Foxcatcher – Lo sport come specchio della società americana

Foxcatcher - La recensione - Uno dei film a tema sportivo migliore degli ultimi anni, Foxcatcher è la vera storia di Mark Schultz, campione olimpionico di lotta libera, e del suo rapporto con il miliardario John E. du Pont.

Foxcatcher

Lo sport è da sempre sinonimo di competizione estrema.

Foxcatcher – I veri campioni si distinguono sempre per la fame di vittoria, per la rabbia che riescono ad incanalare nelle gesta atletiche e per la capacità di alzare sempre di più l’asticella. Un modo di pensare che, a ben vedere, trova molti punti in comune con il pensiero di vita americano. Quello che un tempo avremmo definito l’American way of life. E forse non è neanche un caso che in molti sport siano proprio gli atleti statunitensi a dominare la scena.

Foxcatcher, uscito nel 2014 per la regia di Bennett Miller, incarna perfettamente questo dualismo.

Non è dunque un caso che il sottotitolo, nella traduzione italiana, sia Una storia americana. Solo negli Stati Uniti poteva accadere, o almeno così sembra voler sottolineare. In effetti è evidente nel film una critica al modello di vita americano, partendo dall’ambito sportivo per arrivare a toccare più aspetti della società.

Il film racconta la vera storia dei fratelli Schultz, concentrandosi particolarmente sul minore Mark (Channing Tatum). I Schultz sono stati entrambi campioni olimpionici di lotta libera. I due però non se la passano benissimo: sono spesso a corto di soldi e la stampa non dedica molto spazio ai loro risultati. La situazione però cambia quando Mark viene avvicinato dal miliardario John E. du Pont (Steve Carell), appassionato di lotta libera, che intende creare un team tutto suo. John fa trasferire Mark nella tenuta Foxcatcher, diventando il suo allenatore.

Dave (Mark Ruffalo) inizialmente è riluttante, ma si unirà al gruppo quando lo stile di vita di Mark inizierà a prendere una piega pericolosa.

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Lo sport è usato come pretesto per raccontare una storia molto più grande, che ha molto a che fare con gli americani ed il loro modo di intendere il mondo.

I temi sono tanti, la carne al fuoco tantissima. I rapporti umani in particolare, estenuati da una competitività che diventa negativa, sono al centro di tutto il discorso di Miller, per indagare in una società che ha molti lati oscuri, ben nascosti dai momentanei ed effimeri successi dei singoli. È evidente che du Pont è un sociopatico che soffre eccessivamente il confronto con la madre, che lo tratta spesso con disprezzo. Un disprezzo che parte dallo sport: John è appassionato di lotta libera, uno sport minore, mentre la grande tradizione di famiglia è quella dell’equitazione. John vuole dimostrare alla madre di poter ottenere grandi risultati, soprattutto per un senso di rivalsa verso di lei. Allo stesso modo, Mark soffre di un complesso di inferiorità verso il fratello, che lo porta a compiere decisioni spesso errate per tentare di smarcarsi dell’ingombrante figura di Dave.

Fondamentali, in questo quadro, sono le interpretazioni dei tre personaggi. Tatum, Ruffalo e Carell si trovano in perfetta sintonia su questo set, donando probabilmente una delle loro rispettive migliori interpretazioni.

Carell, in particolare, nonostante sia solito recitare nel genere della commedia demenziale, è perfetto del ruolo di du Pont, delineando un personaggio davvero inquietante; a partire dal modo di parlare e dalla postura, che accentua spesso il naso aquilino.

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La regia di Miller non fa che porre ulteriormente l’accento sui personaggi.

Miller gira un film sportivo che non ha paura di prendersi dei grandi momenti di pausa e di tenere un ritmo insolito per il tipo di film. È il prezzo da pagare per poter scavare così a fondo negli animi delle persone che vediamo sullo schermo. Allo stesso tempo le scene di lotta sono girate molto bene, mantenendo un buon realismo nella loro spettacolarità. Ancora, la fotografia fredda completa un quadro di distacco, ghiacciato cinismo con cui le immagini ci vengono mostrate.

Foxcatcher ha ottenuto ben cinque nomination agli Oscar del 2015, fra cui miglior regia, miglior sceneggiatura e migliori attori a Ruffalo e Carell.

Purtroppo ha raccolto molto meno di quando meritasse effettivamente, rimanendo a secco nella notte più attesa di Hollywood. Ha però vinto, con grande merito, il Prix de la mise en scène al Festival di Cannes. È purtroppo passato incredibilmente in sordina in Italia, ma è destinato a diventare un vero cult non soltanto per gli amanti dello sport, ma per tutti gli appassionati di un cinema che indaga a fondo nella società e nei personaggi.

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