Recensione La Promessa dell’alba – Tratto dell’opera di Romain Gary

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Recensione La Promessa dell’alba

“Non è bene essere tanto amati, così giovani, così presto. Ci vengono delle cattive abitudini. Si crede che ci sia dovuto. Si crede che un amore simile esista anche altrove e che si possa ritrovare. Ci si fa affidamento. Si guarda, si spera, si aspetta. Con l’amore materno la vita ci fa all’alba una promessa che non manterrà mai. In seguito si è costretti a mangiare gli avanzi fino alla fine. Ogni volta che una donna ci prende tra le braccia e ci stringe al cuore, si tratta solo di condoglianze, si ritorna sempre a guaire sulla tomba della propria madre come un cane abbandonato” 

Con queste parole si conclude “La promessa dell’alba”, espresse attraverso un breve monologo originato dalla mente del protagonista, Romain Gary, in voice over.

Riprendendolo dalle pagine del libro omonimo, di cui il film è trasposizione cinematografica. Eric Barbier decide di portare sul grande schermo la storia vera dello scrittore francese, scegliendo proprio quest’opera. Una sorta di autobiografia dello scrittore. Riflettendo sull’influsso esercitato dalla figura materna sulla sua crescita, avendolo reso quello che era. Ed alla madre di Gary, più che altro all’amore materno, è dedicata l’opera.

Il regista sceglie Charlotte Gainsbourg per interpretare il ruolo della donna. Attrice che non ha bisogno di presentazioni, dotata di una certa verve e capace di profonda immedesimazione nei ruoli affidatigli. Veste ora i panni di una donna forte, passionale, legata al proprio figlio, da un amore morboso e a tratti opprimente. Che tuttavia infonde nel giovane Gary quella forza tale da spronarlo a diventare tutto ciò che ella avrebbe voluto. E Gary, adulto, ci riesce, con il solo scopo di esaudire i desideri della madre, soddisfandola, per puro compiacimento. Il racconto, meraviglioso, segue le vicende di Gary, nato Kacew, dall’infanzia in Lituania fino al trasferimento in Francia, paese adottivo.Tra le cui fila militari combatterà durante la seconda guerra mondiale.

Il tutto narrato da una prospettiva futura agli avvenimenti rappresentati nella pellicola. 

Passati e messi in scena, evocati dalla lettura da parte della moglie di Gary, Leslie, de “La promessa dell’alba”, la cui stesura è appena stata portata a termine dallo scrittore. Quindi l’intero film è costituito dalla visione di un lungo flashback, alternato da alcune interruzioni che riportano lo spettatore al tempo diegetico presente del film. Interruzioni che coincidono con i momenti di svolta della storia. Che ne costituiscono il ritmo, insomma, e la suddivisione in atti. Rendendo il riconoscimento delle fasi di elaborazione della sceneggiatura piuttosto elementare.

Questo uno dei difetti della struttura della pellicola: la gestione dei tempi.

Si può avvertire una forte discrepanza nel modo del racconto nei vari atti. All’interno dei quali la progressione cronologica è riportata in maniera discontinua e incoerente con sé stessa. Con la conseguenza che la storia raccontata appare sottotono rispetto alle sue reali potenzialità. Incoerenza interna e discontinuità riscontrabile anche all’interno del comparto registico. Barbier oscilla tra scelte registica sopraffini, nell’uso della macchina da presa, la scelta delle inquadrature e della fotografia. A momenti goffi e dilettantistici, che si possono notare nel taglio del montaggio e in alcune effetti visivi che dovrebbero scandire il ritmo del racconto.

Fino alla gestione del racconto stesso e degli interpreti, che in alcuni momenti cadono nel totale ridicolo, diventando una sorta di macchiette dei personaggi da loro stessi interpretati. Spezzando quell’atmosfera soavemente drammatica, con tentativi di commedia mal riusciti. Inoltre il film risente di quello che è un problema di fondo del cinema francese, secondo l’opinione di chi scrive. Cioè una marcata pretenziosità infusa all’interno della cifra stilistica della pellicola, forzatamente e in alcuni casi incongruamente dall’aura autoriale. Il cinema francese pecca di una volontà di enfatizzata sublimazione delle pellicole prodotte.

Pretenzioso sicuramente, ma consono al racconto messo in scena.

Un’autorialità gestita in maniera coerente ed efficace per la maggior parte degli aspetti filmici, in questo caso. Tuttavia si avverte una certa discrepanza dal modo, cioè dal come è raccontata la storia e il racconto vero e proprio. Narrazione di fatto superiore al film stesso. Merito dovuto alla penna di Gary, che genera una storia incredibile, ma vera. Appassionante, ispiratrice, di quelle che si odiano profondamente per quanto siano belle. Perché inducono nell’animo di chi legge, o chi osserva, un forte sentimento di invidia e frustrazione. Ma anche tanta ritrovata passione appunto, ispirazione e voglia di seguire le orme di personaggi straordinari come Romain Gary.

dedicato a mio madre

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