Assassinio sull’Orient Express – Recensione

Al 48° International Film Festival of Goa abbiamo avuto l’opportunità di vedere il tanto atteso Assassinio sull’Orient Express.

Assassinio sull’Orient Express è uno degli ultimi tentativi della 20th Century Fox di accorciare le distanze dalle altre case di produzione, che per ora si sono ritagliate uno share decisamente maggiore in questo 2017. Purtroppo il tentativo sembra fallire, poiché Branagh porta in scena il capolavoro di Agatha Christie senza fare grossi disastri, ma dimenticando di dirigerlo con personalità. Il risultato è un film lento, piatto e statico. La sfida era sicuramente difficile: trasformare in film una storia di cui buona parte del pubblico conosce l’esito. In una situazione simile c’era sicuramente bisogno di quel qualcosa in più che sicuramente è mancato, un taglio personale, un’idea nuova.

La storia di Orient Express probabilmente la conosciamo tutti, ma giusto per rinfrescare la memoria narra l’indagine condotta da Hercule Poirot, “probabilmente il miglior detective del mondo”, sul celebre treno che viaggia da Instanbul a Calais, sul quale lui stesso si trova a viaggiare. Un misterioso assassino uccide uno dei passeggeri nel suo scompartimento poco prima che una valanga blocchi la linea ferroviaria, imprigionando i viaggiatori sul treno con un omicida in libertà. In attesa dei soccorsi Poirot viene convinto ad impegnarsi nella risoluzione del caso.

Le premesse ci sono tutte: una grande storia, un’ambiente chiuso che costringe i personaggi ad un interazione che potrebbe approfondire le loro personalità, esaltandone la caratterizzazione e lo spettacolare scenario di un vecchio treno intrappolato in alta montagna. Purtroppo le grandi aspettative vengono progressivamente disattese.

Negli ultimi anni una buona dose di registi, molti dei quali coreani, hanno mostrato come girare un film in modo accattivante su di un treno, offrendo interessanti soluzioni nella fotografia e nei cambi di scena. Train to Busan, uno zombie movie passato troppo inosservato; Snowpiercer, di Bong Joon-Ho; una lunga scena di The Age of Shadows, di Kim Jee Woon, un magnifico film di spionaggio ambientato durante il dominio giapponese in Corea del Sud; scavando più indietro negli anni vengono alla mente altri film che hanno offerto riprese su di un treno, come Darjeeling Limited di Wes Anderson e Source Code di Duncan Jones. Tutti questi titoli hanno trovato un’interessante soluzione per esaltare l’ambiente difficile del treno, al contrario Branagh sembra essere in prigione mentre gira. Gli shooting sono ripetitivi e fin troppo scolastici, con qualche rara eccezione come alcune riprese dall’alto in grado di spezzare la monotonia. La voglia di fuga di Branagh culmina nelle scene esterne, che sembrano più una scusa per variare la messa in scena, che non una precisa scelta stilistica.

Altro goal mancato è rappresentato dalla gestione del cast, un cast stellare. Poirot è interpretato dal regista stesso, Kenneth Branagh. Mentre tra i passeggeri spiccano Johnny Depp, Penelope Cruz, Willem Dafoe, Judi Dench, Michelle Pfeiffer e Daisy Ridley, che ha da poco raggiunto la celebrità per aver interpretato la protagonista di Star Wars: The Force Awakens. Molte cose non convincono, a partire da Branagh stesso, che risulta davvero poco credibile nella sua recitazione, svolgendo un semplice compitino e impostando un tono quasi cartoonesco, sia nei modi che nella cadenza della voce e improvvisando un altalenante accento francese; niente a che vedere, per esempio con David Suchet, che ha interpretato a lungo in tv il celebre detective. Al contrario l’interpretazione di Branagh ricorda di più quella di James Coco di Milo Perrier in Invito a cena con delitto, ma in quel caso sicuramente l’obiettivo era diverso, trattandosi di una parodia. Tutti gli altri risultano semplicemente mal gestiti, potendosi ritagliare ciascuno davvero poco spazio e avendo poche occasioni di approfondimento e caratterizzazione del proprio personaggio. Spesso si parla di film troppo lunghi, ma qui siamo di fronte all’opposto: una maggiore durata avrebbe forse aiutato nell’interazione tra Poirot e i passeggeri, coinvolgendo maggiormente lo spettatore, che invece si trova ad essere solo disorientato da un cast tanto eccezionale. C’è da dire che le prove di Depp e della Pfeiffer non sono assolutamente da buttare. Tuttavia Depp sembra essere ancora vincolato ad alcune movenze del suo personaggio più celebre, Jack Sparrow, ad esempio col suo avvicinarsi con disprezzo al volto delle persone mentre dialoga. Inoltre nonostante la sua buona prova attoriale, nel film il suo alias è una presenza talmente eterea da potersi paragonare più ad un cameo. Michelle Pfeiffer è comunque al di sotto di quanto ha dimostrato in Mother!, dove dominava lo schermo ai danni di Jennifer Lawrence. Di tanti pensieri negativi derivati dal film, fa comunque piacere notare che un’attrice di grande bellezza fisica come la Pfeiffer stia trovando la sua piena maturazione con l’avanzare degli anni, ottenendo anche un nuovo non indifferente fascino.

I problemi di ritmo del film si palesano definitivamente nelle battute finali, quando Poirot si prodiga nello spiegone risolutivo del caso. Ecco dunque la vera scena ammazza film: quella che è un classico nei libri gialli diventa la vera croce della narrazione. Tanta noia e poca suspense. In poche rapide sequenze si arriva al termine, con un blando tentativo di Branagh di elevare il tono del film aggiungendo qualche goccia di dramma introspettivo ad un bicchierone di noia di 114’. Il film alla fine sembra un buon prodotto per i fan meno esigenti della Chrstie, chi voleva una fedele riproduzione è accontentato, ma chi si aspettava una valida e magari coraggiosa interpretazione di Orient Expres dovrà forse attendere il prossimo round.