The Terror – Recensione della serie horror di Ridley Scott

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Cosa suscita il terrore? quello stato di paura irrefrenabile per un pericolo incombente eppure non necessariamente reale.

Sono molteplici le forme con le quali può manifestarsi. Può originarsi da una malattia, dal dolore fisico, dalla disperazione, dalla lentezza dello scorrere del tempo, dalla marcia inesorabile verso una speranza che si affievolisce sempre più, fino a scomparire del tutto.

La Terror è anche il nome di una delle due navi sorelle, capitanata da Francis Crozier (un colossale Jared Harris), partite dall’Inghilterra nel 1845.

Inviata assieme alla Herebus sotto il comando di John Franklin (interpretato da Ciarán Hinds), le due navi gemelle navigarono in territori inesplorati allo scopo di scovare una rotta commerciale per l’Asia attraverso il passaggio a Nord-Ovest. Navi entrambe misteriosamente svanite nel nulla assieme all’equipaggio di 129 uomini, assaliti dalla fame e dalle malattie, dopo tre inverni consecutivi. Per ritrovarle ci sono voluti 170 anni: nel 2014 è stata localizzata la HMS Erebus mentre il 3 settembre del 2016 è stata individuata la Terror, nella piccola e inesplorata insenatura di Terror Bay (scherzo del destino) sull’isola di Re William, a cinquanta chilometri dalla nave sorella.

the terror

Nella nuova serie horror, tra i cui produttori figura Ridley Scott, ideata da David Kajganich e basata sul romanzo del 2007 “La scomparsa dell’Erebus (The Terror)” di Dan Simmons, il terrore giace ovunque si posi lo sguardo, senza lasciare scampo e assumendo varie forme.

Dapprima dall’esterno con le temperature raggelanti che paralizzano le navi bloccandole nelle enormi distese ghiacciate, poi all’interno di queste logorando lentamente le menti allucinate dell’equipaggio sfinito, costretto a camminare per centinaia di chilometri verso l’avamposto più vicino in cerca di aiuto.

Ma nelle ignote lande congelate si aggira qualcosa di incomprensibilmente terrificante.

La natura ostile e feroce prende la forma “reale” di una creatura antica simile ad un orso con un volto umano, nota come Tuunbaq. Nascondendosi nell’ombra l’essere piano piano smembra l’equipaggio in modo particolarmente violento e sanguinario, nutrendosi delle loro anime.

Ma la minaccia più grande rimane quella interna, nelle soffocanti navi claustrofobiche, nel cibo avvelenato dal piombo, nella malattia che colpisce il fisico e la mente dei membri dell’equipaggio rinchiuso in una dimensione asfissiante. Dai loro conflitti interni, le ambizioni e gli intrighi, e nell’impossibilità di comunicare tra loro in modo trasparente, anche a causa dell’inflessibile gerarchia in cui sono inseriti, emergeranno le maggiori difficoltà.

L’incombente disastro renderà queste barriere sociali sempre più insignificanti, fino ad arrivare all’ammutinamento.

Costretti a vagare in un gelido purgatorio sconfinato dove il tempo scorre inesorabile e lentamente, verso una destinazione che diventerà irraggiungibile e li condurrà, passo dopo passo, verso la follia. Una disperazione collettiva amplificata da una regia atta a costruire e approfondire attentamente i caratteri dei personaggi, i vari aspetti e l’intrecciarsi dei rapporti tra questi.

Sullo sfondo domina una natura spaventosa ma contemporaneamente affascinante, come in un dipinto di Caspar David Friedrich.

Vengono ripresi i più piccoli rumori e i gelidi dettagli atmosferici: il vento, gli scricchiolii, i gemiti sinistri e rumorosi delle due navi. I solitari pezzi di ghiaccio a forma di disco che galleggiano sopra l’acqua grigia dell’Atlantico come fossero gigli trasparenti, o le immagini meravigliosamente ammalianti che comunicano la vastità e l’aridità della terra nella quale questi uomini vagano, nel tentativo di scovare un’esistenza dove nulla può crescere.

Gli immensi paesaggi ghiacciati trasudano disperazione e abbandono, al cui confronto l’uomo appare paurosamente piccolo.

Una serie terribilmente umana e spaventosa, come non si vedeva da tempo. Ci racconta del mondo, della solitudine e della memoria, dello smembrarsi del corpo e della mente umana attraverso una lunga e lenta discesa nell’inferno. L’uomo e tutte le sue debolezze poste innanzi alla natura feroce del mare, al ghiaccio, alla pietra cieca e sorda.

Il mare, però, non si limita a sferrare duri colpi, qui le onde sono loro stesse pietra immobile e l’uomo nello sfidarle non si sente forte anzi, non si sente più neanche uomo; ma forse un mostro a sua volta, diventato cibo non per pesci ma per i suoi stessi compagni che arriveranno a cannibalizzarlo per la propria sopravvivenza.

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