ha moltissime pecche narrative, legate soprattutto ad una certa pretestuosità nella narrazione dei fatti. Nonostante gli svariati richiami al primo film della saga, firmato John McTiernan, questo nuovo Predator prende una sua strada, del tutto differente rispetto a quanto visto fino ad oggi.

Già regista di Iron Man 3 e del sottovalutato Kiss Kiss Bang Bang, Shane Black ci mette del suo e si vede sin dalle prime sequenze. Pochi secondi e una navicella con a bordo un Predator molto particolare è costretta ad atterrare sulla terra dopo un breve confronto a base di missili e laser vari. Stacco. Il soldato Quin McKenna è pronto a far fuoco e liberare due ostaggi dei narcos messicani. Tutto però viene interrotto dalla navicella di cui sopra. E da un Predator che fa piazza pulita (o quasi) di tutto ciò che lo circonda ma che si perde il casco ed il bracciale.

Predator

C’è il solito governo che vuole insabbiare tutto e far passare per matto il povero McKenna, un buonissimo Boyd Holbrook. Proprio lui che matto non è. Anzi, è particolarmente furbo. Tanto da riuscire ovviamente a scappare insieme ad altri soldati che invece qualche problema ce l’avevano. Chi manie suicide (Trevante Rhodes), chi invece soffre della Sindrome di Tourette. Per chi non lo sapesse, è una condizione clinica che toglie i freni inibitori e chi ne è affetto, oltre ai tic nervosi, si lascia scappare qualche parolaccia di troppo. Probabilmente qualcuno avrà già storto il naso e si starà ponendo alcune domande circa la fedeltà di questo nuovo capitolo rispetto la saga Predator. Ebbene, questo film si distacca quasi totalmente da quanto visto.

Per ciò che concerne la trama, siamo costretti a fermarci qui per non incappare in fastidiosissimi spoiler. Questo perché il film è pieno di colpi di scena, forse prevedibili, forse no. Qualcosa di consistente c’è perché la scrittura non prevede un totale accentramento del film rispetto al comparto visivo. Gioca molto sulle citazioni al passato, in particolare all’action con Bruce Willis, Codice Mercury, complice la presenza di un bambino autistico conteso da chiunque. E soprattutto, diventa un ibrido di generi dai ritmi frenetici. Si passa dall’azione al survival horror in un non nulla. L’aura ansiogena del primo film circa l’arrivo sempre quasi imminente del Predator della situazione svanisce per ovvi motivi. L’alieno entra subito in gioco con qualche modifica necessaria per dar linfa vitale all’affascinante sterminatore. Ancora più importante è la sottotrama politica di stampo ecologista che film assume, tirando in ballo l’inquinamento ed il conseguente surriscaldamento globale.

Predator

I livelli di scrittura su cui giocano Dekker e Black sono molteplici e comunque degni di nota, facendo capolino anche nel buddy movie. Oltre all’ibrido di generi, Black non si piega al politicamente corretto e si concede battutacce ed iperboli sulla condizione del povero soldato con la Tourette. Non da meno, qualche innocente presa in giro alla bellissima Olivia Munn, nei panni della dottoressa Bracket ma sempre bilanciata da una notevole forza d’animo.

Forse i più nostalgici avranno molto da ridire su questo film che presenta comunque molte imperfezioni stilistiche oltre che l’approccio rivoluzionario del regista. Predator non si prende troppo sul serio e non avanza pretese di alcuna forma, come dimostrano le poco invasive gag. Lancia un messaggio politico chiaro e diretto, senza fare inutili ed improbabili giri esistenzialisti come invece è capitato al suo collega/nemico alieno targato Scott.
Un film che merita una sufficienza piena e che merita di essere visto dagli appasionati del genere.

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