Tredici: la seconda stagione è un tristissimo buco nell’acqua

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Dopo la travolgente prima stagione, uscita in primavera proprio un anno fa, Tredici, titolo originale 13 Reason Why, è tornato il 18 maggio per una seconda stagione.

Purtroppo per Netflix la seconda stagione si è rivelata un triste buco nell’acqua ed è stata largamente bocciata dalla critica, mentre il pubblico sembra ben poco coinvolto rispetto all’impatto che ebbero quei primi 13 episodi scanditi dall’ascolto delle cassette incise da Hannah. Ma dove nasce il fallimento di questa seconda stagione? In parte le difficoltà erano annunciate. La prima stagione di Tredici, forte di un soggetto ben chiaro e già di successo (il romanzo di Jay Asher), si era presentata al pubblico di Netflix come uno dei fiori all’occhiello della piattaforma. In effetti la prima stagione dello show era un teen drama ben costruito, in grado di lasciarsi guardare anche da un pubblico non adolescente. Il successo era anche un po’ il suo limite però: tredici episodi per tredici cassette, attraverso le quali si ricostruivano le cause del suicidio della protagonista e si scoprivano le responsabilità di amici, parenti e professori. E fine. Tutto l’arco narrativo del romanzo di Asher si concludeva nei tredici episodi della prima stagione; quindi da lì in poi è tutta fantasia, la fantasia di Brian Yorkey, lo scrittore dello show.

Una volta annunciata la seconda stagione è divenuto presto chiaro che si sarebbe trattato di un seguito, viste anche le riconferme dei membri del cast. Ma come avrebbe potuto Brian Yorkey (ed un nutrito team di co-scrittori e registi) replicare la brillantezza narrativa della prima stagione? Difficile. La scelta è ricaduta sul processo che fa seguito alla morte di Hannah. Dunque si compie un salto temporale di cinque mesi e si va all’anno scolastico successivo. Le vite dei protagonisti sono leggermente cambiate, ma non molto. Emerge ancora la forte conflittualità ed incomunicabilità tra giovani, genitori e istituzioni/società (in questo caso la scuola), col tema del bullismo a cornice di tutto, sempre presente. In sostanza dunque le tematiche della prima stagione non vengono rinnovate, ma si prosegue tirando in mezzo anche la giustizia ed il tribunale.

Con un cast più o meno invariato, con i medesimi scrittori e registi e con le stesse tematiche, si direbbe che la ricetta vincente sia presto detta. E invece no. La seconda stagione di Tredici non sembra neanche partorita dalle medesime menti. Non ha ritmo, non ha thrilling (anche se si è provato ad infilarcelo a forza) e non ha niente del brivido dark e decadente che invaghiva anche i più grandi lo scorso anno. Delle polaroid provano a sostituire gli indizi contenuti nelle cassette e l’espediente narrativo della prima stagione (vale a dire le puntate scandite dall’ascolto a singhiozzi di Clay delle registrazioni di Hannah) prova ad essere sostituito dalle deposizioni in tribunale dei vari testimoni chiamati al processo. Ed è proprio qui il problema, questo collage di caratteristiche del Tredici che fu si palesa solo come una pallida imitazione, privo di idee, privo di iniziativa e neanche lontanamente in grado di riprendere il filo con quella che era la trama della storia precedente.

Poche serie tv, a memoria, hanno avuto un tracollo tale tra una stagione e l’altra. Se non fosse per il cast, si potrebbe confondere la seconda stagione di Tredici con un fanmade venuto male su Youtube. Purtroppo le logiche di mercato portano anche a questo e visto il successo dello scorso anno era impensabile per un azienda come Netflix non tentare il doppio colpo. E le logiche di mercato portano anche il grottesco (ormai nel senso più beffardo del termine) fantasma di Hannah Baker ad aleggiare sulla nuova stagione, avendo dovuto riconfermare, per i fan, Katherine Langford. Perché infondo cosa sarebbe Tredici senza Hannah Baker? Cosa sarebbe Tredici senza le tredici cassette? Poco o niente ed ecco cos’è la seconda stagione: poco o niente.

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Fieramente fiorentino. Studente di medicina, di estrazione classica, ormai prossimo alla laurea. Vanta un bagaglio culturale vintage-pop costruito grazie a varie attività parallele, portate avanti boicottando e autosabotando i propri studi, come la lettura compulsiva di fumetti e libri, la passione per concerti e festival, la pallanuoto e ovviamente l'amore per il cinema. Scrive per la Scimmia perché nessuno è più figo della Scimmia.

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